CHIETI – “Vogliono sparare a bambi!”. Così hanno tuonato in queste settimane le associazioni ambientaliste e animaliste, allarmate dall’introduzione, nel regolamento venatorio regionale, del monitoraggio del numero di cervi e caprioli nella nostra regione: a loro dire, il primo passo per future e imminenti campagne di abbattimento.
Se da una parte l’assessore regionale Dino Pepe, finito nel mirino del fronte anti-caccia, si è affrettato a smentire categoricamente l’intenzione di far impallinare cervi e caprioli, c’è anche chi, espressione dal fronte venatorio e del settore agricolo, contattato da AbruzzoWeb, ritiene invece che ci si debba porre da subito il problema della progressiva proliferazione di questi animali, evitando che porti a un soprannumero, non compatibile con la capacità di carico di un ecosistema in cui vanno ricompresi anche gli esseri umani e le attività agricole.
Per evitare, insomma, che a breve esploda un’emergenza, di cui già si avvertono i primi segnali, pari a quella causata dal soprannumero dei cinghiali, che devastano le campagne e provocano incidenti stradali.
Per colpa si sottolinea, anche dei Parchi, aree off limits per i cacciatori, e dell’inefficienza della Regione, che non ha fatto nulla per limitarne il numero, non approvando efficaci piano di controllo faunistico. Insomma c’è chi in Abruzzo ritiene che sì, a Bambi si può anche sparare.
“MA QUALE BAMBI, LA QUESTIONE E’ L’EQUILBRIO DELL’ECOSISTEMA”
“Invocare Bambi e scenari da fiaba non è un modo serio di affrontare la questione. Il cervo e il capriolo non sono specie protette dalla Comunità europea, e sono le norme europee, recepite dallo Stato italiano e, dunque, dalla Regione, a prescrivere il monitoraggio del loro numero, ed eventualmente ad autorizzare azioni di contenimento, anche ma non solo con gli abbattimenti selettivi”.
A parlare è Corrado Di Nardo, presidente dell’ Ambito territoriale caccia Chieti-Lanciano. Un cacciatore che rivendica con orgoglio il ruolo decisivo della sua categoria nella buona politiche di gestione faunistica.
Di Nardo, innanzitutto, ricorda come “in altre regioni italiane i cervi e caprioli, che non hanno più predatori naturali, si sono riprodotti oltre misura, e hanno obbligato, è l’esempio dell’Umbria e della Toscana, a campagne di abbattimenti selettivi, rigorosamente regolamentati dall’Ispra, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, cosa considerata da tutti normale, anche dagli ambientalisti”.
E segnali di sovrappopolamento, assicurano gli esponenti del mondo venatorio e agricolo, si registrano anche in Abruzzo, soprattutto nell’entroterra aquilano. Non c’è nulla di strano nel cominciare a monitorare il loro numero, e individuare punti critici dove intervenire e riportare il loro numero al livello sostenibile non solo per l’agricoltura, manche per l’ecosistema. Non solo con la caccia, ma anche, per esempio, con le catture e il trasferimento dei capi in eccesso in altri territori.
“Bisogna capire una volta per tutte – sottolinea Di Nardo – che dentro l’ecosistema c’è anche l’uomo. Diversamente non si fa altro che favorire lo spopolamento delle montagne, si ostacola il ritorno dei giovani all’agricoltura, perché con il soprannumero degli ungulati diventa molto difficile evitare la distruzione di buona parte del raccolto, lo si può fare solo per piccoli appezzamenti, oltre le recinzioni diventano problematiche, ed eccessivamente costose”.
Sulla stessa linea Dino Rossi, presidente dell’associazione di allevatori Cospa, e agricoltore nella Valle di Capestrano nell’Aquilano, che da anni si batte contro l’inerzia di istituzioni sulle politiche di gestione della fauna selvatica.
