L’AQUILA – “Chiedo un incontro al presidente della Repubblica, al quale dico di mettersi una mano sulla coscienza e se ha figli voglio sapere da lui come si sarebbe comportato al posto mio, questo naturalmente posso chiederlo solo se ha figli altrimenti non puo’ capire il dolore di un genitore e di una mamma”.
Così Lucia Catarinacci, sulla richiesta di grazia per Livio Bearzi, l’ex preside del Convitto Nazionale dell’Aquila sotto le cui macerie la notte del 6 aprile 2009 è morto il figlio minorenne, Luigi Cellini.
Per la scarcerazione di Bearzi, in cella dal 10 novembre scorso dopo che la Cassazione ha confermato la condanna a 4 anni per omicidio colposo plurimo e lesioni colpose, si sono schierati l’associazione dei presidi e ben due presidenti di Regione, prima quello del Friuli, Debora Serracchiani, e poi quello abruzzese Luciano D’Alfonso.
“Non vedo il motivo per il quale ci debba essere questa grazia – dice ad AbruzzoWeb – ci sono state delle vicende che hanno portato alla condanna, quella notte c’era lui e la responsabilità era sua. La condanna è pure lieve perché mio figlio è dentro una bara già da sette anni, e ci rimarrà tutta la vita”.
La Catarinacci se la prende anche con le altre istituzioni, secondo la donna responsabili a vario titolo dell’edificio e della comunicazione del rischio.
“È sicuramente vero che non doveva essere l’unico ad essere condannato, e anche altri hanno responsabilità, come Stefania Pezzopane, il sindaco Massimo Cialente che doveva cercare di far chiudere le scuole, la commissione Grandi rischi. Dico anche io che non è l’unico responsabile, ma sicuramente è uno dei responsabili”.
Una cosa sola, ha detto a questo giornale l’ex preside aquilano Dante Capaldi, schieratosi per la grazia, avrebbe potuto fare Bearzi. Una telefonata alle famiglie per far andare a riprendere i minorenni.
Una telefonata mai arrivata, racconta la Catarinacci. “Di Trasacco al Convitto c’erano quattro ragazzi, la settimana precedente, a seguito di una delle scosse che si succedevano, un collega di Bearzi chiamò e il papà di un convittore che raggiunse L’Aquila e li riportò a casa tutti e quattro. Se avesse fatto la stessa cosa la sera del 5 aprile uno di noi sarebbe andato”.
Il rettore, poi, “sapeva che dal 2004 il Convitto non era agibile e non ha fatto nulla, anzi ha lasciato i ragazzi al terzo piano, nonostante fossero usciti per le scale perché avevano paura. Bearzi gli disse che dovevano restare nelle loro stanze, solo i maggiorenni potevano uscire”.
“Lui – continua la mamma di Luigi – è invece rimasto sotto e ha fatto in tempo a scappare”.
“Quella notte poteva almeno prendere qualche decisione. Mi viene anche da pensare che non è capace di fare il suo mestiere, visto che aveva già vissuto il terremoto del Friuli”
“Chi sbaglia deve pagare, per una volta che la legge ha funzionato si vuol rimettere in discussione – conclude – Mio figlio non me lo ridà nessuno, sono anche pochi gli anni che hanno dato a Bearzi. A tutti quelli che si stanno schierando contro di me e a favore della grazia chiedo che si facciano un esame di coscienza. Non si parla tanto per, si parla conoscendo i fatti e quello che è accaduto”.






