L’AQUILA – “Le persone non avevano nulla di umano. Erano tutte statue di polvere con gli occhi rossi, indistinguibili tra loro”.

Si commuove ancora la dottoressa Maria Fioravanti nel ricordare quella terribile notte al pronto soccorso, nonostante siano passati tre anni da quella maledetta ora, le 3.32, l’attimo della grande scossa del 6 aprile 2009.

Un momento dopo, quando la polvere già iniziava a sporcare l’aria e l’atmosfera, rimasta come sospesa dopo l’enorme boato, sono iniziate a farsi sentire, prepotenti e angoscianti, le sirene delle ambulanze e dei mezzi di soccorso che trasportavano i feriti.

“Erano migliaia le persone che arrivavano in ospedale. Volti e corpi ricoperti di un bianco sporco, quello della polvere delle macerie, tanto che non si riusciva a capire neanche se fossero uomini o donne”.

La voce della dottoressa, ora in pensione dopo ben quarant’anni di servizio, è ancora rotta dall’emozione nel raccontare quei momenti in cui non si aveva il tempo di pensare a cosa fosse successo perché bisognava aiutare la gente, prestare i soccorsi, allestire nei corridori sale d’aspetto improvvisate con una distesa di materassi.

“Tutto il personale medico e paramedico era in azione, in molti lavoravano mentre piangevano a dirotto”, racconta.

E bisognava anche farsi scivolare via, tra le lacrime, le immagini delle madri che arrivavano con i bambini i braccio, ormai morti “che chiedevano con un filo di voce: ‘aiutatemi’”.

O l’immagine di quel padre che si trovava con la sua bimba al pronto soccorso, mentre l’altra sua creatura era rimasta sotto le macerie. “Aveva il volto completamente bianco ed era pietrificato, con lo sguardo perso nel vuoto, chiuso in un silenzio che urlava di dolore”.

Sono angoscianti istantanee che le sono rimaste dentro, indelebili, come l’odore del terremoto, “quello acre delle macerie che sentivi entrando in ospedale, che veniva dalle persone ricoperte da quella stranissima polvere. Un odore che ho risentito passando per il centro dell’Aquila poco tempo dopo il terremoto. Ora, invece, non si sente più”.

E la sera del 6 aprile, quando tutto il personale era riuscito a evacuare tutto l’ospedale grazie all’aiuto dei centri vicini, la dottoressa è tornata a casa a piedi. Dieci chilometri sotto la pioggia e la grandine, per “togliermi di dosso il dolore e quell’insopportabile odore del terremoto”.

Partiamo dalle 3.32 di quella notte.

Appena sentita la scossa siamo usciti, un po’ come tutti, per strada. Per fortuna i miei familiari stavano tutti bene. Il pensiero è andato subito all’ospedale. Alle 4.30 ero già lì.

Cosa ha trovato appena arrivata?

Quella che mi si è presentata davanti è stata una scena apocalittica. Già fuori l’ospedale c’era una fila di macchine lunghissima. E poi i feriti che arrivavano erano ricoperti per tutto il corpo da una coltre bianca, tendente al grigio. I vestiti erano irriconoscibili, molti erano in pigiama ma non si riusciva a distinguere nulla sotto quella polvere. Non  si capiva neanche se fossero uomini o donne. Sui volti, in mezzo a quel bianco, spiccavano però gli occhi rossi, infuocati perché irritati dalla polvere.

Il personale medico e paramedico era sufficiente per affrontare quell’emergenza?

Fu una specie di miracolo. A parte chi aveva avuto perdite o danni gravi, eravamo tutti lì, a lavorare. Addirittura alcuni medici che avevano difficoltà a raggiungere l’ospedale sono stati portati dai vigili del fuoco pur di poter prendere servizio. Saremmo stati un centinaio.

Come vi siete organizzati?

Il pronto soccorso si è andato gradualmente ‘allargando’. Abbiamo messo materassi per terra nella zona dov’era la Dermatologia, l’Endoscopia e tutti i corridoi circostanti. Nei corridoi erano anche state sistemate le macchine per fare le ecografie, importanti per scovare eventuali lesioni interne. Eravamo tutti operativi al massimo, non c’era tempo di pensare, dovevamo agire. Tutti chiedevano l’acqua, la polvere in gola non permetteva alla gente neanche di parlare.

