L’AQUILA – Un poderoso studio commissionato a professionisti esterni dalla Regione Abruzzo e consegnato nell’ottobre 2017, costato la bella cifra di 480 mila euro. Rimasto oramai da tre anni nel cassetto.
E’ la “Carta delle aree di salvaguardia per l’acqua potabile e per la ricarica delle falde”. Non certo un esercizio accademico, ma una certosina mappatura di centinaia di falde acquifere e punti di captazione, da cui sgorga l’acqua che bevono gli abruzzesi, al fine di mettere queste aree finalmente al riparo da possibili contaminazioni.
La premessa, la base conoscitiva, necessaria per l’approvazione di una delibera di giunta per la perimetrazione delle aree di salvaguardia, e dei relativi vincoli, strumento che sarebbe obbligatorio, in virtù del Testo unico ambientale, già dal lontano 2006. Obbligo rimasto, finora lettera morta.
Un passetto in avanti, seppur tardivo, è stato intanto compiuto, sull’argomento acqua, solo il 9 dicembre scorso: su iniziativa dell’assessore all’Agricoltura e vice presidente della Regione, Emanuele Imprudente, della Lega, la giunta ha approvato uno schema di convenzione per l’affidamento, alla società in house Abruzzo Sviluppo, del servizio di assistenza tecnica per l’aggiornamento del Piano di tutela delle acque. Piano di cui la perimetrazione di cui sopra, ancora da approvare, dovrebbe costituire un elemento centrale.
Non è finora servito ad accelerare l’iter, quello che e’ accaduto a Bussi, in provincia di Pescara, dove le megadiscariche dei veleni del polo chimico, scoperte nel 2007, hanno contaminato, oltre ai terreni e il fiume, anche i pozzi Sant’Angelo. E nemmeno l’aspro conflitto, con gli ambientalisti del Forum H20 in prima linea, esplose intorno al rischio di contaminazione della falda del Gran Sasso, minacciata dalle attività dei laboratori di fisica nucleare, e del transito delle auto nel traforo dell’autostrada A24. Tanto che è stato nominato a settembre, come commissario straordinario, Corrado Gisonni, che dovrà spendere, si spera presto e bene, 5,3 milioni in due anni, per progettazione di sistemi di adduzione e captazione al riparo da eventuali contaminazioni.
Per tutto l’intervento il precedente governo ha messo sul piatto 120 milioni di euro.
In questi anni non hanno sortito effetto di stimolo nemmeno i tanti report e relazioni, secondo le quali, si allontanano dallo standard richiesto dalle direttive europee, il 70 per cento dei fiumi abruzzesi, e il 52 per cento dei corpi idrici sotterranei.
Una seria azione di tutela non può ora prescindere dalla Carta delle aree di salvaguardia per l’acqua potabile.
Ad affidare il lavoro è stato l’Ente d’ambito pescarese (Ato) nel dicembre 2014, al raggruppamento temporaneo di Imprese Beta Studio srl e 3TI Progetti Italia. Con l’obiettivo di effettuare la “raccolta, analisi ed elaborazione preliminare di dati relativi alle captazioni e ai corpi idrici”, di realizzare “indagini e studi integrativi”, di analizzare “criticità e proposta di soluzioni per normativa tecnica e la perimetrazione delle aree”.
Il ruolo di coordinatore scientifico del progetto è stato svolto da Fulvio Celico, dell’Università di Parma, Dipartimento di Fisica e Scienza della Terra “Macedonio Melloni”.
Lo studio, durato tre anni, è stato concluso e consegnato nel marzo 2017, con centinaia e centinaia di mappe, con segnate sopra tutte le aree sensibili di approvigionamento idrico, e approvato nell’ottobre 2017, dall’Ente regionale del servizio idrico integrato (Ersi).
E’ poi passato un altro anno, e nell’ottobre 2018, la giunta regionale presieduta all’epoca dal presidente vicario, Giovanni Lolli, del Partito democratico, ha deliberato di prendere atto della proposta dell’Ersi, elaborata appunto sulla base della Carta delle aree di salvaguardia per l’acqua potabile.
Nella delibera di giunta si delinea poi un articolato iter da seguire per arrivare finalmente alla redazione di un piano di perimetrazione e tutela.
A cominciare dall’organizzazione di almeno due giornate di partecipazione pubblica, a L’Aquila a Pescara, coinvolgendo gli enti pubblici ai portatori di interesse demandando al dipartimento Opere pubbliche della Regione la verifica e coerenza della proposta con il quadro pianificatorio della Regione, e di costituire un gruppo di lavoro per la definizione della proposta normativa.
Il tutto in sei mesi, si precisa, ma di questo iter, ad un anno di distanza, se ne sono perse le tracce.
Nello studio di Beta e nella sintesi dell’Ersi, la strada è tuttavia già ben definita, anche dal punto di vista della normativa a venire. Si prescrive infatti la necessità di individuare le “aree di salvaguardia”, dove le falde si alimentano, distinte in zone di “tutela assoluta” e “zone di rispetto”, nonché, all’interno dei bacini imbriferi, le “zone di protezione”.
La Zona di tutela assoluta, scendendo nel dettaglio, è l’area di salvaguardia adibita esclusivamente alle opere di captazione ed alle infrastrutture di servizio, che deve essere protetta da possibili infiltrazioni d’acqua dalla superficie, provvista di canalizzazioni per il deflusso delle acque meteoriche e, salvo motivata deroga, recintata al fine di garantire l’integrità e l’efficienza delle relative opere.
L’accesso alla zona di tutela assoluta è consentito unicamente al personale autorizzato dal gestore ed alle autorità di controllo.
Nelle zone di rispetto, devono valere come vincoli, il divieto di dispersione di fanghi e acque reflue, anche se depurati, l’accumulo di concimi chimici, fertilizzanti o pesticidi, l’ apertura di cave che possono essere in connessione con la falda, attività di gestione di rifiuti, lo stoccaggio di prodotti ovvero, sostanze chimiche pericolose e sostanze radioattive e così via.






