TAGLIACOZZO – Un braccio in travertino in scala reale che da una apertura buia si affaccia indicando l’orizzonte. La mano impugna una penna che trasfigura in una fiamma. A fianco i versi di Virgilia D’Andrea: “No, non son morta. Ma più puri e alati, getta la penna, nei tumulti, i versi. Ed essi vanno, azzurri e fascinati, verso il nitore di bei cieli tersi”.

Questa l’idea e la forma di “Torce nella notte”  a firma dell’artista abruzzese Névoa-na-rua, che sarà presentato  il prossimo 26 agosto a partire dalle 10  nell’ambito dell’iniziativa di residenza artistica Poyart di Borgo Poggetello, frazione di Tagliacozzo, in provincia dell’Aquila.

L’opera è dedicata a Virgilia D’Andrea, sulmonese di nascita, scrittrice, poetessa e anarchica attiva a ridosso dei primi del ‘900. Saranno a disposizione copie della raccolta “Torce nella notte” grazie alla disponibilità dell’editore Galzerano editore, archivio centrale dello Stato.

La firma névoa-na-rua (in portoghese “nebbia in strada”), attualmente studente di scultura presso l’Accademia di Belle Arti di L’Aquila, inizia con attività di scultura ceramica in Portogallo dal 2018. Utilizza anche incisioni (punta secca e linoleum), fotografia, per produrre elaborati figurativi surrealisti.

Nello scorso marzo si è aggiudicato il primo premio al contest “Trasformazione” presso La Kap di Fontecchio con la scultura “L’uomo pesce” dedicata a Maurice Utrillo. Ha partecipato al simposio internazionale di scultura “10 giornate in pietra 2023” di Lettomanoppello con l’opera in pietra bianca della Maiella “Fontana aurea” in installazione pubblica permanente. Il lavoro di cui in oggetto è inserito nella sua linea di produzione “Spina nel fianco” che tratta la posizione della donna nella storia e nella società.

Scrive il filosofo  Daniele Poccia nel recensire il lavoro: “L’opera di névoanarua è anche un’oper-azione, che fa del territorio un motivo di riflessione e che permette al territorio di riflettersi nella propria storia meno nota. La nostra attenzione è così portata sull’insieme di tracce che l’umanità deposita incessantemente attorno a sé, accompagnata al cospetto della voce mista con cui parla il nostro mondo, una voce in parte ricevuta, dalla vita stessa, in parte rimodellata, dalla volontà di rendere la vita più giusta. L’utopia, d’altronde, che il braccio di Virgilia D’Andrea fa sorgere direttamente dal paesaggio, additandola come l’apporto dell’azione umana migliore, è sempre uno spazio di risulta, un eccesso non calcolato, un rischio da correre per essere all’altezza del mandato che la natura medesima ha affidato alla nostra specie: non solo vivere, ma con-vivere, tra di noi e con il resto (con il mondo non umano)”.

E aggiunge, “l’opera stessa dispiega quindi un gesto raddoppiato, il gesto dello scrivere e del rappresentare l’atto della scrittura, nel cuore più antico del mondo. D’altronde, l’atto di scrivere non è un gesto come un altro. È l’atto che forse più di ogni altro incarna la possibilità, per l’umano, di essere in cammino verso se stesso, non dimentico di ciò che è stato ma, al contempo, capace di superarlo, verso ciò che ancora non è del tutto: verso il vero, il giusto, verso, insomma, il futuro, come essere ancora indeterminato. La penna può divenire perciò una fiamma, una torcia, un lume, persino, che come un ricordo ostinato assedia il presente, gli impone di guardarsi dentro e di scegliere: essere un monito, per chi verrà dopo, o scendere a patti e diventare sempre più bieco, sancendo forse pure il punto di non ritorno. Il titolo, “Torce nella notte”, che riprende il titolo di una silloge poetica di D’Andrea, dice questo e, dicendolo, ci parla di cosa siamo diventati, ma ancor più, di cosa possiamo ancora essere”.