PESCARA – Gli “ufo”, questo il termine coniato dal presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, per i pozzi di estrazione di gas e petrolio, non aleggiano solo sul mare Adriatico, ma hanno già perforato e da tempo il territorio abruzzese.
Pochi lo sanno, ma molti altri potrebbero atterrare se si trasformeranno in trivelle i permessi di ricerca già concessi, e se sarà dato il via libera a ulteriori istanze.
In tutto sono 4.223 chilometri quadrati, quasi la metà del territorio abruzzese, a essere interessati alle mire delle società petrolifere.
Un quadro di massima è stato forniti da un dossier realizzato da Legambiente, Wwf, Italia Nostra, Fondo ambiente italiano (Fai), Arci e Club alpino e Lega italiana protezione uccelli (Lipu), che si basa sui dati aggiornati al 15 marzo 2015, dunque recentissimi, del ministero dello Sviluppo economico (Mise).
E andando alla fonte, scorrendo cioè le tabelle ministeriali, si acquisice la contezza del fatto che la battaglia durissima, che anima le cronache politiche regionali, contro le piattaforme petrolifere, in particolare quelle più vicine a ottenere il via libera, Ombrina mare 2 e Elsa 2, mette in secondo piano le decine di progetti petroliferi che interessano la terraferma.
Progetti che, sottolineano le sigle ambientaliste firmatarie del dossier, insistono in una Regione in cui “si contano tre parchi nazionali, un grande parco regionale, quattordici riserve statali, oltre trenta riserve regionali o di carattere provinciale, un’area marina protetta, 58 siti della Rete Natura 2000 creata dall’Unione europea per la tutela della biodiversità del nostro continente”.
A seguito delle modifiche apportate dal decreto Sblocca Italia, d’ora in avanti a decidere sarà il ministero, “sentita la Regione”, il cui parere, tuttavia, non sarà più vincolante.
E a valutare i singoli progetti non sarà più il Comitato di valutazione di impatto ambientale regionale, che ha bloccato anche in Abruzzo molte perforazioni, ma il Via nazionale, in un’ottica di interesse strategico delle politiche energetiche del Paese, contro cui non ci sarà assessore regionale, sindaco e comitato che potrà far valere la sua contrarietà.
A tal proposito le sigle ambientaliste osservano che “oggi la Regione Abruzzo non ha una legge regionale minimamente efficace nella difesa del proprio territorio dalla deriva petrolifera”.
I primi due tentativi normativi contro le trivelle furono fatti con la Giunta regionale di Ottaviano Del Turco, con la legge 2 del 2008 e la legge di modifica 14 del 2008, dichiarate incostituzionali dalla Corte Costituzionale con sentenza numeor 68 del 26 febbraio 2010.
Il terzo intervento legislativo è stato fatto con la legge 32 del 2009, voluta dal governo di Gianni Chiodi, che, osservano gli ambientalisti, “pur presentando alcuni elementi di criticità, aveva il vantaggio di vietare le attività inerenti gli idrocarburi in buona parte del territorio regionale. La norma fu comunque anch’essa dichiarata incostituzionale”.
Una nuova legge, sempre approvata dal Governo Chiodi, la numero 48 del 2010, attualmente in vigore, viene infine giudicata inutile, alla luce della nuova normativa nazionale, e in particolare dello Sblocca Italia, che accentra il potere decisionale nelle mani del governo.
L’estrazione petrolifera ha interessato e interessa l’Abruzzo, con 8 concessioni attive a partire anche dagli anni ’70, in territori che complessivamente arrivano a di 441 chilometri quadrati.
Tre soli sono, però, i pozzi attivi, che estraggono ogni anno oltre 30 milioni di metri cubi di gas naturale.
Alcune attività sono prossime alla chiusura, altre sono state messe in stand-by, come una riserva da cui attingere in futuro.
Sei dei pozzi realizzati sono in provincia di Chieti.
A Filetto la Gas plus italiana estrae dal 1972 circa 6,2 milioni di gas naturale.
Nel sito “Fiume Treste”, nel comune di Cupello, a cavallo con il Molise, ha invece estratto gas l’Eni, dal 2004 al 2006, con una media di 14 milioni di metri cubi l’anno.
Sempre l’Eni a Santa Maria Imbaro ha estratto 148 mila metri cubi di gas e 9.500 tonnellate di olio greggio fino al 1994, presentando istanza di rinuncia nel 2003.
Ci sono poi i pozzi di San Basile, della Rockhopper Italia, relativo a un giacimento di 97 chilometri quadrati compreso tra Bucchianico, Arielli e Lanciano. La produzione è durata dal 1990 al 1998, con una media di ben 15 milioni di metri cubi di gas. E ora è sospesa.
L’Adriatica Idrocarburi ha due pozzi produttivi ma in stand by a Miglianico. Ha estratto solo nel 2004, circa 322 mila metri cubi di gas naturale, e circa 879 mila tonnellate di olio greggio. La concessione durerà fino al 2020.
