L’AQUILA – Il debito della sanità abruzzese, da quando è al potere il centrodestra di Marco Marsilio di Fdi, è passato da 12,6 a 103,8 milioni di euro, accertati nel 2024.
Nello stesso tempo però anche la perdita di esercizio di tutte le regioni messe assieme si è quasi triplicato, passando da 614,8 milioni ad un miliardo e 512 milioni di euro.
L’Abruzzo non sta certo messo bene, e nel 2025 rischia di peggiorare ancora, con un deficit calcolato dal tavolo di monitoraggio di luglio a 126,8 milioni di euro, tanto che si è vicini al collasso e la maggioranza di centrodestra ha chiesto l’aiuto a Roma e alla premier Giorgia Meloni, con l’opposizione che evoca la catastrofe e un nuovo commissariamento, dopo quello da cui a gran fatica l’Abruzzo era uscito nel 2016.
Andando però a vedere le tabelle della Corte dei conti sui consuntivi sanitari regionali, il problema riguarda l’intera sanità pubblica regionale, e come scrive l’autorevole Quotidiano della sanità, “si è davanti ad un bilancio che peggiora anno dopo anno”, e il 2024 segna il punto più critico dell’ultimo quadriennio.
Intanto, la Fondazione Gimbe diretta da Nino Cartabellotta ha presentato nei giorni scorsi un altro emblematico studio, per il quale mentre la sanità pubblica affonda, guadagna sempre più terreno il privato non convenzionato: strutture sanitarie, prevalentemente di diagnostica ambulatoriale, che erogano prestazioni senza alcun rimborso a carico del pubblico. Tra il 2016 e il 2023 la spesa delle famiglie verso queste strutture è aumentata del 137%, passando da 3,05 miliardi a 7,23 miliardi di euro.
Tornando alla Corte dei Conti: il disavanzo complessivo, senza considerare coperture e trasferimenti, sfonda come detto quota 1,5 miliardi, quasi triplicando il deficit del 2019. Neppure gli interventi correttivi riescono a invertire la rotta con ben 11 regioni in rosso: anche includendo le compensazioni contabilizzate nei conti economici, il 2024 chiude comunque con un pesante – 759 milioni, confermando una crisi finanziaria ormai strutturale, con il Sud che affonda e molte Regioni, anche tradizionalmente virtuose, che non riescono più a tenere in equilibrio i propri bilanci sanitari.
La peggiore performance è quella della Sardegna: ante coperture nel 2024 registra un disavanzo di 365,4 milioni che si riducono a – 238,9 mln dopo le coperture. A seguire troviamo la Toscana con un rosso ante coperture di 267,2 milioni che scende a 197 milioni con le coperture.
Disavanzo pesante anche in Emilia-Romagna (post coperture si attesta a 194,2 milioni). Male anche il Piemonte (rosso da 180,6 milioni ante coperture che scende al 126,1 mln post coperture), la Provincia autonoma di Trento (rosso ante coperture a 165,9 milioni che scende a 0 dopo le coperture), la Puglia (disavanzo ante coperture a 132,4 milioni che scende a 84,4 milioni dopo le coperture), l’Abruzzo (rosso dopo le coperture a 103,8 milioni), la Liguria (- 98,3 milioni dopo le coperture).
Le Regioni in Piano di rientro, tra cui l’Abruzzo, registrano nel 2024 senza coperture effettuate un disavanzo di – 176,9 milioni, peggiorando rispetto al -136,7 del 2023. Le Regioni non in Piano di rientro crollano a -1,33 miliardi, più che quadruplicando il dato del 2019 di -355 milioni.
Ci sono però regioni in attivo, e a spiccare è il Lazio con ben 122 milioni, seguita da provincia autonoma di Bolzano, 36,1 milioni, Campania 15,7 milioni, Lombardia, 8,9 milioni, Veneto, 5,3 milioni, Friuli Venezia Giulia, 4,8 milioni, Sicilia 1,3 milioni Marche 0,6 milioni.
Anche tra le regioni in attivo si regista rispetto al 2019 una contrazione, a conferma del trend generale.
La Corte dei conti, nel suo quadro riepilogativo, segnala come “il progressivo deterioramento dei conti regionali sia ormai strutturale: l’aumento della spesa sanitaria, l’impatto dei rinnovi contrattuali e il ricorso crescente al privato accreditato hanno contribuito a erodere i margini di sostenibilità economica. Le coperture straordinarie, anche se rilevanti, non riescono più a compensare integralmente i disavanzi”.
Dati che in parte sono stati più volte evocati da Marsilio, per spiegare che il problema non riguarda solo l’Abruzzo, evidenziando che per le regioni popolose è molto più facile far quadrare i conti, perché ricevono molti più fondi con gli attuali criteri, che invece penalizzano le regioni con bassa densità abitativa e montuose, come l’Abruzzo, dove i servizi sanitari costano molto di più.
In tal senso la battaglia ingaggiata dal presidente ha ottenuto un primo seppur piccolo risultato nell’ultima conferenza Stato Regioni con un accordo che rimette in discussione le regole per la divisione del Fondo sanitario nazionale: per la prima volta, tra i criteri di ripartizione, entrano anche la densità demografica e l’estensione territoriale, e l’Abruzzo ha intanto ottenuto 6 milioni in più, “un grande obiettivo politico anche se, per ora, più simbolico che concreto sotto il profilo economico”, ha commentato Marsilio.
Intanto spiega Gimbe avanza impetuosamente la sanità privata.
“Non trovando risposte tempestive nel pubblico né nel privato accreditato, chi può pagare cerca altrove ed esce definitivamente dal perimetro delle tutele pubbliche”, ha commentato Cartabellotta al 20° Forum Risk Management di Arezzo.
Il privato accreditato prevale ampiamente in varie tipologie di assistenza: residenziale (85,1%), riabilitativa (78,4%), semi-residenziale (72,8%) e, in misura minore, nella specialistica ambulatoriale (59,7%).
La spesa pubblica destinata al privato convenzionato è aumentata di oltre 5 miliardi tra il 2012 e il 2024, tuttavia la sua quota sulla spesa sanitaria totale è rimasta sostanzialmente stabile a livelli poco superiori al 20%. Crescono anche i ‘terzi paganti’: fondi sanitari, casse mutue, compagnie assicurative, imprese, enti del terzo settore e altre realtà non profit.
Nel 2024, la spesa sostenuta da questi attori ha raggiunto 6,36 miliardi, con un incremento di oltre 2 miliardi nel triennio post-pandemia.
Il fenomeno “rappresenta, indirettamente, uno strumento di privatizzazione occulta, visto che dirotta risorse pubbliche prevalentemente verso soggetti privati”, continua Cartabellotta.
Dall’analisi arrivano anche proposte per invertire il trend. In particolare, si auspica un rilancio del finanziamento pubblico, la definizione di un “paniere” di livelli essenziali di assistenza compatibile con l’entità delle risorse, un “secondo pilastro” realmente integrativo del servizio sanitario e un rapporto pubblico-privato improntato all’integrazione e non alla competizione.






