L’AQUILA – “In Italia si è spesso costretti a cedere il posto a chi viene dopo di te, nella sanità non esiste meritocrazia ma si va avanti per amicizie, favori e simpatie”. E all’ospedale dell’Aquila “il quinto in graduatoria era impiegato prima di Luana, sebbene lei fosse arrivata quarta”.

Con una incredibile compostezza Francesco Ricca, il fratello della chirurga 38enne che si è suicidata all’Aquila il 29 dicembre, rilancia la battaglia contro un “sistema marcio” che la donna denunciò già nel febbraio 2014 a Radio24, condanna i favoritismi e annuncia una “battaglia per la meritocrazia”, chiedendo un incontro al ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin.

Costretta ad emigrare in Francia, il caso di Luana fu preso da esempio come uno dei tanti “cervelli in esilio”, come lei stesso lo definì mutuando la formula giornalistica con la quale si definisce il fenomeno delle alte professionalità indotte a lasciare l’Italia per trovare una realizzazione professionale. A Parigi, per un decennio, ha operato nel primo centro francese di trapianti di fegato e di chirurgia epato-biliare.

Una laurea a tempo di record ed una brillante carriera con all’attivo 1500 interventi chirurgici e svariate pubblicazioni, non le sono bastati per trovare la gratificazione professionale nel suo Paese, dove pure era tornata dopo aver vinto un concorso alla Asl di Avezzano-Sulmona-L’Aquila.

“Nel 2014 era rientrata da Parigi perché aveva ottenuto un posto a Milano nel centro d’eccellenza di Umberto Veronesi – racconta Francesco Ricca ad AbruzzoWeb – nel frattempo partecipò al concorso della Asl dell’Aquila, risultando quarta”.

Giornalista ed imprenditore della comunicazione, titolare di Fr Gruppo editoriale, racconta come alla sorella “a giugno del 2015 le era scaduto il contratto a Milano, e per riavvicinarsi al marito che viveva e lavorava a Roma ha deciso di accettare il posto in Abruzzo, pur avendo la possibilità di tornare a Parigi”.

“Io a Parigi mi sono salvato, mia sorella all’Aquila no!”, sbotta raccontando di essere uscito vivo dagli attentati terroristici, quando si trovava a poca distanza dal Bataclan.

All’Aquila Luana ha scelto di viverci e di farlo con tutta la famiglia. Insieme al marito e al figlio si trasferiscono nel capoluogo, ma la donna è costretta a spostarsi ogni giorno a Sulmona, dove l’azienda sanitaria l’ha destinata nonostante il suo posto fosse al San Salvatore.

“Gran parte del suo lavoro si svolgeva a Sulmona – racconta il fratello – tant’è che doveva fare la tesi al primario del Santissima Annunziata”.

“Era stata indicata per il centro trapianti di rene dell’Unità di Chirurgia, ma proprio in questo reparto, con il benestare dell’azienda, era già impiegato per un periodo iniziale di prova il quinto in graduatoria”.

“Lei non preferiva entrare in quel tipo di reparto – racconta – quindi diede la disponibilità ad andare a Sulmona, il dirigente medico le fece capire che non era quello il suo posto e che avrebbe dovuto lasciare spazio a chi c’era dopo di lei”.

E a Sulmona Luana, da chirurgo, si ritrovò nel reparto di Endoscopia. “In Europa Luana era al top della medicina e nella periferia dell’Italia costretta a fare il semplice medico senza neanche più la possibilità di fare interventi chirurgici”.

I funerali della donna, domani nella sua San Giovanni La Punta, in provincia di Catania.