L’AQUILA – “Siamo a settantatré anni di distanza dal giorno che segna l’atto di nascita della stessa democrazia nella quale, nonostante limiti di lungo periodo e difficoltà presenti, abbiamo la fortuna di vivere tutti, a prescindere dalle idee politiche di ciascuno. Sembrerebbe dunque normale, pacifico, addirittura ovvio, riconoscere, nel periodo che parte dall’arrivo della ‘guerra in casa’ nella cruciale estate del 1943 e finisce con la Liberazione del 25 aprile del 1945, le origini di un’Italia repubblicana, democratica, costituzionale, insomma nuova, come mai prima si era verificato nella storia. Eppure, su nessuna data del nostro calendario civile, su nessun tornante della nostra vicenda nazionale, come il 1943-1945, si riscontrano altrettante spinte divisive e una così forte lacerazione nella memoria collettiva”.

È la riflessione del professor Carlo Fonzi, presidente dell’Istituto abruzzese per la storia della resistenza e dell’Italia contemporanea (Iascric) alla vigilia della ricorrenza del 25 aprile, anniversario della Liberazione d’Itlia.

“Non riusciamo, come Italiani e spesso come istituzioni della Repubblica – fa osservare Fonzi – a riconoscere nella fine del fascismo la pre-condizione necessaria per l’avvio della prima vera esperienza democratica dell’Italia unita, non potendo definirsi tali né l’età liberale fino alla Grande guerra né, tantomeno, la dittatura fascista”.

“Ora, come Istituto abruzzese per la storia della resistenza e dell’Italia contemporanea e a titolo di riflessione, vorremmo porre l’accento su due dei tanti nodi di questo ‘paradosso’, tipicamente italiano, visto che in nessun altro Stato europeo c’è una tale mancanza di un mito fondativo e identitario. Il primo è un semplice dato di fatto, che però in troppi stentano a riconoscere e, diremmo, ad ‘accettare’. Da un lato il nazifascismo è stato sconfitto, dopo il conflitto in assoluto più luttuoso e devastante della storia umana che esso stesso aveva cercato e provocato; dall’altro lato, soltanto questa sconfitta ha fatto sì che nascesse la democrazia italiana”.

“Nel caso si fosse verificata la condizione opposta, cioè un nazifascismo trionfante, non saremmo neppure qui a discutere e confrontarci – aggiunge Fonzi – Sarebbe stato infatti istituito un regime opposto alla democrazia, che avrebbe chiuso ogni possibilità di libertà”.

“Il secondo nodo riguarda il modo nel quale intendiamo l’antifascismo. Per noi, non basta dire che esso è la base medesima della nostra democrazia, appunto. Occorre anche specificare che lo è proprio perché ‘plurale’, fatto di più voci e tendenze, non frutto di una sola ‘parte’, esattamente come l’esperienza resistenziale. Ricordiamoci che uomini e donne, movimenti e partiti di differenti estrazioni politiche si sono trovati uniti nell’affermare la nostra democrazia costituzionale. Non dimentichiamolo!”, conclude il professore.