PESCARA – Dipendono dall’esito di una sentenza le tempistiche della rimozione di tonnellate di veleni delle discariche 2a e 2b che da decenni inquinano falde e terreni di Bussi sul Tirino. E soprattutto se a pagare dovrà essere il pubblico, ovvero i cittadini, oppure un privato, e non è scontato nemmeno chi sarà questo privato. Con tempistiche che on ogni caso rischiano di essere molto lunghe.

La sentenza è quella che sarà resa nota, nelle prossime settimane, o forse nei prossimi mesi, dal Consiglio di Stato, a seguito dell’udienza di giovedì scorso sul ricorso presentato dalla Edison alla precedente sentenza del Tar, che ha confermato un’ordinanza della Provincia di Pescara del giugno 2018, che ha considerato la multinazionale responsabile dell’inquinamento, fino a quando ha operato nel polo chimico di Bussi, per poi vendere nel 2012 i suoi stabilimenti alla Solvay. 

Lasciando in eredità, almeno per la Provincia e Tar, le discariche 2a e 2b, a poca distanza dalle 250 mila tonnellate di scarti della lavorazione industriale del più famoso sito “Tre Monti”, dove la Edison qui dichiarata responsabile ha iniziato l’opera di bonifica con la tecnica del desorbimento termico. 

Controparte della Edison sono la Provincia di Pescara, difesa dall’avvocato Matteo Di Tonno, il Comune di Bussi, difeso dall’ avvocato Annamaria Di Bella, e anche la Regione Abruzzo e il Ministero, difesi dall’avvocatura dello Stato, rappresentata da Cristina Gerardis, ex direttore generale delle Regione Abruzzo.

La Edison sostiene di non essere responsabile di uno stoccaggio di materiali pericolosi che si sono accumulati nel corso di un secolo, tanto è durata l’epopea industriale del polo chimico. Tirando in ballo anche le eventuali responsabilità della Solvay che ha preso il suo posto dopo il 2012. E ponendo questioni di competenza della Provincia che ha emanato l’ordinanza.

Sostengono l’opposto, come ovvio, gli avvocati della parte pubblica.

Spiega ad Abruzzoweb Gerardis: “Edison insiste sulla incompetenza della Provincia ad emanare quel provvedimento, essendo a loro avviso competente il ministero dell’Ambiente. Insistono inoltre sul fatto che gli interventi ambientali vanno richiesti a Solvay e sulla loro vecchia tesi che lì non ci sia nessun inquinamento ambientale. E che comunque non ne possono rispondere perché quando le discariche furono create non c’erano norme a tutela dell’ambiente. Io e Di Tonno, che difende la Provincia, abbiamo evidenziato invece che sul piano ambientale è conclamata la situazione di contaminazione e che la Cassazione ha puntualmente smentito la loro tesi per cui a quell’epoca si potevano sotterrare impunemente rifiuti pericolosi, considerando che erano gli anni ’80”.
 
“Io credo che questa decisione – aggiunge Gerardis – sia importante soprattutto per sbloccare in un senso o nell’altro la procedura pendente al ministero dell’Ambiente avente ad oggetto la gara per la bonifica di quelle aree. Anche per questo l’Avvocatura ha presentato una istanza di fissazione anticipata dell’udienza: per avere la parola fine su un provvedimento che se venisse confermato potrà dare al territorio e alla popolazione immediati effetti positivi. Il risanamento ambientale dell’area di Bussi non può più aspettare”.

Aggiunge l’avvocato Di Tonno: “Nella vicenda del polo industriale di Bussi si intrecciano problematiche giuridiche di non poco conto. L’individuazione del responsabile dell’inquinamento è il risultato di un procedimento complesso che ha richiesto una forte base documentale e scientifica”.

“Riguardo al contenzioso – spiega poi l’avvocato -, posso dire che la Provincia ha replicato con fermezza al ricorso di Edison; abbiamo fatto valere in modo estremamente puntuale la legislazione europea e nazionale a tutela dell’ambiente. Siamo fiduciosi nell’esito del giudizio che non potrà che confermare il lavoro svolto. Non escludo che la sentenza su Bussi possa diventare un punto di riferimento per i tanti siti inquinati purtroppo sono presenti nel nostro Paese”.

