L’AQUILA – Una sorta di timida consapevolezza, di muta complicità, di amara comprensione, accompagna, anche due anni dopo, ogni incrocio di sguardi in cui due aquilani scoprono di avere un tratto in comune, quello di non essere stati presenti in città nel giorno dei giorni, il 6 aprile 2009.
Lungi dall’essere un marchio d’infamia agli occhi di chi invece c’era, tranne che per alcuni, per fortuna pochi, che in modo del tutto maligno ti bocciano “eh, allora che ne vuoi sapere tu del terremoto”, il dare peso, peso clamoroso, alla propria assenza dal capoluogo durante la scossa delle 3.32 somiglia di più a un castigo che ci si autoinfligge.
Non c’ero quella notte. Ero ad Ascoli Piceno, tappa intermedia di un viaggio abituale che mi avrebbe portato a Urbino. Dormivo abbracciato a un angelo che pure dormiva, quando mi sono svegliato perché il soffitto ha cominciato a ballare, ad andare di qua e di là, per un lasso di tempo che mi sembrava interminabile.
E mentre la stanza tremava, e qualsiasi scettico stia pure certo che quelle maledette onde sono arrivate fino nelle Marche, avevo un solo pensiero in testa. “L’Aquila. Questa è L’Aquila. Se qua si sente così forte, chissà che diamine sta succedendo lì”.
Telefonate immediate, nessuna risposta, comprensibilmente. Pochi minuti e la mia città era già in televisione. Le prime agenzie avevano parlato di una magnitudo altissima 7.5, qualcosa in meno. Sospetto di una tragedia apocalittica, conferma di una comunque gigantesca.
Le prime immagini del tribunale crollato, notizie su crolli e crolli, all’ospedale, a Collemaggio, e l’istintiva occhiata da giornalista all’ora dell’evento. Le 3.32. “Questa passerà alla storia come la scossa delle tre e trentadue”.
Notizie frammentarie, le prime telefonate con i miei genitori e altri parenti. La potenza della sorpresa nell’apprendere la notizia che i nonni erano usciti miracolosamente vivi da quella trappola mortale che doveva esser stato il centro storico di Paganica, quando li avevo dati entrambi già per spacciati.
Non sono ripartito subito per L’Aquila, sono andato prima due giorni a Urbino. Sembra incredibile ora, a freddo, ma sull’istinto ovvio di correre all’istante dalla famiglia è prevalso l’invito pragmatico che mi ha fatto chi era lì e già aveva problemi di assistenza: aspetta, non sappiamo dove farti dormire, aspetta qualche giorno, poi torni.
Soprattutto, però, ha prevalso un antico comandamento della professione imparato da mio padre, che me l’ha anche ripetuto in quelle ore in cui eravamo così lontani e così vicini. Viene prima il giornale. Vai a fare il giornale e poi torni. Ho fatto così.
Per questo non mi rammarico di non essere subito schizzato all’Aquila, a soccorrere la mia città ferita. Non è questo il mio rammarico.
Il rammarico è di non esserci stato. Non è colpa di nessuno, anzi, non è una colpa. Ma io quella notte non c’ero. Non c’ero e non me lo perdonerò mai, e come me tanti altri aquilani.



