L’AQUILA – È il momento della verità per l’ex rettore dell’Università dell’Aquila, Ferdinando Di Orio: dopodomani sono previste le richieste del pm e poi la sentenza nell’ambito del processo per concussione nei confronti del docente dello stesso ateneo Sergio Tiberti in corso al tribunale di Roma.
Si tratta del primo dei tre procedimenti a suo carico ad approdare al verdetto finale, celebrato nella nona sezione del tribunale di Roma dopo essersi originato all’Aquila.
“Oltre 200 mila euro in 10 anni versati a titolo personale”, questa la quantificazione della concussione fatta da Tiberti nella sua denuncia del 13 settembre 2009, in cui spiega di aver detto basta nel 2006 alle dazioni che gli venivano richieste dal rettore, sotto la minaccia di compromettere, in caso contrario, la carriera accademica e professionale del docente di Igiene dell’allora facoltà di Medicina.
C’è molta attesa per un epilogo che arriva dopo lunghe indagini e dopo molte udienze di un processo che negli anni scorsi dall’Aquila è stato trasferito a Roma.
Nel corso del dibattimento sono emerse contraddizioni ed elementi esibiti dall’ex rettore a sua discolpa che, però, non hanno trovato riscontro.
L’accusa, in particolare, ritiene che una delle “frecce” a disposizione per sostenere l’imputazione riguarda l’aspetto fiscale: l’ex uomo forte dell’ateneo aquilano e non solo, si è difeso spiegando che i soldi di Tiberti erano relativi a pagamenti di consulenze, per i quali non ha esibito fatture o altre documentazioni.
E a tale proposito, incalzato dal legale di Tiberti, l’avvocato Giorgio Tamburrini, ha ammesso di non aver rispettato le leggi fiscali.
Un aspetto complesso, tanto da aver originato anche un’altra inchiesta per evasione fiscale, stavolta all’Aquila.
In una delle udienze preliminari di fronte al giudice Maddalena Cipriani, su questo tema, c’è stato un colloquio serrato in aula tra l’avvocato Tamburrini e l’imputato, in particolare sulla “elasticità” nel fatturare e dichiarare al fisco gli importi ricevuti a suo avviso come consulente della Sma Srl, società di proprietà di Tiberti.
Di Orio, difeso da un nome di prestigio, Guido Calvi, ex componente del Consiglio superiore della magistratura, e da Maria Alicia Mejia Fritsch, ha cercato in qualche modo di spiegare che parte della somma era considerata “un’anticipazione che il professor Tiberti mi fece su un finanziamento Enel che doveva ancora pervenire”: una commessa, però, che era destinata all’ateneo e non alla sua persona. E che Di Orio, sempre in udienza, ha affermato di non essere mai arrivata.
L’avvocato lo ha incalzato, “ma lei lo sa che la normativa fiscale italiana non consente questa elasticità, questa soggettività, i soldi si dichiarano nell’anno in cui si ricevono esatto?”.
“Certo, ne prendo atto – ha risposto Di Orio – ma io ho creduto a tutto quello che diceva il professor Tiberti, che tutto andava a essere compensato con il finanziamento Enel” e poi ha ammesso: “Forse in questo non sono abbastanza attento alle questioni”.
Veemente la reazione del legale, “lei è un rettore, ha due lauree, ma non sa che le somme si dichiarano al fisco secondo ciò che impone lo stato?”.
“Ne prendo atto – ha ripetuto l’ex rettore – invece tutte le altre che vengono citate, che anche lei dichiara negli anni, io ho tutte chiesto l’autorizzazione e l’ho citato”.
Dichiarazioni ritenute in contraddizione, perché nei riscontri effettivi le fatture non sono state trovate e non c’è traccia di quei lavori e consulenze citati da Di Orio.
E dopo un fuoco di fila di domande di Tamburrini, è intervenuto anche il gup Cipriani: “Questi 50 mila euro non sono stati dichiarati al fisco perché le mancava il titolo, la mancanza del titolo è praticamente perché sono il prezzo della concussione, questo spiega la rilevanza delle domande e il perché sta insistendo su questa cosa”.
“Quando il coniglio esce dalla tana… pum… pum… pum…! Io ti distruggo, io non ti faccio vivere!”, erano di questo tenore, secondo il pubblico ministero Giuseppe Deodato, le minacce.
Tra le dazioni denunciate anche l’acquisto di costosi regali, come la macchina per la figlia dell’allora rettore, poi sostituita da un’altra ritenuta migliore, vacanze e abiti sartoriali di lusso.
Di Orio si è sempre difeso da queste accuse negando ogni richiesta di dazioni e regalie (quest’ultimo termine è stato sempre contestato dalla difesa di Tiberti) evocando, piuttosto, l’ipotesi di una “vendetta” del docente, suo ex amico, dopo il contrasto sorto su uno studio di Tiberti commissionato da Enel sulle condizioni di vita dei territori in cui sono presenti le centrali a carbone. Un fatto, anche questo, non riscontrato.
L’inchiesta sulla concussione si è sviluppata in oltre 3 anni in modo controverso e con numerosi cambiamenti dei protagonisti inquirenti e giudicanti, a partire dal trasferimento dalla procura dell’Aquila a quella di Roma per competenza territoriale.
Nell’ottobre 2010 il pubblico ministero della procura romana Pietro Giordano ha chiesto l’archiviazione, qualche tempo dopo è tornato sui suoi passi, alla fine il fascicolo è passato di mano a un nuovo pm, l’attuale Deodato.
Non si tratta del solo guaio giudiziario per l’ex rettore. Di Orio è imputato anche all’Aquila per abuso d’ufficio aggravato (assieme ad altri due) nell’ambito dell’inchiesta sul maxi affitto del capannone ex Optimes per ricollocare la facoltà di Ingegneria dopo il sisma del 6 aprile 2009.
È stato anche rinviato a giudizio dal tribunale di Rieti (assieme a un altro), sempre per abuso d’ufficio aggravato, nell’ambito dei rapporti post-terremoto tra l’Ateneo aquilano e il Comune di Antrodoco.
Ancora, ha ricevuto una richiesta di rinvio a giudizio per calunnia da parte del pm dell’Aquila Simonetta Ciccarelli. (b.s.)





