L’AQUILA – Non serve più il caschetto, per entrare alla Basilica di San Bernardino dell’Aquila: una banalissima quanto significativa novità, il primo caso di monumento pesantemente colpito dal terremoto del 6 aprile 2009 riportato a nuova luce, “dov’era e più bello di com’era”, chiosa Gianni Letta, ex sottosegretario sorridente e loquace ospite della presentazione alla stampa e alle autorità alla vigilia dell’evento popolare di dopodomani, venerdì 2 maggio.

Un restauro, eseguito dall’associazione temporanea di imprese Donati Spa ed Eme Restauri Srl, durato complessivamente 4 anni, per il quale furono annunciati 25 milioni di euro e invece ne sono stati spesi 13, con la rimanenza che, secondo quando si è appreso da fonti della direzione Beni culturali, dovrebbe andare a finanziare il recupero del convento adiacente, che al momento non è stato toccato, attraverso un nuovo bando.

La chiesa risplende in tutte le sue decorazioni e la chicca è il soffito “sfondato” verso il cielo, perché il fondo è stato riportato alla colorazione azzurra originaria dal verde pallido che aveva mostrato agli aquilani nell’ultimo secolo attraverso un intervento corroborato con 300 mila euro dalla Fondazione Carispaq.

Durante l’evento alla fine ci scappa anche una “eretica” cicca di sigaretta sul pavimento, forse portata dentro da qualche scarpa dei copiosi visitatori, ma tutto sarà tirato a lucido per la riapertura alla città di dopodomani, venerdì 2, dalle 17 a piazza Duomo con santa messa un’ora più tardi a San Bernardino officiata dall’arcivescovo metropolita, monsignor Giuseppe Petrocchi.

Quest’ultimo oggi era assente alla presentazione, come pure altri esponenti della Curia. A rappresentare il clero c’era il ministro della cosiddetta provincia d’Abruzzo dei frati minori padre Carlo Serri, e tanti frati che hanno visto passare un secolo tra quelle mura, come padre Concezio Rossi, novantenne, emozionato a rivederla rifatta.

Tra gli assenti anche il sindaco dell’Aquila, Massimo Cialente, che delega l’assessore Betty Leone, e il presidente della Regione, Luciano D’Alfonso, che si appoggi al consigliere Pierpaolo Pietrucci.

“Una città non è solo un’aggregazione di case, ma una foresta di simboli e noi aquilani abbiamo la capacità di ricostruire i simboli – dice padre Carlo Serri – Ho visto operai di inverno a 50 metri lavorare sul campanile che mi dicevano quanto fosse per loro una bella soddisfazione, occuparsene. Questo è solo l’inizio continuiamo a lavorare insieme”.

Quella degli operai è una presenza discreta, lontano dai riflettori, ma anche per loro la soddisfazione è tanta. “In dieci abbiamo lavorato al campanile, abbiamo numerato e rimontato tutto quello che c’era e ricreato tutto quello che mancava a 40 metri d’altezza – racconta uno di loro, Giovanni De Santis – Le pietre non erano squadrate, è stato un lavoro molto difficile consolidare e collegare l’esistente e il nuovo, ma che bello rivedere questa chiesa così, per noi è una soddisfazione”.

Anche il loro datore di lavoro, l’imprenditore Angelo Donati, conferma: “Abbiamo lavorato di cuore anche perché siamo aquilani, originari di Capitignano”, e secondo Letta addirittura sono state trovati manufatti risalenti alla ricostruzione post-terremoto del 1703 in cui una certa ditta Donati si era occupata sempre di questa chiesa.

Il provveditore interregionale alle Opere pubbliche Lazio-Abruzzo-Sardegna, Roberto Linetti, ne approfitta per fare uno “spot” alla ricostruzione pubblica, anche se a poche centinaia di metri c’è la cattedrale di San Massimo con il suo tetto sfondato, la sua erba che cresce all’interno e le sue intricate dinamiche di ricostruzione.

“Questa è un opera pubblica realizzata in sinergia tra strutture statali – dice comunque Linetti – Abbiamo molti cantieri in corso, entro quest’anno ne attiveremo di nuovi per circa 100 milioni, il messaggio è che la ricostruzione pubblica si sta facendo”. Anche Letta qui conferma: “La ricostruzione pubblica ha camminato di più di quella privata”.

Del dato tecnico si occupano la soprintendente unica Archeologica per L’Aquila e il “cratere” di fresca nomina, Alessandra Vittorini. “Lo skyline cittadino ha riconquistato il profilo originario, questo è uno dei punti più alti della città e con lo scenario della scalinata parla ben oltre quello che possiamo dire noi”, fa notare.

Quanto al soffitto, la direttrice del Polo museale d’Abruzzo, Lucia Arbace, ricorda che “sul soffitto è stato svolto un intervento precoce per evitare che ci fossero danni oltre a quelli del sisma grazie a un tavolato per la messa in sicurezza che consentiva un agile accesso, anche grazie all’ascensore. Questo soffitto nel 900 era diventato verde, gli aquilani lo ricordano così – spiega – Un colore improbabile per l’effetto ‘sfondato’, il pigmento azzurro è quello più prezioso e usato in contrasto con l’oro”.

Il presidente della Fondazione Carispaq, Marco Fanfani, che ricorda anche il suo predecessore, Roberto Marotta, torna indietro nel tempo.

“Questa chiesa rappresenta un punto di riferimento per la comunità e non è un luogo comune. Il Terzo ordine di San Francesco lo era per i giovani, all’epoca di padre Casimiro – afferma – Qui c’erano il collegio e un laboratorio di ceramiche, c’era la Cattedra Bernardiniana che ospitava eventi anche politici. Il punto di riferimento tornerà per il Giubileo di Papa Francesco, questo luogo è pronto”.

Chiude l’architetto Francesca Storaro, figlia del premio Oscar alla Fotografia Vittorio, che ha curato l’apprezzatissima, nuova illuminazione esterna.

“Ho voluto tradurre il linguaggio dell’architettura in quello della luce. La luce rivela gli elementi verticali, l’ombra quelli orizzontali – svela – È una luce d’accento, calda come il sole, come il trigramma disegnato da San Bernardino stesso. Sul soffitto ci sono invece luci a led che non emettono infrarossi ma ultravioletti, rispettando le prescrizioni. Un progetto particolare per ridare luce a questa città”.