L’AQUILA – “C’è fame di cultura in questo Paese, anche in questo periodo così difficile segnato dalla pandemia: io tratto argomenti in generale non proprio nazional-popolari, come il tardo impero e l’alto medioevo, e ci sono decine di migliaia di persone che ascoltano regolarmente ogni episodio. Più che un problema di domanda di cultura credo che in Italia ci sia un problema di offerta. E studiare il passato aiuta anche a capire che i virus al pari dei cambiamenti climatici hanno più volte segnato il corso della storia ed anche che se oggi in tasso di mortalità è più basso rispetto ad altre pandemie, questo lo dobbiamo al progresso della scienza e ai vaccini”.

Un personaggio senz’altro sui generis, Marco Cappelli, classe 1980, originario di Tagliacozzo, in provincia dell’Aquila. un’adolescenza trascorsa a Pescara dove ha frequentato il liceo classico, una laurea in economia aziendale alla Bocconi di Milano, dal 2012  di base a Bruxelles, dove vive con la moglie e i suoi due figli e lavora come esperto di marketing per importanti multinazionali europee, giapponesi e americane.

Ma soprattutto fondatore e infaticabile autore  di “Storia d’Italia”, uno dei podcast di maggior successo a livello nazionale, con la bellezza di 700.000 ascolti, e che ha appena vinto il prestigioso premio ai “Discover Podcast Awards” come “Best non-english Podcast”, battendo la concorrenza di podcast in lingue ben più diffuse dell’italiano, come lo spagnolo e il francese.

Il podcast, che può essere ascoltato comodamente con il cellulare scaricando una app per l’ascolto della musica, nelle oltre 70 puntate da 50 minuti ciascuna, ha finora raccontato in modo puntuale, documentato e con ritmo coinvolgente, i secoli che vanno dalla battaglia di Ponte Milvio tra Costantino e  Massenzio, nel 312 dopo Cristo, alla terribile guerra che dal 536 al 553 inondò di sangue la penisola, tra Ravenna e Bisanzio, tra gli ostrogoti di Vitige e gli eserciti dell’impero romano d’Oriente, guidati dai grandi e spietati generali Belisario e l’eunuco Narsete.

La storia, spiega ad Abruzzoweb Marco Cappelli, “è una passione che coltivo da sempre, ma i periodi che mi interessano sono  quelli segnati dalle crisi,  perché si apprende molto di più sugli uomini nei loro momenti di difficoltà”.

Il suo legame con l’Abruzzo resta forte. Del resto a poca distanza dalla sua Tagliacozzo è passata la grande storia, con l’epica  battaglia  sui piani Palentini del 23 agosto 1268 tra Corradino di Svevia e Carlo I d’Angiò, che ha rappresentato di fatto l’ultimo e tragico atto della potenza sveva in Italia, e che ancor prima è stata terra al confine di quella dei Marsi, il popolo italico che seppe dare filo da torcere alla lupa romana. Ma ama anche Pescara, l’antica Ostia Aterni, collegata con Roma con l’importante via consolare Tiburtina Valeria, una città che ora, tiene a ricordare Cappelli,  “è capace di accogliere tutti, abruzzesi e non, e farne un qualcosa di nuovo”.

In tempi bui di coronavirus, Cappelli ricorda che le grandi epidemie hanno più volte determinato il corso della storia ma anche che “quella che stiamo vivendo, ha una delle mortalità più basse, grazie all’enorme progresso della medicina e della nostra capacità di far fronte ad eventi cataclismatici. La spagnola, quasi esattamente 100 anni fa, uccise il 5% della popolazione mondiale, oggi sarebbero quasi 400 milioni di morti. Il vaiolo ad uccidere fino al 90% della popolazione del nuovo mondo. Poi arrivò Edward Jenner e il suo vaccino, l’invenzione dell’uomo che forse ha salvato più vite nella storia dell’umanità “.

Tra gli episodi più avvincenti di Storia d’Italia quelli dedicati alle invasioni barbariche, ovvero alle gesta di Alarico il Visigoto, che mise a sacco  la Città eterna, di cui voleva solo diventare cittadino assieme al suo popolo senza patria, del vandalo Genserico, che condusse genti arrivate dalle aride steppe del Nord a conquistare via mare l’Africa e Cartagine, granaio del Mediterraneo, o dell’unno Attila,  il più irriducibile nemico dell’impero, che pure, prima di diventare il Flagello di Dio, aveva combattuto al fianco del generale romano Flavio Ezio, bulgaro di origini, che fermò Attila nella leggendaria battaglia dei Campi Catalaunici.

