L’AQUILA – “Nella legge di bilancio più montiana degli ultimi anni compare una misura davvero incredibile. Si tratta dell’aumento di tre euro nelle pensioni minime. Sembra impossibile, ma è così. In realtà, tale misura è riconducibile ad un fenomeno ben più generale e che è uno dei fattori dell’impoverimento dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese, costituito dalla scomparsa di ogni forma di reale adeguamento delle retribuzioni all’aumento dei prezzi”.

Ad affermarlo, sul suo profilo Facebook, è Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea all’Università di Pisa, che si occupa, tra l’altro, di Storia economica e culturale dell’Ottocento, con un particolare interesse per le tematiche finanziarie e che per Laterza ha partecipato al volume Il fascismo dalle mani sporche. Dittatura, corruzione, affarismo (a cura di P. Giovannini e M. Palla, 2019), ed è autore di Storia del debito pubblico in Italia. Dall’Unità a oggi (con L. Tedoldi, 2021) e Prezzi alle stelle. Non è inflazione, è speculazione (2023).

“Nel periodo 2021-2023 – spiega Volpi – l’inflazione cumulata è stata superiore al 17% mentre le retribuzioni si sono fermate a poco più del 4 per cento, accentuando un divario tra prezzi e salari destinato a non diminuire. Senza meccanismi di indicizzazione, pesano i mancati rinnovi contrattuali, i rinnovi fatti con un indice che non contiene alimentari e energia, quelli fatti con contratti “pirata”. Pesano poi la frammentazione delle tipologie contrattuali e i diversi livelli di retribuzione”.

“Per capire meglio, poi, come si distribuiscono i redditi è bene sottolineare che nello stesso periodo l’indice della Borsa di Milano è cresciuto di quasi il 59 per cento e la quota dei profitti delle società non finanziarie del 44 per cento. Nonostante questo il sistema di imposte in Italia è quasi interamente costruito sul lavoro dipendente e sui consumi: il modello del capitalismo liberale di Mario Monti e di Giorgia Meloni“, conclude.