L’AQUILA – Sono 10-12 i nuovi casi l’anno di sclerosi laterale amiotrofica (Sla).
È l’impatto della grave malattia ‘misurato’ dalla Clinica neurologica dell’ospedale San Salvatore di L’Aquila, più che mai sul fronte nella lotta contro la patologia.
Un dato che è superiore alla media nazionale, che si attesta su 5-6 casi ogni 100 mila abitanti ma che è “gonfiato” da una percentuale di utenti proveniente da altre province, soprattutto Teramo e regioni vicine come il Lazio.
L’attrazione dell’Aquila su altri territori viene da lontano e si giustifica con la grande tradizione aquilana della neurologia nel corso dei decenni precedenti.
Con il tempo si è strutturato nel capoluogo un vero “percorso” assistenziale, dalla diagnosi alle fasi terminali.
Il malato di Sla, infatti, va seguito costantemente e assistito a domicilio, servizio che la Asl svolge anche utilizzando strumenti di diagnosi ad hoc, come consulenza specialistica e la radiologia domiciliare.
In alcuni casi, tuttavia, è necessario il ricovero (circa 15 l’anno), quando sopravvengono complicanze.
Oltre alla clinica neurologica, che prende in carico il malato dal momento della diagnosi e lo segue lungo tutto il percorso terapeutico, sul soggetto con Sla intervengono altri servizi dell’ospedale che, tutti insieme, lavorano in sinergia.
Chi è affetto da Sla, infatti, ha bisogno della neurofisiopatologia (per elettromiografie e altro), della pneumologia (per fronteggiare i problemi respiratori) dell’endoscopia (per assicurare l’alimentazione tramite una sonda, quando sopraggiungono problemi di deglutizione), della diagnostica per immagini per la diagnosi differenziale, utilizzando le nuove tecniche eseguibili solo con macchine a 3 Tesla, e, infine, della riabilitazione, cardine del trattamento a lungo termine.
La Sla colpisce a diverse età: persone di 40 anni ma anche di 87 ma la fascia presa di maggiormente di mira dalla malattia degenerativa è quella tra i 50-65 anni.
Secondo studi, che però non hanno mai avuto conferme, gli atleti di alcune discipline correrebbero rischi maggiori, secondo alcuni a causa del doping, ma più probabilmente a causa di traumi ripetuti subiti nel corso dell’attività agonistica che manifesterebbero i loro effetti negli anni successivi alla cessazione dell’attività sportiva. Tra i malati vi sono anche ex rugbisti.
“Secondo alcuni studi – spiega il professor Carmine Marini, direttore del reparto – i microtraumi ripetuti, legati all’attività agonistica, causerebbero danni al midollo provocandone microlesioni. Al momento, però, la medicina non ha ancora suffragato con riscontri concreti queste teorie e le cause della malattia restano ignote. Le attuali terapie riescono solo a rallentare il decorso della patologia”.



