SULMONA – Le tubature della Snam “sono a prova di terremoto”, come pure la centrale di compressione di Sulmona, che ha “impatto ambientale minimo”, ed anzi “purificherà l’aria”. Le opposizioni a questo progetto “sono incomprensibili”, tenuto conto che già solo in Abruzzo ci sono già mille chilometri di condotte in esercizio, di cui 160 chilometri delle stesse caratteristiche, e tenuto conto che l’Italia non può fare a meno del gas, “visto che nel 2030 l’energia rinnovabile non supererà comunque il 30 per cento del totale”, e che il gas è di gran lunga preferibile al carbone e al petrolio.
Ad incendiare gli animi a poche ore dalla grande manifestazione di domani a Sulmona, contro la realizzazione del metanodotto Snam lungo l’Abruzzo appenninico e e della centrale di compressione di Casa Pente nel capoluogo peligno, un’intervista resa al quotidiano Il Centro da parte del manager di Snam rete gas Massimo Montecchiari, che come ovvio difende a spada tratta l’intervento considerato strategico per la sicurezza energetica dl Paese.
In un’altra intervista, al sito di informazione Il Germe, Montecchiari sostiene poi che “il gas che viene utilizzato è puro e privo di polveri sottili, mentre l’aria che si utilizza per la combustione, quella della Valle Peligna, contiene polveri che, tuttavia, vengono filtrate prima della combustione. Quindi paradossalmente la qualità dell’aria migliorerà”.
In un clima di scontro frontale, le affermazioni del manager della Snam vengono sdegnosamente rispedite al mittente dal coordinamento No hub del gas, mentre viene lanciato l’ultimo appello per la manifestazione di domani a Sulmona, dalle 15 in poi a partire da viale Togliatti con conclusione a piazza Garibaldi.
Sono ad oggi 329 le adesioni pervenute da tutta Italia, dalle diocesi ai comuni, alle aree protette e ai rappresentanti istituzionali della Regione Abruzzo passando per tantissime organizzazioni, a cui si aggiungono 168 associazioni nazionali e locali di tantissime regioni e tutte le sigle sindacali, quasi tutti i partiti e decine di realtà economiche operanti sul territorio.
“Manifestiamo per la valorizzazione del Belpaese, per il risparmio, l’efficienza energetica, le nuove tecnologie – sostengono quelli del coordinamento No hub del gas – e contro le opere “fossili” degli idrocarburi; scendiamo in piazza per difendere il territorio da opere dannose, costose e inutili come la centrale Snam di Sulmona e il “gasdotto dei terremoti” Sulmona-Foligno; contestiamo che in ltalia, il paese del sole, bellissimo per il patrimonio ambientale e naturale, con alta densità di popolazione e grandi problemi ambientali da risolvere, a forte rischio sismico e idrogeologico, siano realizzate grandi opere per la realizzazione dell’hub del gas avviando il paese verso il binario morto dell’energia fossile”.
L’obiettivo resta insomma quello di bloccare in ogni modo la realizzazione della centrale, ritenuta inquinante e troppo impattante per la valle Peligna. Centrale che ha avuto già le autorizzazioni governative, e i lavori dovrebbero cominciare a gennaio 2020, se non dovessero andare a buon fine i vari ricorsi presentati. Il niet della Regione Abruzzo blocca per ora invece l’iter di realizzazione del metanodotto, che dovrebbe attraversare per 170 chilometri la provincia aquilana da Sulmona a Montereale, passando per i comuni Collepietro, Navelli, Caporciano, San Pio delle Camere, Prata d’Ansidonia, San Demetrio Ne’ Vestini, Poggio Picenze, Barisciano, L’Aquila, Pizzoli, Barete, Cagnano Amiterno, e Montereale, per poi proseguire fino a Foligno. Solo un tratto del collegamento lungo la dorsale appenninica, che si concluderà nel grande snodo di distribuzione di Minerbio, in provincia di Bologna.
La rete No hub del gas Abruzzo si oppone però “all’idea che l’Abruzzo, come anche l’Italia, diventi un hub del gas, ossia semplicemente una dorsale di attraversamento del gas, che verrebbe dall’Azerbaijan, e che sarebbe venduto alle nazioni dell’Europa centrale e settentrionale, senza alcuna ricaduta né economica, né in termini energetici, per le popolazioni. E, anzi, con rischi sismici – il metanodotto passa per tutti e cinque gli epicentri dei terremoti degli ultimi 20 anni in Italia – e ambientali, e per lo sviluppo economico delle comunità (allevamento, agricoltura e turismo) soprattutto in riferimento alle aree interne appenniniche e periferiche”.
