L’AQUILA – Ci vuole un “rettore-ingegnere” per rilanciare l’Università dell’Aquila. Ne è convinto il professor Angelo Luongo, 59 anni, uno dei quattro candidati alle elezioni che, di qui a pochi giorni, decideranno la nuova guida della storica istituzione cittadina.

Luongo è stato uno dei primi nomi del “toto-rettore”, sin da quando, da prorettore vicario che era, indicato come un “fedelissimo” dell’uscente Ferdinando Di Orio, etichetta che rifiuta, durante una riunione marcò una netta discontinuità.

Oggi spiega quella separazione, “volevo lavorare per fare e invece Di Orio voleva un esecutore della sua volontà” e non lesina critiche all’uscente, “ha salvato l’Ateneo ma prevalgono gli aspetti negativi: gestione troppo personalistica e nessun ruolo nella ricostruzione”.

La grande novità che Luongo propone è una visione di “ateneo-azienda” con dei dipendenti che diventino anche “soci”, investendo capitali in ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico. Inoltre, per Luongo l’Università deve prendere la guida delle idee della ricostruzione.

Quanto agli scenari elettorali, il prof si vede in ballottaggio con la “delfina” dell’uscente, Maria Grazia Cifone, “e in quel caso prevedo di vincere”. Critiche a tutti i suoi tre contendenti, accettazione ma con dei distinguo del ‘decalogo degli oppositori’.

Da dove nasce la sua candidatura?

In linea con la mia formazione di ingegnere matematico, punto a migliorare il sistema universitario e a innovarlo, coniugando razionalità e pragmatismo. Voglio proporre un modello nuovo di governance per questo Ateneo.

Si tratta quindi di una discesa in campo in discontinuità con il rettore uscente.

In forte discontinuità soprattutto rispetto alla gestione ultima di Di Orio. Della vecchia gestione avevo apprezzato molto la prima fase, quella dell’organizzazione del lavoro. Successivamente, però, non ho condiviso una certa gestione accentratrice, personalistica, che ha portato l’Ateneo in una posizione di isolamento. Gestione che, tra l’altro, è stata fortemente criticata anche nell’ultimo Consiglio comunale con i quattro candidati. Io faccio del rapporto con la Regione e il Comune il punto centrale.

Ma lei è sempre stato descritto come un ‘fedelissimo’, a questo punto ex, del rettore uscente!

No, questa definizione l’ha inventata la stampa o non si era capito bene. Sono un fedelissimo dell’istituzione universitaria. A me piace fare, quando Di Orio mi chiamò per fare accettai con entusiasmo, pensai che avrei potuto dare un forte contributo all’Ateneo. Il rettore, però, ha inteso quel ruolo come quello di un mero esecutore della sua politica, non mi ha consentito di apportare un contributo fattivo di idee. Da qui la separazione.

Qual è il bilancio complessivo di 9 anni di gestione Di Orio, allora?

Non è facile dirlo perché c’è stato il grande merito di aver salvato l’Università e questo gli fa meritare una posizione di rilievo nella storia della città e dell’ateneo stesso. Detto questo, certamente gli aspetti negativi di gestione interna e dei rapporti con l’esterno prevalgono su quelli positivi. C’è poi la grave responsabilità nel non aver colto l’opportunità, soprattutto dopo il sisma, di offrire un supporto ai processi di ricostruzione.

L’università è spaccata in due gruppi e gli “oppositori” della governance propongono un decalogo per avere i loro voti. Che ne pensa?

L’ho letto e sono in gran parte d’accordo sulle questioni di principio, su quelle morali. Sono in disaccordo, invece, su certi aspetti che mi sembrano invece di ‘antagonismo di principio’. Per esempio non avere carichi pendenti che varrebbe anche per un processo per diffamazione. Sono poi dubbioso sulla costituzione dell’Ateneo come parte civile nel processo per i maxi affitti, penso sia giusto che la giustizia faccia il suo corso senza ulteriori interventi da parte nostra. Sono invece d’accordo sui punti di carattere etico, inclusa la disponibilità a dimettersi in caso di sfiducia.

Che ne pensa dei tre contendenti che si misureranno con lei?

Sono tutti degli studiosi, io sono un ‘clandestino’. La novità è però che si sono candidati quattro ricercatori, mentre in passato toccava ai grandi manager. È una svolta, ma ho critiche per ognuno di loro. Maria Grazia Cifone è troppo in stretta continuità con la vecchia gestione, ne rileverebbe giocoforza il peso e la critica. Francesco Vegliò ha una formazione da ingegnere molto simile alla mia ma è estremamente inesperto, non ha esperienza gestionale. Paola Inverardi ha una visione un po’ troppo elitaria della didattica e della ricerca che nuocerebbe alla formazione, che dovrebbe essere flessibile per far affacciare i professionisti sul mercato del lavoro.

Alla luce degli scenari del voto, secondo lei si andrà al ballottaggio e se sì tra chi?

Ci sono posizioni molto diverse, alcuni candidati sono espressi da gruppi di potere. La mia invece è una candidatura di opinione che, se raccolta, può mettere in difficoltà gli altri candidati, perché potrebbe mettere insieme uno schieramento trasversale. Mi auguro di arrivare al ballottaggio con la Cifone e, in quel caso, prevedo una vittoria da parte mia.

Andando agli argomenti, anche lei tema con il ritorno delle tasse da pagare un crollo degli iscritti?

Non penso ci sarà un crollo, ma solo una lieve flessione. Per contenerla dobbiamo presentare un progetto di riorganizzazione in sinergia con la città alla fine del 2013. Dire agli studenti che stiamo lavorando per creare un progetto di università nuova in una città nuova. Questo darà la fiducia a studenti, cittadini e imprenditori e limiterà le perdite.

È favorevole a un Ateneo unico regionale?

Sono decisamente d’accordo, perché è una posizione in linea con la storia: le macroprovince, la macroregione adriatica, la futuribile macroregione del Sud. Essere soli e piccoli oggi è una scelta perdente, sposo appieno la linea del presidente della Regione, Gianni Chiodi, che auspica l’Università regionale. Per arrivarci dobbiamo fare un passo intermedio, quello della federazione tra i tre atenei.

Qual è il suo modello di business per l’Università?

L’Università azienda, e sono l’unico a proporlo. Il ‘mio’ ateneo investe nei poli di innovazione con tutti i fondi propri che, invece di essere distribuiti al personale che ne compri ‘bot’, vengono investiti in ricerca e trasferimento tecnologico. Li facciamo fruttare così da produrne un vantaggio per la regione, l’università e i singoli. Il personale, insomma, diventa socio dell’università e non dipendente. Presenterò anche a Confindustria la mia idea.

Che ruolo ha avuto e che ruolo avrà l’ateneo nella ricostruzione post-terremoto?

Non ha avuto ruoli e questa è la maggiore critica che faccio alla vecchia gestione. Abbiamo avuto l’atteggiamento di chi usufruisce di un servizio, come fosse compito di Comune, Regione e Stato, quando invece va ribaltata la visione: dobbiamo essere noi a proporci per fornire idee alla pubblica amministrazione per una ricostruzione globale che inquadri l’ateneo come motore di sviluppo. Noi forniamo le idee, suggeriamo da quale parte andare. Non è tardi per assumere questo ruolo, il discorso in Consiglio comunale è stato recepito, si è detto che l’amministrazione ha bisogno di idee e di progettualità che sono dell’università e, permettetemi di dirlo, che solo un rettore-ingegnere saprebbe dare.