E a conferma dell’importanza della storia per comprendere il presente, Marco Cappelli spiega che “l’Impero ha sempre sfruttato a suo vantaggio, a suo enorme vantaggio, l’immigrazione dei barbari: nuovi contribuenti, nuove reclute per l’esercito, gente che nel giro di poche generazioni o anche pochi anni diventava romana”. Poi però l’equilibrio si è rotto, la politica dell’inclusione di popoli che ambivano non a distruggere l’Impero, ma a diventarne parte, non ha più funzionato.  “i Romani diventano più xenofobi e intolleranti e i Germani diventano più consapevoli e rigidi nella loro identità etnica e religiosa. Credo che l’insegnamento che se ne può trarre è che l’immigrazione è un fattore di forza per una società, ma richiede del lavoro e dello sforzo, da entrambe le parti”.

Marco Cappelli: prima di tutto, come è nata la tua passione per la storia, e in particolare di determinate epoche?

E’ una passione che coltivo da sempre, già dai tempi di scuola: da allora mi resi conto che i libri di storia non riuscivo a metterli giù. Sono un onnivoro: mi piacciono molti periodi storici, ma quelli che più mi interessano sono le crisi, non i trionfi. Credo che si apprenda molti di più sugli uomini in momenti di difficoltà.

Quanto tempo dedichi alla produzione dei podcast?

E’ una lotta continua contro il tempo! In generale ho calcolato che ogni episodio – di circa 45 minuti – richiede una ventina di ore tra ricerca, scrittura, lettura ed editing.

Curiosità irrefrenabile: con un podcast di successo si possono guadagnare soldi, e quanti?

In altri paesi, dove è un fenomeno affermato, è possibile! Oggi in Italia resta una passione e, per quanto mi riguarda, una missione. Ciò detto è possibile monetizzare il podcast con le pubblicità, ma i ricavi sono in generale modesti. Molto più utile, per quanto mi riguarda, è il supporto mensile che i miei ascoltatori hanno deciso di diventare “mecenati” di questo progetto: ho ad oggi 117 persone che mi sostengono mensilmente su Patreon, una piattaforma di crowdfunding molto utilizzata dai creativi.

Il “tutti a casa” di questo sciagurato 2020 ha favorito la crescita del podcast, e in generale l’interesse culturale in un Paese, l’Italia, dove si legge molto poco?

Io credo che molti sottostimino la fame di cultura che c’è in questo paese: io tratto argomenti in generale non proprio nazional-popolari, come il tardo impero e l’alto medioevo, e ci sono decine di migliaia di persone che ascoltano regolarmente ogni episodio! Ben più in grande, basta vedere l’enorme seguito che hanno in televisione i programmi di Piero e Alberto Angela. Più che un problema di domanda di cultura credo che in Italia ci sia un problema di offerta: apprendere è appassionante, e deve esserlo.

Secondo te quali sono gli accadimenti che hanno segnato la storia, avvenuti in Abruzzo?

In Abruzzo si è formata la lega italica, nel primo secolo a.C., con capitale Corfinio, nella valle Peligna: lo scopo era di far guerra a Roma. Fu una guerra strana, in cui gli italici – gli alleati italiani di Roma – non chiedevano l’indipendenza, ma di diventare cittadini romani. Nel primo secolo a.C, infatti, l’Italia era stata conquistata da Roma, ma non ancora unificata: la penisola era un complicato puzzle, fatto di città romane, città latine e città alleate, il classico “divide et impera” dei Romani. Gli italici provarono a chiedere la cittadinanza pacificamente, ma il loro “campione” a Roma fu assassinato e si risolsero alla guerra. Fu una delle più difficili guerre combattute da Roma, la prima vera guerra civile dell’Italia romana. Alla fine Roma, nonostante la vittoria, si sentì costretta ad estendere la cittadinanza romana a tutti gli italiani. Si può dire, in un certo senso, che l’Italia unita sia nata allora. Mi sento di citare anche la battaglia combattuta presso la mia Tagliacozzo, nel 1268: un evento cruciale per due paesi, l’Italia e la Germania, e che segna la definitiva caduta della dinastia degli Svevi, a dire la verità già molto indebolita. Le conseguenze furono che in Germania si pose fine al concetto di una forte monarchia unitaria, che i tedeschi ritrovarono – nel bene e nel male – solo nel diciannovesimo secolo. La battaglia, in Italia, sugellerà invece la sconfitta dei Ghibellini e del partito “imperiale”.