Oltre alla questione centrale Snam a Sulmona e gasdotto Snam si osserva “ci sono anche altre opere inutili che farebbero della regione una semplice stazione di servizio del gas, vedi gasdotto Larino-Chieti o estrazione del gas sotto il lago di Bomba”.
A proposito di rischio sismico, tra gli argomenti addotti da Montecchiari, c’è quello secondo cui “la rete dei gasdotti in Italia, lunga oltre 36 mila chilometri, in 75 anni ha subito tutti gli eventi sismici peggiori. Nel sisma del Friuli, l’epicentro era sopra al tubo. Così in Emilia Romagna: l’epicentro era in corrispondenza con la stazione di compressione di Minerbio. Non c’è stato nessun danno, mentre altre infrastrutture di trasporto energetico, come l’elettrico, hanno subito danni e interruzioni di servizio. E non è un caso: le condotte del gas sono in acciaio e sono molto flessibili”. E rende noto la Snam: “Da maggio a ottobre del 1976, il Friuli fu colpito da un’intensa sequenza sismica culminante in due scosse di elevata intensità, fino a una magnitudo 6,4. Il gasdotto Sergnano-Tarvisio attraversa l’area epicentrale e ha quindi subito lo scuotimento sismico massimo, senza tuttavia riportare alcun danno, come testimoniato dal fatto che il flusso del gas non fu interrotto, né subì perdite. In concomitanza della sequenza sismica del territorio aquilano (l’evento più forte è del 6 Aprile 2009, con magnitudo valutata 6,3) non è stato rilevato alcun tipo di danno né interruzione nelle forniture né perdite di gas dai metanodotti di Snam, tra i quali il Vasto-Rieti che attraversa le aree più colpite dal terremoto”.
Questo perchè assicura Snam, “viene sempre verificata l’adeguatezza delle condotte interrate a resistere agli effetti di scuotimento sismico (shaking) secondo la più avanzata normativa americana (Asce)”.
Unico rischio quello delle frane, ecco perchè si sarebbe scelto il tracciato lungo le montagne ritenuto più sicura di quello pedemontano.
Inoltre questa volta in una nota, la Snam afferma che per quanto riguarda le 11 centrali di compressione già esistenti da anni in Italia, “i principali enti e istituti di ricerca ambientale nazionali e internazionali considerano le emissioni di polveri di tali impianti pari a zero o comunque talmente trascurabili da essere considerate nulle”.
Ed anzi come sostenuto da Montecchiari, il filtraggio dell’aria peligna prima della combustione, “ne migliorebbe la qualità”.
Il coordinamento No hub del gas però a sua volta ribatte che non è vero che le centrali di compressione non producano inquinamento. Si schiera al loro fianco, a tal proposito, anche il consigliere di sinistra italiana Leandro Bracco secondo il quale “proprio sulla questione della qualità è intervenuta l’Associazione Medici Cattolici che ha chiaramente parlato di possibili danni alla salute causati proprio dalla Centrale di compressione. Nel particolato fine e ultra fine e cioè in tutte quelle sostanze sospese in aria (pm 10, pm 2.5 e pm 0.1) è stata individuata la maggiore minaccia”.
“Le rassicurazioni di Snam – rileva dunque Bracco – non paiono dunque convincenti tanto più se si considera che le mappe concernenti la ricaduta degli inquinanti e contenute nello studio di impatto ambientale sono state redatte ben dieci anni fa”.
Sullo sfondo del duro conflitto anche un’idea di sviluppo e politica energetica diversa e incompatibile a quella a cui la Snam sta lavorando, in linea con le strategie del governo italiano ed europeo, che vogliono ridurre in primis la dipendenza eccesisva dal gas della Russia di Vladimir Putin.
“Il consumo di gas in Italia – sostiene infatti il coordinamento No hub del gas – ha avuto il picco nel 2005 e la rete esistente è sovra-dimensionata. A marzo in Portogallo tutta l’energia elettrica consumata è stata prodotta da rinnovabili e hanno pure esportato. Per la mobilità il mercato in 2-3 anni sarà inondato da modelli totalmente elettrici e in Giappone le colonnine di ricarica elettrica superano già oggi i distributori di carburante in vista di questa rivoluzione che in realtà è già in corso in molti paesi”.




