L’AQUILA – Una diagnosi affrettata, che si rivelerà clamorosamente sbagliata, getta nello sconforto una famiglia aquilana, che si ritrova a vivere un’odissea per una settimana, fortunatamente a lieto fine.

Una testimonianza, quella raccolta da AbruzzoWeb, che fa riferimento ad un caso specifico e delicato, legato ai momenti drammatici vissuti da una famiglia dopo l’accesso al Pronto soccorso pediatrico del “San Salvatore” dell’Aquila, e non intende in nessun modo screditare invece l’ottimo lavoro e i professionisti del reparto.

Tutto inizia con dei dolori al ginocchio e febbre alta per uno dei due figli della coppia, che compie 9 anni a gennaio. Così, dopo giorni di antibiotico la corsa al pronto soccorso pediatrico dove iniziano una serie di accertamenti, tra cui analisi del sangue ed ecografia.

“Veniamo mandati in reparto e poi da qui di nuovo in pronto soccorso”, racconta la giovane madre che vuole comprensibilmente restare anonima, “dove a nostro figlio viene fatta anche una radiografia per indagare sui motivi del malessere, considerando che i medici sostenevano di osservare qualcosa di anomalo, per provare a chiare i dubbi se si tratti di ciste, infezione o fibroma”.

Come purtroppo troppo spesso accade, la famiglia trascorre una intera giornata in ospedale, al San Salvatore, rimbalzata tra il pronto soccorso pediatrico e i reparti. A metà giornata c’è il cambio turno e se i medici del mattino avevano avuto una certa cautela, è con quelli del pomeriggio che – denuncia la coppia – è arrivata un’autentica doccia gelata.

“La situazione era grossomodo sotto controllo, o almeno circoscritta a quell’ansia che è fisiologico un genitore abbia in queste situazioni”, dice la mamma. “Finché, dopo la radiografia, il medico che aveva sostituito il collega di turno al mattino, ci chiama in reparto e, davanti a una folta schiera di tirocinanti, come nulla fosse ci dice che si tratta di un tumore. Non è stato utilizzato il minimo ‘tatto’ che sarebbe richiesto in situazioni tanto delicate”.

Ma facciamo un passo indietro. “Durante la radiografia c’è il cambio turno, quindi il medico che subentra ci dice di far fare a nostro figlio anche la risonanza. Tralasciando il fatto che il consiglio che arriva dai medici del servizio pubblico è quello di rivolgerci al privato per farla, dal reparto torniamo al pronto soccorso pediatrico dove le facce del personale che ci accoglie parlano da sole. Ci viene detto che la situazione non è bella, che bisogna fare altre risonanze. Non capivamo, perché dall’analisi iniziale tutto sommato sotto controllo, siamo passati a una situazione grave. Insistiamo nel chiedere lumi e ci viene risposto senza mezzi termini che ‘stiamo parlando di un tumore’, senza neanche un minimo tatto i medici insistono nella convinzione che la diagnosi sia quella quindi ci suggeriscono di andare all’ospedale pediatrico Bambino Gesù, a Roma”.

“Non abbiamo neanche avuto la lucidità di osservare come da una semplice radiografia e da una diagnosi relativamente tranquilla siamo arrivati a un tumore”, confida la donna.

“Così – racconta – aspettiamo che i risultati degli esami ci vengano messi su un cd e alla sera ci precipitiamo al Bambin Gesù, dopo che il medico dell’Aquila alle 20 ci avvisa di aver sentito oncologo e ortopedico di Roma dicendoci di ‘fare presto, facendo alla svelta la valigia con quello che riuscite a mettere dentro’, perché c’era un posto disponibile”.

L’ansia della coppia sale, come potrebbe essere altrimenti: “Dalle parole della dottoressa ipotizziamo una situazione critica”, dice la donna, con il marito protagonista di una sventura fortunatamente a lieto fine.

Ed è già all’arrivo all’ospedale pediatrico romano che l’approccio dei sanitari cambia: “Il medico ci fa osservare che a una diagnosi del genere (quella fatta all’Aquila, ndr) non si può arrivare con una sola radiografia, quindi veniamo tranquillizzati. Nostro figlio viene controllato e arrivando da fuori città decidono di darci un posto letto. L’indomani viene visitato dall’ortopedico che esclude il tumore e presume sia osteomielite”.

Da quel momento, la famiglia tira un sospiro di sollievo. Anche se dovrà attendere una settimana, complice il weekend con anche la festività di Ognissanti di mezzo, per uscire definitivamente dall’incubo.

“Viene iniziata la cura antibiotica per l’osteomielite e il martedì successivo viene effettuata la risonanza con contrasto”, racconta la mamma. “Il mercoledì arrivano i risultati che escludono definitivamente il tumore!”.

Gli accertamenti stanno proseguendo – è in programma la biopsia nei prossimi giorni per capire se si sia trattato di una ciste che è scoppiata creando un ematoma, oppure di una mancanza di cartilagine che va curata con l’acido ialuronico – ma quella della coppia è una storia a lieto fine che i due vogliono denunciare “perché la superficialità con cui è stato diagnosticato un male atroce che non c’era e soprattutto le modalità con cui è stato comunicato, hanno gettato nello sconforto noi e tutti i familiari”.

Senza contare la beffa dovuta al fatto che “il referto del San Salvatore si interrompe al turno mattutino”, il medico della ‘diagnosi incriminata’, infatti, “ha solo integrato il referto scrivendo che eravamo noi a preferire andare a Roma”.

“Il medico dell’ospedale dell’Aquila, dopo il quadro allarmistico che ci ha gettato nello sconforto, non ci ha neanche chiesto informazioni dopo la nostra andata al Bambin Gesù”, dice amareggiata la mamma del ragazzo, ricordando come il padre sia anche stato costretto a dormire in auto, durante il ricovero nella capitale.