E quali personaggi, nati in Abruzzo, hanno incarnato, per dirla alla Hegel, lo spirito che cerca se stesso dispiegandosi nella storia?

Abbiamo una coppia di poeti straordinari come Ovidio e Gabriele D’Annunzio, entrambi sono un simbolo di un’epoca di passaggio, entrambi hanno scritto dell’amore con parole sensuali che a prima vista mal si conciliano con l’austerità del carattere abruzzese. Aggiungo anche Ennio Flaiano, interprete sublime del dopoguerra, e Mazzarino, il cardinale che fece della Francia la più importante potenza dell’Europa continentale. Ognuna di queste persone ha in comune un destino, quello della crescita lontana dall’Abruzzo, senza mai però dimenticare le proprie radici.

Qual è il tuo legame con l’Abruzzo?

La mia famiglia è originaria della Marsica, del paese di Tagliacozzo a cui sono molto legato! Oggi vivo in Belgio, mia moglie  è russo-americana e le mie figlie parlano tante lingue, ma tengo moltissimo alle mie origini: l’albero non può crescere senza solide radici. Sono cresciuto a Pescara, la piccola New York d’Abruzzo, una città capace di accogliere tutti, abruzzesi e non, e farne un qualcosa di nuovo. E’ una città che è spesso dimentica del suo passato, che invece è importante. Ho assistito con emozione allo scavo del mio amico Luca Cherstich nel campo Rampigna, spero che si trovino i fondi e la volontà per mettere a luce l’anima della città.

C’è una razionalità sottesa alla storia o è tutto frutto del caso?

La storia con la S maiuscola è una schiacciasassi: ci sono elementi di razionalità e causa-effetto, certamente, ma la maggiore costante è la sua imprevedibilità: ancor prima di questo 2020, ad esempio, gli storici erano acutamente consapevole che la storia è stata spesso determinata più dai virus e dai batteri che dalle decisioni dei grandi personaggi. I cambiamenti climatici giocano un ruolo altrettanto importante: periodi di clima temperato corrispondono a periodi di crescita – come tra il X e il XIII secolo – mentre i periodi più freddi causano delle crisi. Non ho dubbi, ad esempio, che il principale fattore storico nei prossimi decenni sarà il riscaldamento globale in corso, il primo causato dall’uomo.

Cosa ha di attuale e avvincente l’epoca che racconti nel podcast?

Non si può capire l’Europa contemporanea senza andare a vedere l’epoca di passaggio tra l’antichità e il medioevo: io ho iniziato a trattare questo periodo cercando di dare risposta a diverse domande: quando abbiamo smesso di considerarci Romani? Quando nasce il concetto di Europa e di Occidente? Cosa ha causato la caduta dell’Impero Romano occidentale, e cosa ha permesso la sopravvivenza di un forte impero orientale? Cosa ha messo fine ad una civiltà basata sul mediterraneo, spostandone il baricentro verso il cuore dell’Europa? Non si può rispondere a queste domande senza esplorare quei secoli, da Diocleziano all’ascesa dell’Islam, che oggi sono classificati sotto il termine di “tarda antichità”. Un periodo assolutamente affascinante!

Le invasioni barbariche sono anche l’esempio di una cattiva politica di gestione dell’immigrazione?

E’ difficile rispondere, perché è credo sia troppo facile fare parallelismi tra epoche molto diverse. L’Impero ha sempre sfruttato a suo vantaggio, a suo enorme vantaggio, l’immigrazione dal barbaricum, la terra dei Germani a nord del Danubio: nuovi contribuenti, nuove reclute per l’esercito, gente che nel giro di poche generazioni o anche pochi anni diventava romana. “Sono un cittadino dei Franchi, ma in armi sono un soldato di Roma”, dice una famosa iscrizione in Gallia: i Germani furono fedelissimi soldati di Roma per secoli, i loro figli divennero generali, i nipoti poeti e politici. In questo Roma era più simile agli Usa: uno straordinario melting pot capace di sfornare americani da ogni etnia e popolazione del globo. Questo meccanismo si inceppa sul finire del quarto secolo, a mio avviso per due motivi: perché i Romani diventano più xenofobi e intolleranti e perché i Germani diventano più consapevoli e rigidi nella loro identità etnica e religiosa. Credo che l’insegnamento che se ne può trarre è che l’immigrazione è un fattore di forza per una società, ma richiede del lavoro e dello sforzo, da entrambe le parti.

