Riceviamo da Alfonso De Amicis, storico esponente aquilano della sinistra di classe e promotore, insieme a Tina Massimini, Liduina Cordisco e Roberto Santilli, del Comitato Popolare per la difesa del Sistema Sanitario Nazionale nato recentemente all’Aquila.
L’AQUILA – Il dominio del vincolo esterno e della finanza europea e del mondo anglosassone ha caratterizzato la politica italiana degli ultimi quarant’anni.
Ne è nata una narrazione a senso unico, che ha imposto come punto dirimente le politiche di privatizzazione.
La pervasità del dominio di tale paradigma è stato totalizzante e non ha riguardato il solo settore economico e produttivo, poiché esso ha invaso anche gli aspetti più intimi della vita umana. Tutti gli ambiti di vita hanno un valore mercificato. La salute è parte integrante di questo discorso di potere.
E ad ogni tornata elettorale o di una certa importanza, un professore, “un esperto”, il piccolo politico di turno sollecitava e sollecita la riforma necessaria.
Va da sé che la riforma avrebbe apportato i vantaggi di rito. Oggi, quando sentiamo, quando ascoltiamo i suggerimenti di rito, corriamo per trovare il giusto riparo, o magari fare gli scongiuri necessari ben sapendo che essi non sono e non possono rappresentare un giusto riparo.
Ora constatiamo come “La storia, dall’unità d’Italia, è pervasa da potenze straniere che vogliono dominare il nostro Paese, testa di ponte del Mediterraneo”, per dirla con Pasquale Cicalese. Per fare questo hanno bisogno di una classe dominante al servizio di tali politiche, e con esse dare stura a solo forme propagandistiche. La nuova rete ospedaliera è una di queste. I manager sono d’accordo con questa “riorganizzazione”. Potremmo chiamare costoro i “Ceo” delle aziende della salute che fanno quadrare i conti.
E più i conti sono in ordine – pure quando, come è logico, grazie alle politiche dei tagli il debito esplode – e più loro sono benserviti. Qualche giorno fa all’Università dell’Aquila sì è intitolata un’aula al bravo Luciano Onori, medico vecchio stampo. Egli, insieme a Ricotta, continuò quella impresa sulla sanità pubblica e universalistica già intrapresa da Paride Stefanini ed altri. Sanità pubblica per cui se abitavi a Pescara, L’Aquila, Castel del Monte, Villaceliera o Bucchianico, i livelli di assistenza erano garantiti.
Così come per fare un accertamento non dovevi spostarti da un posto ad un altro per accelerare i tempi di attesa, per non parlare del Cup o altri problemi per cui le aziende, cioè organizzazioni economiche che tendono al profitto, non hanno euro per acquisti necessari, ma tanto è.
E mentre noi assistiamo a questi livelli di politica John Elkann, non più responsabile Fiat, ma Stellantis, lascia i presidi industriali italiani per dedicarsi alla sanità privata assieme alle banche ed assicurazioni controllate da fondi esteri.
Viene spontaneo chiedersi, allora: ma di che parliamo?
E fino a quando si pensa di prendere per i fondelli, in generale, il popolo italiano? È vero che si vota, (si vota? Sic) in Abruzzo ed in altre parti, ma questi sono temi generali ed essi non attengono solo alla sfera personale ma fanno parte, come scuola, pensione e trasporto, al salario sociale globale che oggi viene preso d’assalto per ricondurlo totalmente a forme di alienazione. queste politiche prendono forma e sostanza grazie ad una classe politica completamente asservita a poteri che è fuori.
E che è ostile agli interessi nazionali. Per cui, votare per l’uno o l’altro schieramento, poco cambia. È solo un rito liturgico, una forma ecclesiastica per fare finta di lavarsi la coscienza e continuare a credere di agire direttamente sui centri di potere che contano attraverso figuranti più o meno pagati o strapagati.






