L’AQUILA – “Per un’impresa aquilana che lavora nell’ambito della ricostruzione della città non è facile sopravvivere. La concorrenza pugliese e campana è spietata”.

A raccontare la sua esperienza ad AbruzzoWeb è Vittorio Catenacci, amministratore unico e direttore tecnico di Tecnoimpianti, azienda “nostrana” che si trova all’Aquila, nel nucleo industriale di Pile e opera da oltre 40 anni nel settore degli impianti termici, idrici, di condizionamento, antincendio, elettrici e opere edili.

Fin da piccolo sapeva che la sua vita si sarebbe evoluta nel sogno realizzato da suo padre, ma non sapeva che quello che sarebbe capitato alla sua città con il sisma del 6 aprile 2009 avrebbe messo in ginocchio non solo gli aquilani ma anche decine e decine di imprese. E che loro, insieme,  l’avrebbe dovuta ricostruire.

Il periodo “è nero per tutti – racconta – Ho 14 dipendenti e altrettante famiglie da ‘campare’, da loro mi devo far vedere sempre tranquillo e spensierato, ma dentro di me ho paura di non riuscire a pagare gli stipendi”.

“Io ho iniziato a lavorare a 12 anni, andavo in fabbrica e studiavo. Prima eravamo tutti meno istruiti e l’Italia andava bene, riuscivamo a comprare le case e avevamo lavori buoni – commenta Vittorio con un pizzico di amarezza – oggi che dobbiamo siamo più intelligenti non riusciamo a costruire niente”.

Come lavorate nella ricostruzione dell’Aquila?

Facciamo lavori in subappalto per le imprese edili. La cosa positiva è che ci pagano, la cosa negativa è che stanno affogando nei debiti.

Avete lavorato a progetti importanti?

Abbiamo lavorato con la Consta Spa, l’impresa che non demolisce i palazzi ma li taglia e li alza. La collaborazione con loro è stata difficile perché ricostruire impianti su strutture pre-realizzate e spesso vecchie non è semplice. Soprattutto conciliarle con tecnologie all’avanguardia. Prima del sisma abbiamo realizzato tutti gli impianti della Otefal, “costruendo” macchine uniche, abbiamo lavorato per la Rossini creando impianti a vapore basati interamente sulla olio-dinamica.

Perché è difficile lavorare in città?

Dal 2009 abbiamo preso circa 20 appalti e tutte le aziende hanno pagato a 150 giorni. Io e le imprese come la mia siamo costretti ad anticipare i soldi per i materiali e gli stipendi degli operai.

Quali sono le prospettive che offre questa città?

L’Aquila si salva perché c’è la ricostruzione a dare lavoro, pur con tutti i problemi che comporta. Le imprese sono venute speranzose, erano già indebitate e speravano di risolvere i problemi economici pregressi, ma si sono indebitate ancora di più. A essere finanziati, infatti, sono i singoli proprietari degli appartamenti che hanno, così, il potere di chiedere alle imprese quello che voglio, “altrimenti non firmiamo per la restituzione dei fondi”, dicono. E questo li autorizza a chiedere sempre di più, dalle vasche da bagno costose ai lavori fuori preventivo. Un uomo, addirittura, ha chiesto all’azienda un motorino per il figlio. È un vero e proprio ricatto.

E poi c’è la concorrenza?

Spietata. Il costo delle maestranze pugliesi e campane è inferiore perché lì la vita costa un po’ meno e noi per essere concorrenziali ci dobbiamo adattare, guadagnando il minimo per far andare avanti la “baracca”.

Secondo lei in cosa si deve contraddistinguere un’impresa?

Deve cercare di essere sempre eccellente rimanendo al passo con i tempi. Usare tecnologie rinnovabili, materia che è in continua evoluzione sia per i prodotti meccanici che per l’orientamento dell’energia. Deve anche cambiare le attrezzature e frequentare corsi di aggiornamento. Noi acquistiamo i materiali direttamente dai fornitori italiani, la nostra nazione, infatti, è la migliore produttrice di apparecchiature tecnologiche. C’è molta ricerca. La Ferroli Srl, per esempio, mentre c’era benessere era impegnata nella ricerca di materiali e tecnologie sempre migliori, adesso, che c’è crisi, ha messo a frutto le ‘scoperte’ e sopravvive bene.

Come si rimane a galla?

Con molte difficoltà, senza nessuna soddisfazione. Le spese sono talmente tante che non c’è possibilità di mettere da parte niente.

Chi seguirà la sua strada?

Un mio figlio, Claudio. Io gli ripeto continuamente che è una vita difficile, ma lui è molto determinato nel proseguire l’attività di famiglia.