Che atmosfera si respirava?

Era tutto ovattato. Si sentiva un sommesso brusio di sottofondo, rotto solo ogni tanto dal rumore degli elicotteri e dalle grida di chi cercava tra i feriti i propri parenti, urlandone i nomi. Ma non era facile trovare un volto noto tra quei visi irriconoscibili. Si vedevano alcune persone che si avvicinavano ai feriti, allungati a terra, e tentavano di pulire loro il viso per cercare qualche connotato familiare. Ma era uno strato talmente grasso che era difficile da togliere.

C’è una scena che le è rimasta è particolarmente impressa?

Ricordo questo padre macedone, seduto vicino alla sua bambina che, stremata, si era addormentata su un tavolino. Aveva appena perso l’altra sua figlia sotto le macerie mentre sua moglie, in condizioni molto gravi, era stata trasferita in un altro ospedale. Quest’uomo aveva il volto completamente bianco ed era pietrificato, con lo sguardo perso nel vuoto, chiuso in un silenzio che urlava di dolore.

Ho poi saputo che sua moglie è sopravvissuta anche se è rimasta completamente paralizzata. E pensare che era arrivata, insieme alle due bimbe, gemelle, solo il giorno prima dalla Macedonia per trascorrere con il marito la Pasqua. Non le ho viste con i miei occhi, ma c‘erano donne che arrivavano con i figli morti in braccio davanti al pronto soccorso, e con le braccia tese supplicavano i medici dicendo “aiutateli”. Quanto dolore…

Il personale come ha reagito?

Ci davamo da fare tutti al massimo delle nostre possibilità. Non scorderò mai una mia collega che fa il tecnico di radiologia, che non ha mai smesso di piangere a dirotto, continuando però a lavorare. Era un fiume in piena e con le lacrime agli occhi eseguiva radiografie e Tac. Alcune persone dopo questa traumatica esperienza non ce l’hanno fatta a tornare a lavorare al pronto soccorso, qualcuno si è fatto trasferire in altri reparti. È stato per tutti uno shock enorme.

Intanto il tempo passava e voi vi rendevate conto di cosa fosse successo.

Il caos c’è stato anche quando si sono riattivate le linee telefoniche. Abbiamo iniziato a ricevere le telefonate delle ambasciate che chiedevano notizie degli studenti stranieri che studiavano qui. Poi c’erano le madri degli universitari fuori sede che chiamavano disperate per avere informazioni sui loro figli. Ma noi non avevamo un elenco di nomi dei feriti, era impossibile farlo in quei momenti. Solo in un paio di casi siamo riusciti a dare informazioni e addirittura in un caso abbiamo passato il telefono a uno studente che ha parlato con sua madre. Quello è stato un momento meraviglioso.

Dopo quante ore di servizio è riuscita ad andare via dal pronto soccorso?

Verso le 18 del 6 aprile, quando è arrivata la Protezione civile che ha allestito l’ospedale da campo. Voglio sottolineare che a quel momento l’ospedale dell’Aquila, grazie all’aiuto dei centri vicini come Rieti e Teramo, era riuscito a evacuare tutti i pazienti e i feriti.

È quindi tornata a casa dalla sua famiglia?

Sono tornata a piedi fino a Barete. Ho impiegato due ore. C’era il temporale, a un certo momento è iniziato anche a grandinare. Ero piena di emozioni, non avevo pianto fino a quel momento. Avevo bisogno di camminare per scaricarmi e per togliermi di dosso l’odore acre del terremoto, della polvere delle macerie.

Com’è cambiata la sua vita da quel giorno?

Molti miei amici mi dicono che sono diventata indolente. La parola giusta però è ‘consapevole’. Sono consapevole di quali sono le cose davvero importanti nella vita. Alle cose futili, come una macchia su un vestito o un cattivo voto a scuola di un figlio, non bado veramente più. Le cose da quel terribile giorno hanno riacquistato la giusta importanza.