L’AQUILA – La Curia dell’Aquila non ha abbandonato le speranze che il governo nazionale possa approvare la istanza, inoltrata all’allora presidente del Consiglio dei ministri, Enrico Letta, per essere riconosciuta soggetto attuatore e quindi autorizzato a fare appalti per la ricostruzione del suo patrimonio.

Un’istanza supportata anche da altri vescovi abruzzesi e da quelli molisani, mentre la documentazione è al centro dell’inchiesta della procura della Repubblica dell’Aquila denominata “Betrayal” su presunte tangenti nella ricostruzione di beni culturali ed ecclesiastici del capoluogo abruzzese che ha portato all’arresto di 5 persone e all’iscrizione per ora sul registro degli indagati di altre 15, nessuno appartenente al clero aquilano.

È l’arcivescovo dell’Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi, a illustrare la posizione della Chiesa aquilana parlando a margine della cerimonia di celebrazione del 240° anniversario della fondazione della Guardia di finanza che si è svolta oggi all’Aquila.

“Stiamo aspettando una risposta dal governo nazionale che da mesi ha sul tavolo una nostra proposta, a noi non interessa avere la gestione degli appalti ma partecipare al tavolo di concertazione sulla ricostruzione del nostro patrimonio per poter dire ufficialmente la nostra sulle nostre proprietà”, chiarisce il prelato nella sua prima uscita pubblica dopo la bufera giudiziaria che ha come oggetto anche gli appalti per la ricostruzione delle chiese danneggiate dal terremoto del 6 aprile 2009.

Dopo una iniziale titubanza di fronte alle domande dei cronisti, l’arcivescovo, all’Aquila dal luglio dello scorso anno provieniente da Latina, diventa loquace.

“Non cerchiamo privilegi ma la rappresentazione ufficiale di un diritto, non siamo interessati all’aspetto finanziario – continua Petrocchi – Vogliamo essere soggetti che possano concorrere a maturare le decisioni sulla ricostruzione del nostro patrimonio, non possiamo tollerare di essere esclusi”.

Petrocchi sottolinea anche che “qualora dovessimo essere autorizzati al ruolo di soggetti attuatori, saremmo disposti a delegare gli enti pubblici per i bandi, considerando che noi non abbiamo né interesse né struttura”, tutto ciò per far capire che “insomma a noi preme che si varino regole idonee che riconoscano la nostra presenza sui tavoli decisionali, che ci siano norme snelle per una ricostruzione veloce ed efficace”.

Petrocchi spiega che in relazione all’inchiesta in Curia c’è un clima tranquillo e fiducioso che la Chiesa aquilana non sia coinvolta.

C’è da sottolineare che la proposta, come sottolineato in seno alla Curia aquilana varata in occasione dei terremoti in Umbria e nella Marche, interessa i vescovi di Sulmona (L’Aquila) e più marginalmente Pescara, per via dei danni arrecati dal terremoto dell’Aquila anche in quei territori.

A curare la stesura del documento e a contattare i vertici nazionali è stato nei mesi scorsi l’ex vescovo ausiliare dell’Aquila, monsignor Giovanni D’Ercole, recentemente nominato vescovo di Ascoli Piceno.

Dalle intercettazioni emerge che D’Ercole, non indagato, consegna alla funzionaria della direzione regionale dei Beni culturali Alessandra Mancinelli, in carcere, due buste con all’interno l’istanza già fatta recapitare al governo nazionale, una all’allora premier, Enrico Letta, l’altra a suo zio Gianni, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri e braccio destro di Silvio Berlusconi.

La Mancinelli fa recapitare le buste all’imprenditore Massimo Vinci, finito in carcere, che a sua volta le dà all’ex vice commissario per i beni culturali, Luciano Marchetti, ai domiciliari.

Come si evince da una conversazione telefonica, la Mancinelli collega l’interessamento all’attribuzione di incarichi a Marchetti. (b.s.)