L’AQUILA – Va bene, Signor Rossi. Va bene così, anche se puoi fare di meglio. Promozione per il “Blasco” nel primo giorno di scuola del nuovo tour, la “data zero” di domenica sera al “salottino” del “Conero” di Ancona, cornice adattissima per questa sorta di mega prova generale davanti a quarantamila fan.
Aveva detto che sarebbe stato un concerto tutto nuovo, il Kom, ed è stato di parola. Una scaletta che sta già facendo e farà discutere, com’era prevedibile, con qualche piacevole variazione sul tema rispetto ai pronostici diffusi sul web dalle “gole profonde” delle comunità di fan, qualche sorpresone, almeno un paio di bei ritorni.
È un concerto che ruota, soprattutto all’inizio, sul nuovo album Vivere o niente, com’è giusto che sia. Ma è un concerto strano, oscuro per quanto affascinante, solo per amatori si potrebbe dire, che potrebbe lasciare perplesso un vascomane alle prime armi.
L’esordio è a tamburo battente con due cavalcate rock del nuovo lp, Sei pazza di me e Non sei quella che eri. Soprattutto per la prima lo spirito sembra quello dei grandi live del 1990, ma qualcosa non quadra: il canto iniziale a voce bassa non trascina, le chitarre sembrano timide e si sente solo quella macchina da guerra di Laugh alla batteria. Al mixer c’è da registrare qualcosa.
Alla terza traccia si pesca ancora dall’album nuovo, la country Starò meglio di così, tanto intima da studio quanto timida da stadio. Il cavallo di razza deve ancora entrare in partita e per farlo ci vuole un grosso calibro. È Giocala. Che fa respirare anni Ottanta a pieni polmoni, con quella ragazza che, tanti anni dopo, di crescere e cambiare non ci pensa proprio. Vasco gesticola e farfuglia l’inesistente seconda strofa e adesso sì, si riconosce, comincia a essere lui.
Un boato tra i fan più sfegatati quando si riconoscono gli accordi della rara È solo un rock ‘n’ roll show, presentata a San Siro nel 2003 prima di comparire nell’album Buoni o cattivi e mai più risentita. Sfrontato, sfacciato, rifiutato ma beffardo con la solita, maledetta ragazza, il Kom “prende fuoco e dopo non risponde di sè”, mentre i più smaliziati la cantano a squarciagola, mentre altri stanno zitti e si chiedono che roba è.
Fa vibrare i cuori la piacevolissima Dici che, nuovo cadeau di Vivere o niente, la prima che dal vivo rende davvero bene, seguìta da una frettolosa Siamo soli, resa potente solo dalla schitarrata che per molti fan assomiglia a un momento catartico.
A sorpresa, a questo punto Vasco piazza il Manifesto futurista della nuova umanità, una delle più trascinanti del nuovo lavoro, ma anche una canzone che sembra cardine del “nuovo Vasco”, quello che entra nel secondo decennio dei Duemila intrigato da Facebook e dalla possibilità di comunicare i suoi pensieri a milioni di fan tutti i giorni. Il ritmo è trascinante, ma anche qui le belle chitarre di Solieri e Burns la sensazione è che se le godano solo quelli delle prime file. Qui finisce la prima parte, con il melodico interludio, dopo appena nove pezzi, altra innovazione.
Si riprende con un’atmosfera psichedelica che fa sbuffare i ragazzini e manda in brodo di giuggiole i fan più attempati. Il basso del “Gallo” traccia un giro che non si può non riconoscere: la lenta, lentissima, più lenta, delirante Alibi, un vero tocco da maestro a questo punto. Vasco ne approfitta per un sermone sul fermo di polizia “portato da 24 a 48 ore”, poi si lancia in un altro graditissimo ritorno, La fine del millennio.
I gradi centigradi cominciano a salire davvero, sia negli stomaci sia in concreto, perché il calore delle fiammate che si sprigionano per accompagnare Gli spari sopra, eseguita velocissima, come negli anni belli, arriva eccome anche agli spettatori.
È il momento del revival e quando Solieri tratteggia le prime note di Non l’hai mica capito il “Conero” viene giù. Quanto tempo era che non la faceva? Tanto, tantissimo, troppo. “Nonostante tutto, ti voglio”, mormorano tanti ai loro partner, magari anche Burns alla bella Maddalena Corvaglia, “raccomandata” dallo sposo in prima fila.
Nuovo tributo all’album nuovo con L’aquilone e l’ottima, ottima davvero Eh già, molto più “da stadio” di quanto si potesse pensare.
Si arriva al medley, corredato, novità assoluta, da un sensuale balletto. Rewind, Ti prendo e ti porto via, Gioca con me e Delusa: quattro spari, un solo messaggio, “stai all’occhio, ragazza, le prendo ma le do pure”.
Precipitosa frenata e cambio totale di scena con Canzone, finalmente, è davvero il caso di dirlo, spostata dalla nicchia che gli era stata ricavata tra Vita spericolata e Albachiara e finalmente, pure questo è il caso di dirlo, suonata intera. Accendini, sensazioni, emozioni. Si va verso il clou. Ultimo tributo all’album nuovo con la title track Vivere non è facile, e poi si trema.
Guarda dove vai è arrangiata in versione un po’ più pop rispetto a quella randellata di Fronte del palco, ma sempre, sempre entusiasmante: è quella che fa gridare di più.
Segue Un senso, ormai cavallo di battaglia, e poi si torna indietro di due anni, al medley acustico dello Europe Tour, con Vasco-solo-chitarra che parte con Sally, anche se prima bofonchia qualche nota di Per quello che ho da fare (faccio il militare) e Jenny, “imparo meglio gli accordi e la faccio più avanti”. Ci attacca Dillo alla luna, con Incredibile romantica rientra la band per i bis e le chitarre ora sì, che fanno battere forte il cuore.
C’è anche un attimo per occuparsi velocemente della bistrattata Senza parole, che tanto gli viene stupenda comunque la suoni, poi si va chiudere il sipario: Vita spericolata, ancora solo piano, ancora più accorciata, ma perché non la rifa suonare a Solieri?, e Albachiara, che chiude con la ceralacca un concerto spigoloso, ma da incorniciare.
È stato splendido, ci vediamo a San Siro.



