L’AQUILA – Si complica la partita della riperimetrazione del Parco regionale Sirente-Velino, dopo due anni di tensioni tra l’assessore regionale Donato Di Matteo, promotore di una legge che tra le altre cose attribuisce al componente della Giunta il potere di nominare il presidente dell’Ente, e i sindaci dei Comuni interessati.
L’uscita dall’area del Parco aprirebbe essenzialmente le porte ai cacciatori, visto che tutti gli altri vincoli sono dovuti alla presenza di Sic (Sito di interesse comunitario) e Zps (Zona di protezione speciale), aree sottoposte cioè a tutele di carattere comunitario immodificabili da leggi regionali.
Secondo una delle ultime ipotesi, sarebbero 7mila gli ettari ad uscire dal perimetro, il 13 per cento del totale dell’area protetta: fuori dal Parco quasi interamente i comuni di Fagnano e Acciano, quasi la metà del territorio di Tione degli Abruzzi e di Molina Aterno e parte del comune di Rocca di Mezzo.
Su una cosa ambientalisti e amministratori sembrano essere d’accordo: così com’è stato gestito fino ad oggi, il Parco ha rappresentato solo una zavorra, non essendo riuscito a innescare sviluppo ma rappresentando solo una spesa per la Regione, che per il solo mantenimento della sede e del personale spende 900mila euro l’anno, e un problema per i Comuni.
“Il problema è proprio che Sic e Zps pongono vincoli e basta, il Parco invece è un’occasione di sviluppo vero – spiegano gli attivisti di Appennino Ecosistema – i Parchi regionali secondo la legge nazionale hanno lo scopo di promuovere il turismo naturalistico, Sic e Zps di tutelare e basta specie ed habitat che a livello europeo vengono minacciati”.
“È per questo che proponiamo di fare un Parco nazionale, che cerchi di armonizzare tutto, basato sulle risorse ambientali”, aggiungono. Visto tra l’altro che la riperimetrazione non avrebbe basi scientifiche: ad esempio la Adonis Vernalis, specie arborea tutelata a livello comunitario, è presente solo nella zona di Tione che uscirebbe dall’area protetta.
Per gli ecologisti “i sindaci si danno la zappa sui piedi”, anche perché “l’unica differenza tra Zps e Sic e Parchi è che nel Parco c’è il divieto di caccia mentre nelle Zps e nei Sic no!”.
Anche per l’ex sindaco di Goriano Sicoli Sandro Ciacchi, presidente della Comunità del Parco prima che venisse per l’ennesima volta commissariato, “o la Regione lo porta avanti o è meglio che lo chiuda”.
Il Parco così come è “non ha ragione di esistere, ogni Giunta regionale lo commissaria, da quando è stato istituito ci sono stati più periodi con il commissariamento che con la gestione ordinaria, questo ovviamente allontana il Parco dalle comunità locali”.
Ciacchi teme che le riperimetrazioni “portano solo a soddisfacimenti di carattere territoriale, non vedo una strategia complessiva”.
“Chi esce e si trova in zona Sic non ottiene alcun risultato – spiega – visto che i vincoli sono dati dal Sic, che ha di per sè dei vincoli che non vengono rideterminati dalla riperimetrazione, non tutte le aree che escono dal Parco vanno via anche dal Sic, è più un’operazione di carattere politico della Regione per imporsi, visto che con la proposta di Di Matteo la nomina del presidente la fa l’assessore mentre attualmente viene eletto dal Consiglio direttivo del Parco”.
“Dopo un quarto di secolo dalla sua istituzione siamo alla terza modifica, sempre in decremento, dei confini del Parco. La lobby dei cacciatori preme, le amministrazioni lamentano lungaggini e vincoli dovuti alle norme di salvaguardia, lamentano le mancate autorizzazioni sui tagli boschivi e le lungaggini del Mibac per i progetti di ricostruzione”, dice lo storico ambientalista Giovanni Cialone.
“Sindaci e consiglieri comunali per decine di anni e anni sono stati abbarbicati alle poltrone del Consiglio direttivo e della Comunità del Parco e in così tanti anni non sono stati capaci di tirare fuori uno straccio di Piano che superasse finalmente la rigidità delle norme di salvaguardia nè uno straccio di piano di sviluppo socio economico, tutti e due di loro competenza”, ha spiegato Cialone.
“Per più di venti anni hanno considerato il Parco Sirente Velino come una estesa comunità montana da mungere, un bancomat da utilizzare per interventi dettati da interessi localistici – ha accusato – Ed oggi, chi sedeva nel Consiglio di amministrazione o nella Comunità del Parco, si accorge di essere stato inutile ed inefficiente e si accorda con l’assessore di turno per un parco spezzatino”.




