PESCARA – Aldo Moro è rimasto nei cuori di molti italiani. Sicuramente è il politico di cui si è parlato più di ogni altro, dagli anni Settanta in poi. Ma si è parlato di Moro soprattutto per la tragedia che lo ha visto coinvolto e che lo ha portato alla morte, rischiando di appannare la valenza etica e la capacità dell’uomo di governo.

Moro si è mosso sullo scenario politico con la consapevolezza che solo la Democrazia Cristiana poteva garantire all’Italia il permanere di un sistema democratico, a tutela delle libertà. E questo suo progetto si è articolato con una Dc, affaticata, che a volte cercava di galleggiare nella prospettiva di rinnovarsi. Aldo Moro è stato grande protagonista, fino al rapimento e all’uccisione.

Sabato alle 10,15 all’ex Aurum a Pescara sarà presentato il saggio di Licio Di Biase “I tempi di Aldo Moro. Le idee, le speranze e le intuizioni dello statista democristiano”, alla presenza di Bruno Tabacci, che ne ha curato la prefazione, che riportiamo integralmente sotto.

“Con questo libro – dice l’autore – ridiamo la parola allo Statista democristiano, attraverso i suoi discorsi, i suoi articoli e le sue gesta. È un modo per capire direttamente dalle sue parole il suo pensiero, superando tutte le libere interpretazioni di cui si è arricchita la pubblicistica in questi decenni a partire dalla sua scomparsa”.

 

