L’AQUILA – Vedere tanti turisti in giro per L’Aquila fa riflettere.

La città è distrutta, è tutta un cerotto, i cantieri faticano a prendere il volo ma la polvere c’è perché deve esserci, perché si deve ricostruire.

Fino a quella dannata notte del 6 aprile 2009 i turisti erano pochi e vessati da una generale ignoranza nei loro confronti da parte dei sonnacchiosi delegati aquilani al turismo, ma almeno chiese e monumenti erano in piedi.

Gli aquilani, e non, impegnati in questa nuova realtà ormai consolidata a tre anni dal sisma hanno molti pensieri. Chi può, chi ha il fegato, esce con serenità per fare un giro in centro storico e magari fa oure finta che non ci sia nulla di rotto.

Tutte quelle impalcature, prima o poi, verranno tolte e finalmente ogni cosa tornerà al suo posto, magari migliorata. Il futuro da difendere, così lo sintetizzano i più forti, o quelli che si illudono di più. E i turisti di cui sopra? A loro interessa guardarla bene, L’Aquila post-sisma.

In tv e sui giornali la vita si può raccontare, non certo vivere. Allora, ecco che persone da ogni parte d’Europa e qualche volta anche da fuori i confini continentali viene a calpestare questo teatro fino a pochi anni fa elettrico, nervoso, un andirivieni di politici, personaggi famosi, telecamere accese.

In un afoso pomeriggio cittadino, AbruzzoWeb incontra una coppia di turisti tedeschi. Spontaneo chiedere come mai abbiano scelto di passare per le strade e i vicoletti di questo borgo nato per superare in bellezza Roma e subito maledetto dal ventre che lo accolse e che lo spezzò immediatamente, come se la natura volesse ricordare agli uomini chi è che, alla fine, comanda.

E loro rispondono che L’Aquila la conoscono molto bene, perché lì, in terra di Germania, di questo nostro infame ballare se ne parla ancora. Roberto Santilli