PESCARA – Quindici milioni e mezzo di euro l’anno, è l’incredibile cifra che i Comuni di Pescara, Montesilvano e Spoltore perdono per la mancata fusione.

Una spesa in continuo aumento e che rischia di raggiungere una somma esorbitante se, come sembra, si allontanasse l’attuazione della volontà popolare espressa con il referendum del 25 maggio 2014. Il contatore dello sperpero è in costante aggiornamento da parte del Comitato referendario.

Il dibattito si è riacceso dopo la presentazione di due proposte di legge del presidente della Regione Luciano D’Alfonso, sonoramente bocciate dalle opposizioni in Consiglio regionale. Di “imbroglio” ha parlato il capogruppo di Forza Italia Lorenzo Sospiri, di “boicottaggio” il consigliere del Movimento Cinque Stelle, Riccardo Mercante.

Profili di incostituzionalità vengono adombrati dall’avvocato Carlo Costantini, presidente del comitato referendario, secondo il quale quello indicato dal governatore è un “percorso che allontana rispetto a quanto stabilito dal referendum”.

“La Costituzione – spiega – prevede in questa fase una sorta di ratifica del referendum basato sul presupposto che il popolo si sia già espresso, con le due proposte si tenta invece di sostituire la legittimazione popolare che la proposta ha già ricevuto con una legttimizaone politica”.

Le proposte di legge di D’Alfonso prevedono che “si faccia un comitato di sindaci che dovrà valutare l’impatto – aggiunge l’ex consigliere regionale che per primo depositò una proposta legislativa –  Il referendum dice che è sufficiente andare in Consiglio regionale e approvare una legge di fusione, sia pure con tutte le accortezze legate alla delicatezza della materia”.

Attraverso altre strade, come il coinvolgimento diretto degli amministratori, che per ovvie ragioni hanno sempre espresso le loro riserve alla fusione, “si rischia di rilegittimare il primato della politica sui cittadini, affermando il principio in base al quale conta più il parere di un sindaco che del popolo, in secondo ordine introduci un percorso che non è quello costituzionale”.

Secondo l’articolo 133 della Costituzione, “La Regione, sentite le popolazioni interessate, può con sue leggi istituire nel proprio territorio nuovi Comuni e modificare le loro circoscrizioni e denominazioni”.

Per Costantini, dunque, “siccome la Costituzione stabilisce che il Consiglio regionale può, non deve, istituirli, sarebbe più corretto dire che non vuole istituire il nuovo Comune, perché le leggi di D’Alfonso introducono una terza via che di fatto allontanano il risultato, poi magari nel 2019 si dirà che è passato troppo tempo e non è più valido il referendum”.

“Se non c’è la volonta politica, che non è dovuta, sarebbe meglio essere più leali coi cittadini e dirglielo, ‘tu hai votato ma a me non interessa, decido io e non tu'”, conclude Costantini.