L’AQUILA – “A quattro mesi dalla richiesta ufficiale al Comune dell’Aquila per poter edificare una nuova moschea, non abbiamo ancora ricevuto una risposta, per ora restiamo fiduciosi, ma siamo pronti a far valere i nostri diritti”.
A tornare sull’argomento, che ha sollevato già qualche polemica nei mesi scorsi, è Aljii Mirsadin, 47enne di origine macedone, componente del tavolo interreligioso della Prefettura dell’Aquila e presidente dell’associazione Xhamia Drita, che rappresenta la comunità islamica albanese dell’Aquila e che, insieme a Djemaledin Andulai, anch’egli macedone, Imam del territorio comunale, il 22 maggio scorso ha inviato una richiesta ufficiale all’amministrazione comunale per poter costruire una nuova moschea nella zona est della città.
In realtà potrebbe essere considerata la prima, poiché l’edificio di Bazzano, chiamato erroneamente “moschea”, non nasce come un luogo di culto, ma come sede dell’associazione Drita e, secondo Mirsadin e l’intera comunità islamica sarebbe diventato “troppo piccolo per contenere tutti i fedeli”.
Nell’ultima Eid al-Fitr (Fiter Bajrami), festa che chiude il Ramadan, mese in cui venne rivelato il Corano come guida per gli uomini, il 16 giugno scorso, a seguire la cerimonia religiosa c’erano oltre 1.500 fedeli, tanto che in molti sono dovuti restare fuori dall’edificio, che non riesce a contenere un numero così elevato di persone.
“Siamo una comunità in crescita e siamo, tutti ben integrati nel tessuto aquilano, la ‘moschea’ di Bazzano non è diventata piccola non è idonea per tutti noi. È un nostro diritto avere un luogo di culto consono, c’è una legge che lo prevede e non si può fare finta di nulla”, aggiunge Mirsadin ad AbruzzoWeb. Ma a far rumore in città non è stato solo il fatto di voler edificare la nuova struttura, ma il fatto che abbiano richiesto “la concessione dei contributi previsti dalla regionale numero 29 del 1988”.
In particolare la comunità musulmana si è appellata all’articolo 5 della legge, il quale prevede che “i comuni abruzzesi debbano corrispondere alle istituzioni religiose un’aliquota pari al 10 per cento delle somme incassate grazie alle opere di urbanizzazione secondaria”.
La richiesta è ben precisa: “vogliamo la concessione di un’area idonea destinata a servizi religiosi nella zona est della città, o, in mancanza, l’adeguamento entro 6 mesi dello strumento urbanistico, così come previsto dall’articolo 4 della legge regionale”, aveva detto il presidente dell’associazione già nei mesi scorsi.
Alla proposta si era opposto con forza, per primo, Michele Malafoglia, portavoce cittadino di Fratelli d’Italia, che in una nota sottolineava che “le cosiddette ‘associazioni di promozione sociale’ sono divenute il lasciapassare per collocare luoghi di culto anche laddove la destinazione d’uso degli immobili non lo consentirebbe” e aveva aggiunto, “nessun nuovo centro islamico all’Aquila se non sono garantite regole e legalità”.
Edlira Banushaj, consigliere straniero aggiunto del Comune, qualche giorno dopo aveva lanciato l’idea di un progetto per “costruire un modello di città multiculturale, che possa essere utilizzato in base alla sua storia, il suo passato più o meno recente, e soprattutto il sentire dei suoi cittadini, vecchi e nuovi, deve costruire un proprio modello per essere dinamica e flessibile, capace di progredire tenendo sotto controllo le forme di discriminazione che accompagnano, da sempre, i processi migratori, gli atteggiamenti di allarmismo, di chiusura e di pregiudizio nei confronti di alcune situazioni o fasce sociali”, chiedendo un’apertura a tutti gli aquilani. Ma in ogni caso le critiche e il polverone che nel frattempo si è sollevato in città non hanno fermato la comunità islamica e il presidente Mirsadin, che da trent’anni vive e lavora nel capoluogo.
“Per ora non abbiamo ricevuto alcuna mail, telefonata o raccomandata di alcun genere, solo silenzio, ma siamo certi che l’esito sarà positivo, perché l’amministrazione comunale, guidata da Massimo Cialente in passato e ora da Pierluigi Biondi, si è sempre mostrata molto attenta ai nostri bisogni e alle nostre esigenze. Aspettiamo ancora fiduciosi, ma non possono opporsi a ciò che ci spetta di diritto”, conclude.





