L’AQUILA – “I sindaci, se vogliono, possono fare in modo che il funzionamento delle slot machine sul territorio di loro competenza sia subordinato alla pubblicazione a monitor di messaggi sul gioco patologico e al blocco temporaneo della partita, un modo per affrontare un problema in modo non scomposto. Chiudendo le sale slot non si risolve nulla, ma si può spianare la strada alle bische clandestine senza controlli”.
Questo è un passaggio dell’analisi del fenomeno del gioco d’azzardo di Francesco Gatti, titolare di Bakoo Spa, azienda che produce macchine da gioco, e autore del libro “Mangiasoldi. Le slotmachine spiegate da chi le fa” (Nuova editrice Berti).
Gatti, da esperto in materia, punta tutto sulla comprensione di un settore che fa incassare allo Stato monopolista qualcosa come 4 miliardi di euro l’anno e su cui c’è spesso l’ombra, pesantissima e feroce, della criminalità organizzata: “Se manca la comprensione, ogni problema diventa insormontabile. E ogni soluzione rischia di peggiorare le cose, in un settore che ha dei numeri in calo da diversi anni a questa parte”, spiega l‘imprenditore parmense ad AbruzzoWeb, mentre all’Aquila si è alzato un polverone per l’apertura imminente di un’altra sala slot, su viale della Croce Rossa.
In una provincia, quella aquilana, che, con una slot machine ogni 83 abitanti, ha la media italiana più alta.
“E si faccia attenzione – il monito di Gatti – a considerare solo le sale slot come piaga sociale. Sul gioco compulsivo, patologico, quindi sulla ludopatia, la ‘scelta’ malata di chi gioca è molto ampia. Chiudi una sala slot? Ci sono i ‘gratta e vinci’, o addirittura le bische clandestine. Insomma, non dai modo alle persone di uscire da un problema serio. Col gioco online, poi, che è pericolosissimo perché fruibile ovunque in qualsiasi momento, le soluzioni che sembrano di forte impatto in realtà non risolvono niente. Altro che nascondere le slot alla vista delle persone”.
“Le macchinette, comunque – spiega – sono tutte predisposte per percepire il disagio del giocatore, pero non vengono mai attivate in quella direzione, perché giocando di meno, chi ha interessi in ballo, lo Stato in primis, guadagna di meno. Nel linguaggio del gioco, lo Stato è il banco. E il banco deve vincere sempre”.
Di piaghe, però, le slot ne hanno. E ne producono pure.
Ad esempio, nelle sale con le videolottery, si possono vincere fino a 500 mila euro, mentre in quelle nei bar si arriva ad un massimo di 100 euro a vittoria.
Ed è proprio lì, nelle videolottery, che ad esempio si possono pulire i soldi sporchi.
“In questo caso, la macchinetta ha un limite all’inserimento del denaro che è di 1.000 euro – fa notare Gatti – e in caso di vincita superiore a questa cifra, il gestore è obbligato per legge a chiedere i documenti al vincitore. Una volta consegnati, c’è la certificazione ufficiale della vincita, certificazione che può essere tranquillamente inserita nella dichiarazione dei redditi. Se inserisco 1.000 euro precisi nella slot e vinco una cifra superiore, anche di un centesimo, e la vincita viene scaricata, la slot non fa distinzione tra la somma inserita e quella vinta. Così si possono pulire i soldi. Ci si può organizzare in questo modo, magari ci vogliono qualche giorno e più di qualche macchinetta, ma il riciclaggio è assicurato”.
Per Gatti, insomma, “bisogna trovare il modo migliore per regolamentare le slot da intrattenimento puro, quelle nei bar, ma servono competenze e soprattutto volontà precise. Non si può pensare di far sparire la voglia di giocare, né si può vietare alle persone di fare ciò che vogliono con i soldi che hanno. Si può, invece, trovare la via giusta per evitare che la gente vada in rovina, soprattutto la gente a medio-basso reddito, che è poi il ‘grosso’ che gioca. A patto che le istituzioni e gli esperti lavorino insieme, conoscendo innanzitutto un mondo su cui ci si accanisce spesso senza sapere come è fatto veramente”.
“Per chi come me le produce, tra l’altro, è molto meglio puntare a mille persone che giocano 1 euro, che a dieci che ne giocano mille. Credo che sia meglio per tutti”, conclude.





