PESCARA – Un’analisi dei dati relativi all’anno 2013 dell’Osservatorio del Telefono Rosa evidenzia come la violenza sulle donne è un fenomeno in continuo aumento.
I carnefici? Il più delle volte sono uomini a loro cari: mariti, compagni, figli, fratelli o nipoti e nel 58 per cento dei casi, gli abusi, che siano di tipo fisico, psicologico o economico, si consumano nel corso di una relazione affettiva (fidanzamento, matrimonio, convivenza).
Ancora una volta complice della violenza di genere, la crisi che colpisce l’uomo nella sua virilità, gettandolo nella disperazione, specialmente se disoccupato: il più delle volte incapace di portare avanti una famiglia si sente inferiore alla donna, soprattutto se lavoratrice.
L’Abruzzo si rivela una regione con alta percentuale di violenza sulle donne; come ha spiegato ad AbruzzoWeb la psicologa di Pescara, la dottoressa Silvia Ciaramellano, il 60,9 per cento delle violenze è a carico del coniuge o del convivente, il 17,3 per cento di un ex partner, il 9,9 per cento di un conoscente, il 9,2 per cento di un familiare e il 2,4 per cento di uno sconosciuto.
In Abruzzo tra il 2011-2013, il 34 per cento delle donne denuncia violenze di tipo psicologico, il 32 per cento violenze fisiche, il 19 per cento maltrattamenti di tipo economico, il 7 per cento violenze sessuali e il 5 per cento denuncia per stalking.
Il 28 per cento delle vittime si avvicina a una delle strutture antiviolenza della Regione Abruzzo per parlare direttamente con gli esperti, a volte però la violenza risulta un tabù.
Dottoressa, in che modo è cambiato il ruolo della donna rispetto al passato?
È importante riflettere sul significato che ha assunto il ruolo della donna nel corso del tempo. Nonostante ci siano stati cambiamenti importanti, le donne sono ancora oggi sottoposte a pressioni di vario genere e devono combattere con la permanenza di alcuni stereotipi sociali per i quali sono ritenute poco credibili: emotive, poco resistenti, senza attitudine al comando, non portate per gli affari e per la tecnica, poco propense alla competizione, più preparate degli uomini, ma meno affidabili.
Quando si parla di violenza sulle donne è improprio parlare di ‘questione femminile’?
La violenza sulle donne è da inserire nel tema più generale della questione femminile. La questione femminile è caratterizzata da fattori culturali, pregiudizi valoriali non favorevoli alla presenza delle donne nell’economia e nella società. Purtroppo nella fase attuale di grandi e rapidi cambiamenti, la violenza può anche essere una risposta della società all’incapacità di cambiare e di adattarsi a nuovi ruoli.
Come risponde la donna alla violenza?
Le violenze abituali purtroppo danno origine al maltrattamento. La violenza che si consuma fra le pareti domestiche solo in casi eccezionali rappresenta un fenomeno occasionale, di solito assume le caratteristiche della ripetitività e della continuità, divenendo quasi quotidiana. La donna, in questa situazione, inizia a sentirsi insicura e svalutarsi. Le donne esposte per molto tempo, alla violenza, cominciano a perdere la loro autostima, il senso di sé. La donna vittima di violenza arriva a sentirsi in colpa nei confronti del carnefice, anche solo per il fatto di ‘essersela cercata’.
La donna è ancora il sesso debole ?
Sicuramente, ad oggi, dobbiamo fare i conti con la presenza di numerosi stereotipi, tuttavia, io sono dell’idea che in assoluto non esista e non si possa parlare di un sesso debole a cui si contrappone un sesso forte, rispettivamente identificati nella donna e nell’uomo, ma che esistano sessi diversi che possono arricchirsi delle reciproche differenze. L’uomo e la donna sono identità diverse che insieme costruiscono qualcosa di importante grazie al loro modo diverso di porsi nella relazione e nel mondo, essendo complementari.
Cosa spinge alla violenza sulle donne ?
Le persone che fanno ricorso alla violenza come modalità relazionale, utilizzano l’altro a fini meramente strumentali, per scaricare una tensione, utilizzando modalità arcaiche di risoluzione dei problemi. Il partner diviene privo d’individualità, è un oggetto che deve essere posseduto per mantenere l’illusione dell’onnipotenza narcisistica. Nel momento in cui si attua la violenza, l’aggressore è totalmente incapace di entrare in relazione con l’altro e di riconoscere e accettare i suoi bisogni, fino a calpestarne l’identità.
La violenza sulle donne potrebbe essere anche una risposta alla crisi economica ?
Assolutamente si. Gli uomini violenti sono generalmente disoccupati mentre molte delle donne che subiscono violenza lavorano. Gli uomini responsabili di violenza, solitamente, fuori dall’ambiente familiare, appaiono sereni e perfetti a dispetto di quanto accade nelle mura domestiche, realtà in cui sfogano la propria frustrazione per la perdita del lavoro, le difficoltà economiche o altri disagi da essi derivanti.
Se sono le donne invece a perdere il lavoro?
Le donne che perdono il lavoro a causa della crisi, sembrano reagire meglio degli uomini probabilmente perché la loro identità non si esaurisce completamente nel ruolo di lavoratrici, pur essendo l’attività professionale fonte di soddisfazione personale e frutto di anni di studio. L’uomo perde più facilmente anche l’identità, l’autostima, relazioni sociali e possibilità economiche, esponendosi, nei casi più estremi, alla possibilità del suicidio.