Il paradosso della vicenda è però che se sarà confermata la responsabilità della Edison, le tempistiche per intervenire rischiano comunque di essere lunghe.

Per comprenderlo occorre riprendere il filo della complessa vicenda.

Va prima di tutto ricordato che sulla discariche 2a e 2b si registra da anni una situazione di clamorosa impasse.

Il progetto di bonifica era stato predisposto dal commissario straordinario Adriano Goio nel 2014. Quando ancora non era stato individuato un responsabile. 

Nel febbraio 2015, dopo anni di lungaggini, è stato approvato il piano di “caratterizzazione”, condizione essenziale per progettare la bonifica.

Dopo la morte di Goio, nel marzo 2016, la pratica è passata al ministero dell’Ambiente, e finalmente a febbraio 2018 sono stati affidati, con un bando pubblico, i lavori di bonifica ad un raggruppamento d’imprese guidato dall’azienda belga Dec-Deme e composto da Safond Martini Srl, Elios Ambiente Srl, Sidra Società italiana dragaggi Spa e Cooperativa San Martino soc.coop.

Lavori per 45 milioni di euro, messi a disposizione nella legge finanziaria 2016, a valere sui fondi della ricostruzione post-sismica 2009, soprattutto grazie all’interessamento dell’allora senatore Giovanni Legnini, ora commissario alla Ricostruzione sisma 2016.

Doveva essere stipulato il contratto entro aprile 2018, che però non è stato mai sottoscritto, per ragioni mai chiarite. 

Allorchè la Provincia ha individuato come responsabile la Edison, i lavori devono, o meglio dovrebbero essere a danno dell’impresa: lo Stato rimuove i veleni, anticipando i fondi e poi gli manda le fatture per essere risarcito. 

Lo stesso Legnini, candidato a gennaio 2019 presidente della Regione del centrosinistra, prima delle dimissioni da consigliere regionale per assumere il nuovo incarico da commisssario, ha presieduto la commissione regionale d’inchiesta volta a comprendere le ragioni di questo nulla di fatto. 

Ricollochiamoci dunque davanti al bivio che traccerà la futura sentenza.

Prima ipotesi: se il Consiglio di Stato non riterrà responsabile dell’inquinamento la Edison, allora la palla tornerà in mano alla Provincia di Pescara se non addirittura proprio al Ministero.

L’attenzione degli Enti si potrebbe spostare su Solvay, con una ordinanza nei suoi confronti.  E allora dovrà essere lei a farsi carico della bonifica. Ma si può dare per scontato che anche la Solvay farà ricorso al Tar contro l’ordinanza, come ha fatto la Edison. 

Potrebbe persino riuscire impossibile, per la parte pubblica, individuare l’autore degli inquinamenti.

A Bussi, in oltre un secolo di attività industriali, si sono del resto alternate una miriade di societa chimiche Ausimont, Silysiamont, Medavox, Montecatini, Montedison, Società Chimica Bussi, Isagro, solo per citarne alcune. 

Se insomma non si individuera’ un responsabile, ma questo avverra’ si può ragionevolmente ipotizzare dopo un lungo contenzioso,  lo Stato dovrà farsi carico dell’intervento,  firmando finalmente il contratto, e consentire alle ditte appaltanti di avviare la bonifica, a carico dell’erario, sempre che i famosi 48 milioni siano ancora effettivamente disponibili.  

Bonifica con conseguenze per il Comune di Bussi che nel frattempo ha comperato i terreni inquinati. I terreni da bonificare verrebbero sostanzialmente ipotecati dal Ministero che potrebbe addirittura espropriarli.

Seconda ipotesi: nel caso invece il Consiglio di Stato, confermando la sentenza del Tar, dovesse dare torto alla Edison, il costo dell’intervento sarà completamente a carico dell’impresa.

Ed è ragionevole ritenere che la Edison chiederà di poter predisporre lei un progetto di bonifica, se possibile meno oneroso. 

Questo significherà che l’iter dovrà ripartire da capo, tenuto conto della sua complessità, fatta di conferenze di servizi, pareri e contro pareri.

In ogni caso  i veleni rischiano di rimanere dove sono per molti altri anni ancora.