L’AQUILA – Si è aperta con un monologo sull’Aquila di Roberto Saviano l’ultima puntata della trasmissione di Rai 3 Vieni via con me, condotta dallo scrittore campano assieme a Fabio Fazio.
Dopo aver ricordato che “l’Italia è un Paese di terremoti, ma quando arrivano sembra sempre la prima volta”, Saviano ha incentrato il suo intervento rievocando quanto accaduto il 6 aprile 2009 alla Casa dello studente di via XX settembre, raccontando le storie di chi è rimasto sotto le macerie e anche quelle di chi si è salvato.
Un intervento che nel suo culmine ha contestato il mancato rispetto per le regole nella costruzione di quell’edificio, regole che, ha detto Saviano, “non frenano gli affari, ma difendono le vite”; non rispettarle “per guadagnare e per avere il consenso”, invece, “genera il dramma”.
Finale dedicato al terremoto dell’Irpinia, di cui qualche giorno fa è stato il ventesimo anniversario. La conclusione di Saviano è stata una poesia di Franco Arminio su come sono i cimiteri dopo i terremoti. Persone in cui quelli che ci sono lì “si conoscevano tutti”.
”LA CASA DELLO STUDENTE, UNA BOMBA A OROLOGERIA”
Ha poi raccontato le storie di alcune vittime della casa dello studente.
“Secondo le prime perizie della Procura – ha attaccato Saviano – quel palazzo era una bomba a orologeria, fatto male. Non solo vitttime del terremoto, ma del cemento, della cattiva costruzione. C’erano errori, carenze, nell’esecuzione e anche nei succesivi adeguamenti. Si legge che nell’ala crollata mancava un pilastro. Le concause sono lì che urlano in questa perizia”.
Successivamente Lilli Centofanti, sorella di Davide, una delle vittime, ha letto un elenco di errori di costruzione nella struttura.
”NON RISPETTARE LE REGOLE GENERA IL DRAMMA”
“I ragazzi se ne stavano accorgendo, per mettere i chiodi bastava la forza del pollice. Una colonna era marcia per le infiltrazioni. Ma è sicuro, avevano chiesto? Il custode aveva risposto: L’Aquila trema, ma non crolla”.
“C’erano state 400 scosse negli ultimi mesi. C’era stato anche uno studio della Regione: 1,4 milioni per sistemarla. Ma niente”.
“Viene da pensare quanto sia importante far bene le cose. Se la regola fosse stata rispettata, se si fosse concessa la possibilità alle persone che hanno costruito di far bene le cose, se non considerassimo il cantiere un modo solo per raccogliere voti…”.
“Capisci quanto sia necessario. La regola non frena l’affare, ma difende le vite, crea serenità”.
“Se le perizie dovessero essere confermate, la casa dello studente, quel pilastro, è il simbolo della condotta criminale che si è avuta e si ha quando si costruisce speculando. Chiudere gli occhi per guadagnare e avere consenso genera il dramma”.
”QUELLI CHE SONO QUI SI CONOSCEVANO TUTTI”
In conclusione Saviano ha letto uno scritto di Franco Arminio, un poeta che ha raccontato il terremoto d’Irpinia, i cimiteri come sono dopo il terremoto. “Luoghi – ha letto Saviano – che raccolgono la vita che s’è bloccata in un attimo”.
“Ci sono giorni in cui si muore in molti. Sono i giorni delle grandi sventure. Quel giorno in questa terra fu il ventitré novembre del 1980. Oggi è domenica, nel cimitero di Conza sono le undici del mattino. I morti del terremoto sono quasi tutti sulle stesse file, un piccolo cimitero dentro il cimitero. Facce di uomini e donne di ogni età. Facce e storie che non ho mai incrociato. Ora di ogni persona che vedo vorrei conoscere cosa diceva, cosa faceva. Dall’addobbo della lapide a volte si capisce che si tratta di persone di una stessa famiglia. Ecco Luisa Masini, nove anni, col gatto in braccio. Sotto di lei Valeria Masini, dodici anni, e poi Maria, quarantatre anni, la madre. Il pensiero va subito al padre, chissà dov’è nel mondo a trascinarsi con la sua pena. Più avanti un’altra famiglia: Gino Ciccone, quarantanove anni, e poi Michele di dieci e Alberto di ventuno. Quelli che sono qui certamente si conoscevano tutti”. (alb.or.)