Ma i barbari erano poi così barbari?

La relazione tra Romani e Germani era in grandissima parte di scambio culturale, commerciale e anche di partnership politica. I Germani cambiarono molto nei secoli tra Augusto e Costantino: ci fu una vera rivoluzione agricola ed economica, una crescita demografica, il cristianesimo si diffuse tra i Germani quasi in contemporanea rispetto a Roma. I Germani nella tarda antichità, insomma, erano molto diversi dall’immagine che abbiamo in testa, tipo il capo barbaro de “Il Gladiatore” con la testa di un romano in mano. Quando furono costretti ad entrare nell’Impero, tra la fine del quarto e l’inizio del quinto secolo, l’obiettivo dei Germani non era di distruggere Roma, ma di fare parte del suo mondo, che ammiravano. L’intera storia della “caduta” dell’Impero Romano d’Occidente è la storia di una serie di tragiche incomprensioni tra Romani e Germani, che si sarebbe potuto sanare con un po’ di lungimiranza, da entrambe le parti.

La storia, quella che studiano anche quella che racconti è fatta in buona parte di battaglie,  guerre e massacri di civili innocenti, di sordide lotte di potere tra imperatori e re, principi e condottieri, con il popolo vittima mandato al macello: l’uomo è davvero e irrimediabilmente “lupo all’altro uomo”. E’ stata finora storia o preistoria?

La storia è fatta dalla tensione tra la nostra natura e le nostre aspirazioni: c’è in noi uno volontà di dare ascolto alla parte più nobile del nostro animo. Secoli di civiltà e di pace possono costruire un’apparentemente solida base di comportamenti, ma la storia insegna che si tratta di un equilibrio fragile, che può andare in pezzi in ogni momento: gli europei dell’ottocento pensavano di aver costruito un mondo migliore, salvo poi vederlo andare in fiamme nel fuoco, nell’acciaio e nell’orrore delle guerre mondiali. E’ assai più facile per noi uomini, mi pare, di fare appello alla nostra parte migliore in tempi di abbondanza e pace. I declini e le decrescite non sono mai felici.

Coronavirus: quali eventi e pandemie passate possono insegnarci qualcosa? 

Innanzitutto un po’ di ottimismo: il Coronavirus, ad oggi, è stata una delle pandemie con la più bassa mortalità della storia, grazie all’enorme progresso della medicina e della nostra capacità di far fronte ad eventi cataclismatici. La “spagnola”, quasi esattamente 100 anni fa, uccise il 5% della popolazione mondiale, oggi sarebbero quasi 400 milioni di morti, contro qualche milione al massimo, in questo caso. L’altro elemento è la vaccinazione: siamo riusciti a sviluppare più di un vaccino nel giro di pochi mesi, un risultato straordinario e che speriamo sarà nei prossimi mesi il punto di svolta. I vaccini nascono dall’invenzione dell’uomo che forse ha salvato più vite nella storia dell’umanità: Edward Jenner, l’uomo che comprese che iniettando la versione “vaccina” (ovvero della mucca) del vaiolo le persone ottenevano immunità dalla mortale variante umana. Il vaiolo è stato uno degli agenti fondamentali della storia: è stato il vaiolo ad uccidere fino al 90% della popolazione del nuovo mondo. Ancora nel Settecento in Europa morivano 400.000 persona all’anno a causa di questa malattia, l’equivalente di una pandemia annuale. L’alta mortalità infantile, dovuta al vaiolo, fu una delle cause della lenta crescita demografica fino all’800’. Ricordiamocelo nel 2021: solo con una vaccinazione che raggiunga almeno il 70% di tutta la popolazione riusciremo a sconfiggere il virus. Vaccinarsi non è solo un atto di protezione personale, protegge anche tutti quelli che ci sono intorno.

Progetti futuri?

Sto scrivendo un libro, per conto della casa editrice “Solferino”. E’ una vera sfida, perché mi sono messo in testa di narrare il confuso periodo che va da Marco Aurelio a Diocleziano, inclusi: si tratta in gran parte della crisi del terzo secolo, un periodo in cui l’Impero Romano sarebbe dovuto cadere sotto il peso di una terribile crisi demografica, economica, militare e politica. Solo con il colossale sforzo di una serie di imperatori semi-barbari dell’Illirico, i moderni Balcani, l’impero riuscirà a riformarsi e sopravvivere per molti secoli ancora. Non vedo l’ora di raccontare a tutti questa incredibile storia.