C’è infine Aglavizza, tra i comuni di Cupello e Monteodirisio, della Rockhopper. Il titolo è vigente da 2 anni, ma l’estrazione ancora non viene avviata.
Passando alla Provincia di Teramo sono due i siti attivi. L’Adriatica idrocarburi e la Gas plus estraggono gas dal 2012 nel sito di 22 chilometri quadrati tra i Comuni di Atri, Casoli e Mutignano. Con media annua di circa 19,2 milioni di metri cubi.
Nel sito di San Mauro, tra Bellante Mosciano Sant’Angelo opera ancora la Gas plus, in sinergia con Canoel e Petrorep. Estraggono dal 2004 circa 5 milioni di metri cubi di gas all’anno.
In Abruzzo ci sono poi 12 permessi di ricerca già concessi, per fare indagini geologiche e scavare anche pozzi di esplorazione, al fine di valutare la consistenza del giacimento e la convenienza nell’estrarlo. L’avvio effettivo dell’estrazione presuppone, però, un ulteriore via libera dal governo.
Un placet che deve tenere conto delle resistenze, date oramai per scontate, da parte di Regione, sindaci e comitati locali. Molti sono, infatti, i permessi di ricerca elencati di seguito sospesi a seguito di contenziosi amministrativi.
In provincia di Chieti in un territorio di 179 chilometri quadrati nel comune di Bucchianico, ha cercato oro nero e gas fino al settembre 2007 l’Adriatica Idrocarburi. Il permesso è stato però sospeso, in attesa del pronunciamento della Via regionale.
C’è poi il permesso “Civita”, tra Atessa, Torino di Sangro e San Salvo, concesso alla Rockhopper, sospeso dal dicembre 2013 a seguito di un ricorso al Tribunale amministrativo regionale per l’annullamento del parere negativo della Via regionale.
Su di un area di 35 chilometri sul monte Pallano, tra i comuni di Bomba e Tornareccio, ha cercato greggio la Forest Cmi e Intergie. Al permesso di ricerca ha fatto seguito la richiesta di estrazione, ma la Via regionale ha espresso parere negativo.
Interessa anche l’Abruzzo l’attività di ricerca dell’ Adriatica Idrocarburi a Pescopennattaro, comune del Molise, a pochi chilometri dal comune teatino di Rosello.
E ancora l’Adriatica idrocarburi opera in un territorio di 140 chilometri quadrati nel comune di Ortona, Fossacesia e Lanciano. Ricerca, anche qui, sospesa sino alla richiesta di pronuncia d’intesa da parte della Regione Abruzzo. Con successivo decreto sarà determinato il termine finale della sospensione.
Tre i permessi di ricerca concessi alla Lumax Oil, in tre aree della provincia dell’Aquila. Permessi però sospesi a fine 2008.
Il primo permesso denominato “Fiume Aniene”, di 223 chilometri quadrati va da Tivoli nel Lazio, a Capistrello e Civitella Roveto in provincia del Aquila.
Il titolo di ricerca “Lago del Salto”, interessa un territorio di 410 chilometri tra Rieti in Lazio e Carsoli e Tagliacozzo in Abruzzo.
Un terzo permesso interessa un ampio territorio che va da Sora nel Lazio a vari comuni abruzzesi di confine lungo la valle Roveto.
In provincia di Teramo è interessato ad attività di ricerca della Adriatica idrocarburi e Gas plus, Pineto, Silvi Marina e Muntignano. Ed anche questo permesso è stato sospeso a fine 2008.
C’è poi il peormesso “Settecerri”, concesso all’ Adriatrica idrocarburi che interessa ben 336 chilometri quadrati che vanno da Montorio al Vomano fino ad Ascoli Piceno nelle Marche, passando per Teramo, Campli e Civitella del Tronto.
E il permesso“Colle dei Nidi”, concesso a Gas Plus, Canoel e Retrorep, che abbraccia i comuni di Controguerra, Bellante, Nereto e Sant’Omero.
Ma contro questo via libera è stato accolto recentemente un ricorso al Tar presentato da alcuni dei Comuni interessati.
I promotori di questi progetti, seppure impastoiati dal niet delle Regioni, hanno comunque in tasca un permesso, che potrebbe essere riattivato, al termine del contenzioso amministrativo, e confidando nelle scorciatoie previste dallo Sblocca Italia.
Ci sono infine, ancor più nelle retrovie, nove richieste di permesso di ricerca, in attesa di autorizzazione: sono i permessi “Villa Mazzarosa”, “Villa Carbone”, “Corropoli”, e Cipressi in provincia di Teramo, “San Rocco”, “San Buono” e “Agnone” in provincia di Chieti, “Carovilli”, in provincia dell’Aquila, “San Venere” in provincia di Pescara.






