L’AQUILA – Ci sarà un nuovo scontro in appello tra Procura della Repubblica e difesa dopo che la Corte d’Assise dell’Aquila ha condannato per associazione a delinquere con finalità di terrorismo a cinque anni e mezzo di reclusione Anan Yaeesh, uno dei 3 palestinesi imputati, mentre sono stati assolti “per non aver commesso il fatto” gli altri sospettati, Ali Saji Ribhi Irar e Mansour Doghmosh. L’assoluzione è stata dichiarata alla luce del secondo comma dell’articolo 530, ovvero quando mancano prove o esse sono contraddittorie.
Si attendono ora i 90 giorni che il collegio ha stabilito per pubblicare le attesissime motivazioni con le quali le parti dovranno confrontarsi per impugnare il verdetto. Il collegio è stato presieduto da Giuseppe Romano Gargarella ed era formato anche dalla giudice Monica Croci e sei giudici popolari. La Croci, che ora lavora negli uffici giudiziari di Civitavecchia dove ha chiesto di andare, firmò la contestatissima sentenza choc con il quale si attribuiva alle 24 vittime del crollo di un palazzo in via Campo di Fossa dopo il sisma del 6 aprile 2009, un concorso di colpa del 30 per cento per un comportamento incauto. Una decisione non sindacabile sotto il profilo tecnico, ma cancellata in appello, che accese le polemiche a livello nazionale. la Croci è stata inserita nel collegio solo per questa sentenza ma non si tratta di un ritorno negli uffici giudiziari del capoluogo d’Abruzzo.
Una sentenza, pronunciata dopo 6 ore di camera di consiglio che ha “scontentato” tutti: nel senso che la difesa puntava alla assoluzione di tutti gli imputati al punto che le decine di Pro Pal che erano stipate nella piccola aula del palazzo di giustizia aquilano hanno protestato per venti minuti urlando “Vergogna” ,”Palestina libera” e “Ora e sempre resistenza” oltre ad altri slogan a supporto delle loro convinzioni. Ma anche la procura non ha vinto visto che per Yaeesh aveva chiesto 12 anni a fronte dei 5,6 inflitti, ben 9 per Irar e 7 per Doghmosh che sono stati assolti per cui quasi certamente ricorrerà dopo la lettura degli atti di motivazione.
I tre, secondo le prospettazioni della Procura, rappresentata in aula dal Pm Roberta D’Avolio, avrebbero operato in città da un piccolo appartamento preso in affitto nel capoluogo di regione. Secondo gli investigatori, a vario titolo i tre facevano proselitismo e pianificavano attentati, anche suicidi, contro obiettivi civili e militari in territorio estero. Uno di questi piani, ad esempio, mirava a colpire un insediamento ebraico.
I Pro Pal, in un volantino, contestano non solo la condanna ma soprattutto la stessa esistenza del processo, “benché la Resistenza condotta da Anan nei territori palestinesi sia legittima persino secondo la carta straccia del diritto internazionale, benchè sia noto a tutti che nelle carceri israeliane si pratica la tortura contro i prigionieri, ma la resistenza armata contro il colonialismo genocida sionista per i giudici italiani diventa terrorismo”.
Ieri, dopo il processo, si era diffuso anche un allarme bomba a palazzo di giustizia, cosa che ha rallentato il deflusso dei 500 manifestanti, ma le ricerche della Digos lo hanno escluso.