“Certe polemiche nate sul nulla non le capisco – tuona Rossi – visto che nel calendario venatorio si parla solo di monitoraggio e non di abbattimento. E ricordo, a tal proposito, che in Emilia Romagna, intorno alla commercializzazione della carne di cervi e caprioli in soprannumero abbattuti, si sta creando una filiera virtuosa nelle aree interne, dove creare al lavoro è fondamentale per evitarne lo spopolamento. Qui invece siamo alla preistoria”.
L’ANNOSA EMERGENZA DEI CINGHIALI
Il discorso partito dal cervo non poteva che arrivare al cinghiale e alle “bordate” contro i Parchi, la Regione Abruzzo, le Province, e anche contro l’ultimo calendario venatorio che porta la firma dell’assessore Pepe.
In particolare si contesta, dei nuovi regolamenti sulla caccia, che in vari comuni limitrofi al Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, frequentati dall’orso, specie protetta e vanto d’Abruzzo, si siano poste forti limitazioni alla caccia al cinghiale, proibendo la battuta con i cani sciolti, e riducendo il periodo venatorio di un mese, con avvio il 1° novembre invece del 3 ottobre. Questo per consentire all’orso di andare in letargo.
“La cartina presentata all’Ispra – contesta il consigliere regionale di Forza Italia Mauro Febbo, che è anche l’ex assessore regionale all’Agricoltura – ha incluso ampi territori come l’altopiano dell’Alto Sangro e i territori ricadenti nei comuni di Anversa, Bugnara, Introdacqua Rocca Pia e Pettorano che prima non erano ricompresi della Zona di protezione esterna del Parco D’Abruzzo. Aree dove l’orso non c’è”.
E in questo modo, rincara la dose Di Nardo, “c’è stato un allargamento della riperimetrazione del tutto arbitrario, perché le precedenti erano supportate da un lungo lavoro scientifico. Il risultato sarà uno solo – prevede – si provocherà in queste aree un’emergenza cinghiali ancora più acuta, che pagheranno gli agricoltori, perché gli abbattimenti selettivi, l’unico modo per tenere sotto controllo il numero di ungulati, saranno di entità molto inferiore, e pressoché inefficaci”.
E poi sul banco degli imputati vengono scaraventati i Parchi, accusati di non porsi il problema del soprannumero i cinghiali e di non saperlo comunque affrontare.
“A Chieti facciamo abbattimenti selettivi del solo cinghiale nelle varie zone di ripopolamento e cattura, istituite per far riprodurre la selvaggina, gestite dalla Provincia. Lo stesso avviene nelle zona di rispetto venatorio gestiti dagli ambiti territoriali di caccia – rimarca l’esperto – Non è un caso che in quei territori le coltivazioni non siano minacciate. Nei Parchi, invece, non abbiamo accesso, non possiamo intervenire, e non è possibile instaurare un dialogo costruttivo”.
Per Rossi, poi, le catture con gabbie messe in atto nei Parchi, nello specifico quello del Gran Sasso-Monti della Laga, sono del tutto inefficaci. “Il risultato – assicura – è che i branchi escono dall’area protetta e fanno razzie nelle coltivazioni oltre i confini”.
A tal proposito, a primavera Rossi si è autodenunciato al prefetto, Francesco Alecci, per aver organizzato nelle campagne di Ofena un abbattimento selettivo ‘fai da te’, “che ha salvato – afferma ora orgoglioso – almeno per quest’anno, le nostre vigne e i campi di frumento”.
I Parchi e le Province, va detto, risarciscono gli agricoltori che hanno subìto danni da fauna selvatica. Una politica che, però, per Di Nardo non è più sostenibile.
“Quest’anno la Regione ha messo a bilancio 700 mila euro, ma i danni subiti ammontano a 2,5 milioni – esclama – Gli agricoltori recuperano solo il 30-40 per cento del danno subìto. Tenendo conto che i pagamenti arrivano in forte ritardo e le Province hanno, come noto, enormi problemi finanziari, e si devono far carico dei danni subiti dai cinghiali che proliferano indisturbati nelle aree protette”. Filippo Tronca





