L’AQUILA – La città dell’Aquila era pronta ad affrontare un’emergenza come quella registrata nel post terremoto? A sollevare i dubbi è il presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia Enzo Boschi che nel corso di un’intervista ha lanciato ben più di una provocazione:
“In base alla riforma del titolo V della Costituzione sulle autonomie locali, il piano di Protezione civile è competenza dei comuni e delle Province. Chi di loro, alla vigilia del sisma del 2009, li aveva predisposti? E chi li ha preparati dopo quella tragedia?”.
Il caos in quelle ore di post sisma era totale. Una realtà che con cui hanno fatto i cont anche le centinaia di volontari che giungevano in città: nessuno aveva indicato loro dove posizionarsi con camion di aiuti e strutture a sostegno dei terremotati. Le voci erano incontrollate, addirittura si sparse le voci (poi rivelatesi falsa) che anche nelllo stadio comunale “Fattori” erano state montate delle tende e che, nel pomeriggio, era iniziata la distribuzione di pasti presso gli impianti di Centi Colella.
Tutto si risolse nel giro di mezza giornata: già dalla serata del 6 migliaia tra vigili del fuoco, volontari, Protezione civile, esercito e uomini delle forze dell’ordine avevano individuato delle aree per i primi campi base.
Tirato per la giacchetta il sindaco dell’Aquila e vice commissario della città dell’Aquila Massimo Cialente risponde a Boschi, affermando che il piano di protezione civile c’era, e che era stato addirittura consegnato al vice capo Dipartimento Bernardo De Bernardinis.
“Il Comune dell’Aquila aveva predisposto, da tempo, un piano di protezione civile, che era pronto ben prima del 6 aprile 2009”.
“Non sono mai entrato volutamente in polemiche – ha dichiarato il primo cittadino – rispetto a quanto accaduto quella notte. Non ho mai lanciato atti d’accusa per quelle 308 vittime, che sono una ferita mai rimarginata, e per la distruzione di una città intera. Non l’ho mai fatto innanzitutto per rispetto del dolore dei familiari. Il piano comunale di protezione civile c’era. Era stato predisposto dalla precedente amministrazione e rivisto da quella attuale già dal settembre 2008, quando eravamo ben lontani dalla tragedia che ci ha colpito. È stato approvato regolarmente dal consiglio comunale e fu consegnato a Bernardo de Bernardinis la sera del 31 marzo 2009, dopo la riunione della Commissione Grandi Rischi”.
“Le polemiche, purtroppo, non servono più – ha proseguito Cialente – Quello che serve, e questa tragedia lo ha dimostrato, non è un piano di protezione civile che stabilisca dove mettere le tende. Quel piano non ha impedito che 308 persone perdessero la vita quella notte, non per assenza di questo strumento, ma perché sono crollati palazzi che non avrebbero dovuto crollare. Questo Paese, il cui territorio è in gran parte ad alto rischio sismico, deve imparare dalla tragedia aquilana che i terremoti non si possono prevedere, è vero, ma si può prevedere il rischio connesso alla sismicità. Quello che serve, e questa è la battaglia che mi vede impegnato, anche a livello nazionale, da quella maledetta notte del 6 aprile, è progettare e realizzare strutture antisismiche, effettuare una manutenzione straordinaria degli edifici e studiare le caratteristiche geologiche del terreno prima di programmare interventi edilizi”.
“Il nostro Paese deve capire l’importanza di investire nella prevenzione. Anziché costruire il ponte di Messina bisogna programmare investimenti in fatto di prevenzione del rischio sismico e di manutenzione sugli edifici. Sarebbe anche un volano di programmazione economica perché consentirebbe di ottimizzare le risorse e risparmiare sull’emergenza. Lo ripeto – ha concluso Cialente – non è più tempo di polemiche, altrimenti qualcuno, piuttosto, dovrebbe spiegare a me per quale ragione la città dell’Aquila, qualche anno fa, fu declassata a zona sismica 2”.



