L’AQUILA – “E’ indubbio che l’Italia ha seri problemi di fabbisogno energetico, con le bollette che si fanno pesantemente sentire su famiglie e imprese. Ma da cittadino che ama il nostro mare dico: quanto sarà risolutivo moltiplicare le piattaforme di estrazione al largo della costa abruzzese, quale è il rapporto costi e benefici? Il gioco vale davvero la candela?”
A chiederselo, e non è il solo, è Alessandro Grimaldi, primario del reparto di malattie infettive dell’ospedale “San Salvatore” dell’Aquila, e presidente regionale del sindacato di medici e dirigenti ANAAO Assomed.
Un legittimo interrogativo, in questo caso formulato da privato cittadino, ma assiduo frequentatore della costa teramana, dove ha casa di famiglia, e di quella chietina, in quanto la moglie è originaria di Paglieta.
Questo nelle ore in cui in attesa della pubblicazione del Piano per la transizione energetica sostenibile (Pitesai), ovvero della mappa dei paletti per l’estrazione di gas, si conferma la forte volontà del governo di Mario Draghi, di portare, per far fronte al drammatico caro energia, l’estrazione del gas nazionale dagli attuali 4,5 miliardi di metri cubi verso quota 8-10 miliardi, a fronte di un fabbisogno complessivo annuo di 70 miliardi di metri cubi, quasi tutto importato. Questo significa anche, come più volte evidenziato da Abruzzoweb, che potrebbero al largo delle coste abruzzesi, come pure in terraferma, diventare tra un paio d’anni operativi ben 15 permessi di ricerca che sono stati sbloccati a inizio 2021, dopo essere stati congelati dal decreto Sviluppo nel nel febbraio 2019 e che ora non sembrano avere ostacoli. A cui si aggiunge, ove possibile, l’incremento della produzione delle piattaforme ad oggi già attive.
“Quello che occorre, – mi permetto di dire – spiega Grimaldi – è lavorare ad un serio studio di costi e benefici, che riguardi l’impatto complessivo di tali iniziative. Perché tra le intenzioni del governo e quelle delle politiche di transizione ecologica e le politiche di valorizzazione turistica, ritengo che possa esserci un forte contraddizione. Lungo la costa dei trabocchi è stata ad esempio realizzata una meravigliosa pista ciclopedonale, c’è uno sforzo di promozione per il nostro mare, stanno nascendo attività legate al turismo, in un sistema di vocazione territoriale in cui rientra anche l’agroalimentare di qualità”.
Ebbene, ragiona Grimaldi: “se ora per dobbiamo estrarre gas, compromettiamo i fondali, la pesca, il paesaggio, lo syi line, moltiplichiamo i rischi di inquinamento, il gioco non è affato detto che valga la candela”.
Grimaldi cita poi la vicenda della piattaforma Ombrina, che doveva essere realizzata proprio al largo della costa dei Trabocchi, progetto poi ritirato a seguito delle forte protesta di sindaci, associazioni ambientaliste e cittadini.
“In quel caso il petrolio che avrebbero dovuto estrarre era di bassa qualità, ottenuto dalla frantumazione delle rocce, dunque compromettendo i fondali, e con vantaggi molto relativi, e con una quota di inquinamento data per inevitabile. Allo stesso modo dovrebbero dirci ora prima di tutto quanto e quale combustibile sarà estratto, di che qualità, e se esistono alternative. Certo è che al largo delle nostre coste non c’è u giacimento come quello trovato dall’Eni sul mare egiziano, di dimensioni enormi: non sarà da quello che leggo e apprendo, risolutivo per la nostra autosufficienza energetica”.
“Ripeto, non sono un esperto, ma è l’Europa stessa ad verdetto che occorre puntare con decisione sulle fonti energetiche sostenibili, su questo è stato costruito il Pnrr, le trivelle rappresentano l’imboccare, sulla spinta di una emergenza che sarà con ogni probabilità limitata nel tempo, una strada ben diversa, anzi, un tornare indietro”





