L’AQUILA – Dopo tre anni dal Disastro “il dolore si trasforma, diventa più dolce e ne diventi quasi geloso. Vuoi stare per conto tuo e vuoi che nessuno entri in una situazione così intima”.

Ecco perché Massimo Cinque, aquilano, medico all’ospedale di Sulmona, che da tre anni piange la moglie Daniela e i figli Davide e Matteo portati via dal terremoto, questa sera non sarà alla fiaccolata. “Sarò a casa, verrò da un turno d’ospedale di quasi 24 ore e proverò a riposare anche se sarà difficile”, spiega a conclusione di una lunga e intensa conversazione con AbruzzoWeb.

Non vuole più vivere le emozioni collettive della fiaccolata, “non ho un bel ricordo di quella dell’anno scorso, sembrava quasi una sagra di paese: non mi scorderò mai, all’arrivo in piazza Duomo, l’immagine di ragazzi seduti per terra che bevevano birra”.

Né il presidente della fondazione “6 aprile per la vita” vuole correre il rischio che si ripeta la scena del 2011, quando “mentre suonavano i rintocchi delle campane, c’era qualcuno, un senatore oggi famoso per aver trafugato 40 miliardi delle vecchie lire, con la mano sulla mia spalla e le finte lacrime. Mi piacerebbe rivederlo e dirgli: di che stiamo parlando?”.

A parte questo per lui la tragedia va ricordata eccome: il refrain “basta parlare di terremoto”, lo reputa “inammissibile”. I familiari delle vittime spesso sembra che diano fastidio, quando parlano di responsabilità, quando parlano di sicurezza: “Sì perché molte coscienze non sono a posto. Dobbiamo smetterla di dire che il terremoto non si può prevedere, lo sa anche un bambino di cinque anni”.

Così come il processo alla commissione Grandi rischi, in cui Cinque ha testimoniato, “non è un processo alla scienza, anche se fa comodo dire che non si poteva sapere l’ora esatta del sisma. Ma un vice capo della Protezione civile che dice ‘state tranquilli nelle vostre case e bevete un bicchiere di Montepulciano’ (Bernardo De Bernardinis, ndr) mentre mio  figlio che lo vede per caso in tv chiede alla nonna ‘perché dobbiamo bere, ci dobbiamo ubriacare?’, lui che dopo una settimana non ci sarebbe stato più… Basterebbe questo”.

Gli errori comunque non hanno insegnato niente visto che il piano di protezione civile “sono due foglietti striminziti” ed è uscito solo ora, all’epoca del sisma non c’era. “Se ci fossero state aree attrezzate con acqua, bagni, tende, senza dover evacuare una città intera – assicura Cinque – qualcuno si sarebbe salvato, e siccome la vita è un bene prezioso, anche una sola persona salva sarebbe stata una grande vittoria”.

Di qui il pessimismo del medico. “Con una catastrofe del genere la città è ancor più frammentata perché ognuno si coltiva il proprio orticello. Il cittadino aquilano non si è reso conto di cosa è successo. Manca la scintilla, il colpo di reni. Vedo occhi spenti, rassegnati”.