L’AQUILA – La condanna in primo grado dell’ex rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio, con l’accusa di induzione indebita nei confronti del docente Sergio Tiberti “appare erronea” secondo la procura di Roma “poiché la condotta dell’imputato deve inquadrarsi nell’ipotesi di concussione”, quindi un reato di maggiore gravità.

Per questo motivo il pubblico ministero romano Stefano Fava ha presentato appello contro la sentenza di condanna a 3 anni di carcere emessa il 25 gennaio scorso dal tribunale contro Di Orio, dal momento che, a suo avviso, “le esplicite minacce fatte dall’imputato ai danni di Tiberti non sono in nessun modo inquadrabili nella condotta di induzione”.

L’appello del pm consentirà ai giudici di secondo grado di poter disporre una pena più alta (ma anche confermare quella attuale o abbassarla), cosa che sarebbe stata impossibile in caso di solo appello da parte degli avvocati difensori.

Al termine di un lungo procedimento giudiziario, i giudici capitolini Zaira Secchi (presidente), Claudia Lucilla Nicchi e Laura Fortuni (a latere) hanno ritenuto formata la “piena prova” di “un considerevole flusso di denaro” da Tiberti a Di Orio, “nell’ordine di circa 200 mila euro”, dei quali “l’entità, la natura e la modalità dei versamenti” sono “incompatibili con le usuali regalie che possono intervenire in un rapporto di amicizia e dimostrano, piuttosto la totale sudditanza di Tiberti”.

Ecco perché, spiega il pm nelle 21 pagine del ricorso, è necessario passare al reato più pesante di concussione, dal momento che “per induzione si intende pacificamente una forma di aggressione più tenue, meno invasiva e diretta della minaccia esplicita” e invece “la condotta del Di Orio deve qualificarsi concussiva perché vi è stata minaccia di morte e di più deteriori condizioni lavorative” e inoltre “il Tiberti non ha ottenuto alcun vantaggio indebito”.

Sul “vantaggio indebito” che fa da discrimine tra i due reati, in realtà Fava si appoggia alla Corte di Cassazione: la sesta sezione penale in una sentenza del 2014 ha detto che si parla di concussione e non di induzione “quando la persona offesa”, in questo caso Tiberti, “cedendo alle pretese dell’agente”, ovvero Di Orio, “consegue anche un vantaggio indebito, sempre che quest’ultimo resti marginale rispetto al danno ingiusto minacciato”.

La stessa sezione della Suprema Corte, nel 2015, ha aggiunto che “la presenza di un utile immediato e contingente per il destinatario dell’azione illecita”, ancora Tiberti nel caso di specie, “risulta priva di rilievo ai fini della possibile distinzione tra costrizione da concussione e induzione indebita, in quanto, in tal caso, il beneficio conseguito o conseguibile risulta integralmente assorbito dalla netta preponderanza del male ingiusto”.

D’altronde il pubblico ministero Fava già a conclusione della sua requisitoria aveva chiesto 6 anni di carcere per il reato di concussione, ma poi Di Orio è stato condannato per il reato più lieve di induzione indebita, e non ha preso la pena maggiore di 4 anni e 6 mesi solo perché incensurato, fermandosi a 3 anni.

L’ex rettore è stato condannato anche alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, alla confisca di beni o somme per 84 mila euro, a pagare un risarcimento immediato di 18 mila euro oltre a quello da stabilire con un giudizio civile e al pagamento delle spese processuali per 8 mila euro.

Dopo la condanna, l’Università ha chiesto un parere in merito alla sospensione dall’insegnamento del neo condannato all’Avvocatura dello Stato, che ha consigliato di procedere in virtù della legge Severino anticorruzione, e l’attuale rettrice Paola Inverardi ha proceduto, anche qui con polemiche a non finire.

Oltre 200 mila euro in 10 anni da Tiberti a Di Orio è la somma che compariva nella denuncia di Tiberti, dove spiegava di aver detto basta nel 2006 alle dazioni che gli venivano richieste dall’ex rettore, tra le quali anche un’automobile per la figlia e abiti sartoriali di lusso.

Regalie estorte, secondo l’accusa avvalorata dalla sentenza di primo grado, sotto la minaccia di compromettere, in caso contrario, la carriera accademica e professionale del docente di Igiene dell’allora facoltà di Medicina, con il quale Di Orio aveva avuto in passato buoni rapporti: tanto che, in un’udienza del 3 marzo 2015, l’ex rettore ha definito il docente “forse il migliore amico che abbia mai avuto”.

La classica goccia è stata una minaccia pronunciata da Di Orio davanti ad altri colleghi: “Quando il coniglio esce dalla tana… allora pum pum pum”. Tiberti non ce l’ha fatta più: è stato allora che ha deciso di dire basta.

Una frase che, chiamato a spiegare, Di Orio nel corso delle udienze ha definito “non minacciosa”, perché citazione di un suo mentore, il professor Salvatore Navarra di cui è stato allievo alla facoltà di Medicina di Messina dove il prof si è laureato.

Ma il pm ha fatto notare che il suddetto Navarra era parente di Michele Navarra, boss ucciso in passato nel corso di una guerra di mafia per ordine del ‘capo dei capi’ Totò Riina, e quindi la frase è da ritenersi assolutamente minacciosa.

“All’esito dell’istruttoria dibattimentale può, quindi, ritenersi pienamente provata la responsabilità dell’imputato Di Orio per i delitti di concussione a lui ascritti, sussistendone tutti gli elementi costitutivi”, ribadisce Fava nel suo documento.