L’AQUILA – Il governo cambia ancora le carte in tavola della ricostruzione e getta nel caos Comuni, cittadini e imprese.
L’ultima novità riguarda le modalità di concessione dei contributi ai privati per la riparazione degli immobili danneggiati dal terremoto del 2009.
Ufficialmente il governo non si è ancora espresso, ma il ministro per la Coesione territoriale Fabrizio Barca lo va ripetendo in giro già da un po’ di tempo: “È finita l’epoca del finanziamento agevolato, in futuro ci sarà solo quello diretto”.
Per i non addetti ai lavori può sembrare un dettaglio e invece non è così.
COME FUNZIONAVA
Fino a oggi il proprietario di una casa inagibile presentava il suo progetto al Comune o alla filiera Fintecna-Cineas-Reluis e, una volta esaminata positivamente la pratica, otteneva dal sindaco il provvedimento con la cifra riconosciuta per la sistemazione dell’immobile.
Quindi si recava in banca per l’apertura di un conto corrente dedicato dal quale poteva attingere per pagare la ditta incaricata dei lavori.
Il tutto grazie ai 2 miliardi di euro messi a disposizione da Cassa depositi e prestiti grazie a una “invenzione” dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti che consentiva di rendere disponibili le somme senza andare a gravare sull’indebitamento generale dello Stato.
Quel budget, come ampiamente riferito da AbruzzoWeb, si è esaurito da un pezzo e la ricostruzione si è bloccata proprio nel momento in cui sembrava fosse entrata a pieno regime e fossero state risolte tutte le criticità della complessa e, per certi versi, confusa normativa fatta di ordinanze del presidente del Consiglio dei ministri, decreti del commissario delegato e circolari varie.
Un fondo che, stando alle volontà sussurrate dall'”inviato speciale” del governo all’Aquila, non verrà rimpinguato per lasciare posto al contributo diretto già usato, per esempio, per le seconde case o le abitazioni classificate “A”.
COME FUNZIONERA’
Questo metodo prevede, diversamente dall’altro, che i passaggi siano fatti tutti con il Comune, che approva progetto e stati di avanzamento, e successivamente rendiconta a chi tiene in mano il “malloppo” (prima la Protezione civile, poi il commissario, ora la nuova governance romana) e attende pazientemente il trasferimento dei soldi.
Il problema è che dal primo all’ultimo passaggio, in genere, trascorre un’infinità di tempo con le immaginabili conseguenze soprattutto per le ditte, lasciate a secco di liquidità e costrette a tirare la cinghia o a interrompere i lavori per non dichiarare bancarotta e a subire le penali previste dall’ordinanza 4013: il classico circolo vizioso.
Ma a farne le spese sono pure i cittadini: se i lavori vanno oltre il limite consentito perdono il diritto alle forme di assistenza alloggiativa e devono smammare da C.a.s.e., Map o fondo immobiliare, per andare dove non si sa.
Il contributo agevolato garantiva risorse certe sin da subito e, soprattutto, un controllo sui flussi di cassa, mentre con il diretto si rischia un assalto alla diligenza che potrebbe premiare chi è più fortunato, lasciando gli altri a bocca asciutta, oppure costringere le amministrazioni locali a fare dolorose graduatorie tra chi può ricostruire subito e chi deve aspettare.
Il contrario della “programmazione”, espressione con cui tutti si riempiono la bocca dalla data della chiusura dell’emergenza, avvenuta il 31 agosto scorso.
Se è vero, infatti, che con l’agevolato giacciono 500 milioni di euro nei vari istituti di credito che devono essere ancora messi sul mercato, è altrettanto vero che si sarebbe potuto utilizzare il modello Emilia-Romagna, dove si è fatto tesoro degli errori nostrani: lì i soldi vengono trasmessi da Cassa depositi e prestiti a stati di avanzamento dei lavori e non in un’unica soluzione all’inizio, così da garantire una maggiore diluizione delle risorse.
Un “pagare meno, pagare tutti”, insomma, che avrebbe potuto risolvere un bel po’ di faccende e assicurare ossigeno alle aziende impegnate nel “più grande cantiere edile d’Europa”.
Di scritto ai comuni ancora non arriva nulla, ma lo sconsolante zero fissato sul contatore di della Cassa riportato dal sito del commissario indica inevitabilmente questa strada dagli esiti imprevedibili.
Sulla vicenda c’è già aria di battaglia: da quanto si apprende i movimenti cittadini, che hanno nel capogruppo comunale di Appello per L’Aquila, Ettore Di Cesare, il loro referente istituzionale, sono pronti ad aprire l’ennesima vertenza con il governo.