LA PREFAZIONE DI BRUNO TABACCI

Vorrei legare il ricordo di Aldo Moro a tre occasioni molto precise, che hanno caratterizzato il mio impegno politico nella Democrazia Cristiana. La mia prima partecipazione ad un congresso nazionale del partito (28-30 giugno 1969) da dirigente della Democrazia Cristiana mantovana, già militante della sinistra di Base che aveva in Giovanni Marcora il suo punto di riferimento.Il 29 giugno 1969 l’On. Aldo Moro pronuncia un formidabile discorso che segna il suo passaggio all’opposizione interna, diventandone il leader carismatico sul terreno politico, ideale e morale.Ne resto affascinato. L’atmosfera è quella dei grandi congressi democristiani, carichi di passione civile e di tensione politica. Il Palazzo dei Congressi dell’Eur è elettrizzato dal discorso di Moro e tra i delegati si determina un clima di scontro per i giudizi radicali di Moro anche nei confronti dei vertici del partito, in particolare nei confronti dell’on. Piccoli, che ne era il segretario.Moro riunifica l’opposizione interna di Base e Forze Nuove, invita i gruppi di Nuove Cronache (Fanfaniani) e dell’on. Taviani a “rifiutare l’arbitraria chiusura” operata dal correntone doroteo e indica la strada da percorrere per la Democrazia Cristiana: “Risulta incomprensibile ed inaccettabile la diversità di struttura tra Governo e Partito. La integrità della componente democratica cristiana, come del resto di quella socialista, è essenziale ad una seria politica di centro-sinistra”.Affronta anche il tema del Pci, anticipando la linea degli anni successivi: “Ci si colloca di fronte al comunismo, avendo coscienza della diversità, ma anche attenti alla presenza di quel partito nella vita sociale e politica”.Avanza così l’idea di una “sfida, di un impegno cioè, in una netta battaglia politica con un forte Pci”.Torno a Mantova, nella mia città, con la convinzione di aver assistito ad un congresso straordinario, un evento politico capace di esaltare la passione e di moltiplicare l’impegno.  Seguono per me anni di formazione politica e amministrativa e di militanza attiva nel gruppo dirigente della Dc mantovana. E così mi accade di preparare da vice segretario provinciale, qualche anno dopo, la venuta di Moro in terra mantovana. Una serata, straordinaria, indimenticabile, una folla strabocchevole riempie il Palazzo della Ragione, in piazza delle Erbe, cuore della vita cittadina. E’ il 22 aprile 1977. Accompagno l’on. Moro assieme agli altri dirigenti della Dc mantovana e lombarda, seguiti con preoccupata attenzione da Leonardi e dagli altri uomini della scorta che di lì a pochi mesi perderanno la vita in via Fani. Fendiamo un muro umano attraversato da elettricità politica al di sopra di ogni immaginazione. Il popolo democristiano chiama per nome Aldo e lo riconosce come il leader indiscusso della Dc. Sì, dopo Alcide De Gasperi, Aldo Moro è davvero colui che incarna più profondamente l’anima democristiana.   E Moro parla e incanta gli amici di partito mantovani, in un discorso destinato a passare alla storia per l’acutezza dell’analisi sul risultato delle elezioni politiche del 1976, l’anno precedente.Quelle elezioni avevano avuto due vincitori, la Dc ed il Pci. Moro ricorda che la Dc è rimasta il primo partito nel Paese, ma non è stata nella condizione di costruire una maggioranza parlamentare di stampo tradizionale. E così rileva come “emerge una posizione nuova nel Pci, il quale ha assunto un atteggiamento non ostile al governo”, aggiungendo: “c’è qualcuno che in perfetta buona fede si chiede se non convenga al nostro partito di passare all’opposizione o se, così stando le cose, non dovremmo rivolgerci al corpo elettorale. Si tratta di una eventualità che avrebbe un effetto altamente destabilizzante”. E poi conclude cercando di delineare in un contesto politico difficilissimo i limiti e i margini di manovra della nuova fase: “Ci si domanda di stabilire dei contatti, di formulare insieme con altri, dei programmi di governo in relazione all’emergenza. E, come saprete, non abbiamo rifiutato qualche scambio di vedute. Ho parlato di intese programmatiche e ho escluso qualsiasi alleanza di carattere politico”.  Discorso difficilissimo ma di eccezionale qualità politica. Da questo discorso di Mantova si apre una nuova fase del monocolore Andreotti. Esso passa da un governo dell’astensione non contrattata ad un governo che, appunto escludendo alleanze di carattere politico, apre un confronto su nuovi punti programmatici sui quali si vota in Parlamento. Hanno così avvio una serie di riunioni tra la Dc e i partiti che avevano concesso l’astensione al governo Andreotti, ovviamente compreso il Pci di Ernico Berlinguer. Il riferimento naturale, il presidente di quelle riunioni era Aldo Moro, il cui prestigio era garanzia di serietà e di equilibrio per una operazione politica tanto delicata e complessa. La terza occasione che vorrei richiamare capita qualche mese dopo. E’ subito dopo il ferragosto del 1977, in occasione della rocambolesca fuga dal carcere del Celio del criminale di guerra Herbert Kappler, condannato all’ergastolo per essere stato il responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine. Con un gruppo di una decina di giovani d.c., tra cui il neo parlamentare Antonino Zaniboni, partecipo ad un incontro proprio a casa di Aldo Moro a Bellamonte, in val di Fassa, dove era solito trascorrere le vacanze estive. Da vice segretario provinciale della Dc mantovana, con l’on. Zaniboni, mi ero ripromesso di ringraziare l’on. Moro per la straordinaria manifestazione di Mantova e per l’entusiasmo che continuava a suscitare tra i nostri militanti. Aldo Moro aveva una grande attenzione per i giovani e in quelle due ore di confronto straordinario dimostrò come sempre una capacità di attenzione e di ascolto formidabili. Ecco questi erano i grandi maestri, che quei giovani di allora ebbero la fortuna di incontrare e che avrebbero segnato indelebilmente la loro vita politica. Aldo Moro ci diceva: “La vitalità di un partito si misura soprattutto sulla sua capacità di parlare ai giovani, di persuarderli, di impegnarli a sostenere sia pure nelle posizioni più avanzate la sua visione del mondo e il suo progetto di convivenza civile”.E ancora: “Questa attenzione per i giovani acquista ancora maggiore rilievo in un momento nel quale i problemi della gioventù sono all’ordine del giorno. Si affaccia, infatti, alla vita sociale e politica una generazione che non ha conosciuto né la guerra, né la resistenza all’oppressione, ma è vissuta in mezzo alle grandi trasformazioni economiche, sociali, politiche e di costume, le quali hanno caratterizzato questa epoca di storia. Non tutto quello che è avvenuto è positivo o si è verificato in forma costruttiva; ma grandi temi sono emersi, rilevanti possibilità si sono dischiuse, significative esperienze sono state e sono vissute e la gioventù ha oggi una presenza e una funzione ben più importante che in passato”. Aldo Moro si rivolgeva ai giovani della mia generazione, lasciandoci la massima responsabilità, ma legando le mie esperienze giovanili anche di partito alla consapevole accettazione del metodo di una democrazia rappresentativa. Questi sono alcuni frammenti della grande lezione di Aldo Moro che hanno influenzato la mia esperienza politica. Bene ha fatto Licio Di Biase a ricostruire venti anni cruciali della storia italiana del dopoguerra attraverso le parole e gli scritti politici di una personalità dal carisma e dalla lucidità difficilmente eguagliabili.  Il libro ha il duplice pregio di consentire di conoscere più da vicino, in forma diretta, attraverso i suoi discorsi politici, Moro, il suo pensiero e la sua azione in una fase prima impetuosa e poi sempre più turbolenta della vita del Paese e, al tempo stesso, di consentire di comprendere con lo sguardo ormai distaccato ma competente dell’osservatore del nuovo millennio quei fatti, quelle parole, quelle violenze che segnarono una tappa insieme drammatica e decisiva per lo sviluppo degli assetti politici nazionali. L’attenzione di Moro per i giovani cui ho fatto cenno ad esempio attraverso la mia testimonianza diretta, fa il paio con il suo costante sforzo di analizzare, prevenire ed orientare il futuro, nell’intento di guidare il Paese verso lidi sempre più solidi. Ed utilizzo il termine “solidi”, anziché “prosperi” che risulterebbe senz’altro più à la page oggi, perché Moro teneva di mira obiettivi concreti e realizzabili, da raggiungere attraverso un impegno continuo, senza mai perdere di vista la tutela degli interessi generali del Paese. Tutt’altro insomma rispetto alle facili promesse di prosperità che caratterizzano la Seconda Repubblica ed i suoi schieramenti di partiti-non partiti e che finiscono con l’esaurirsi nello spazio di una campagna elettorale.  Questo volume segna proprio la distanza abissale tra la Politica con la P maiuscola di uomini come Aldo Moro e la politica di oggi. Difficile dire se Moro avrebbe potuto incidere in una fase come quella attuale. Certo non fosse così molto più che lo statista pugliese, a perderne sarebbe l’Italia. Non potendo recuperare uomini come lui, il miglior auspicio che si possa fare al nostro Paese è che,  prima o poi, si riesca a recuperarne almeno lo stile ed il rigore. Sarebbe già uno straordinario  squarcio di sole sul futuro. Penso che questo volume possa iniziare a contribuire a diradare qualche nube.