PESCARA – Proprio mentre all’Aquila si torna ad avere paura del terremoto, dopo la scossa della notte passata, all’Università di Pescara si parla di rischio e ricostruzioni.
Il Dipartimento ambiente reti e territorio (Dar) della facoltà di Architettura della D’Annunzio ha organizzato, in collaborazione con l’Università della Florida, un workshop internazionale su rischio e progetto urbano.
Ad alternarsi nelle due giornate del seminario, oggi e domani, diversi relatori. Tutti nomi noti nel mondo dell’architettura, tra cui docenti di prestigiosi atenei italiani e stranieri.
Sono quattro le aree tematiche intorno a cui sono organizzate le giornate del seminario: ricostruzione e innovazione, mitigazione, progetti in aree sensibili e partecipazione.
A far da cordone a tutti gli incontri l’importanza del ruolo sociale dell’architettura. “In genere si tende a considerare il rischio come un fattore legato solo alle catastrofi naturali – spiega Paola Branciaroli, dottoranda presso la Scuola Superiore G. D’Annunzio e collaboratrice didattica nel corso di Progettazione presso il Dart – invece il tema del rischio è legato anche ad altri elementi, primo fra tutti la difficoltà di vivere in determinati territori, come potrebbero essere le favelas sudamericane. L’architettura non può prescindere da questo”.
L’esempio delle favelas non è casuale. L’obiettivo del seminario, infatti, è quello di approfondire le strategie di intervento nelle aree sensibili, facendo particolare riferimento all’esperienza aquilana e a all’esperienza di alcune realtà sudamericane, in particolar modo Bogotà e San Paolo.
Il workshop si è aperto con gli interventi di Martha Kohen, docente dell’Università della Florida, e Liliana Giraldo, dell’Università di Bogotà. A fare “gli onori di casa” Pepe Barbieri, ordinario alla D’Annunzio e preside del Dart.
Di recupero dei centri urbani latinoamericani ha parlato Martha Kohen, portando esempi di alcuni progetti di qualificazione urbana nei centri delle città altamente degradati.
La sfida che la Kohen si pone è quella di trasferire gli elementi delle strategie di recupero anche alle azioni legate alle emergenze, con un occhio rivolto sempre al futuro.
“Tutto ciò si chiama ricostruzione innovativa – afferma – non basta ricostruire quello che c’era ma bisogna pensare a come la società del futuro vivrà gli spazi. È questo il compito dell’architetto”.
Per la Giraldo “il rischio non risiede solo nelle catastrofi naturali. Nella società ci sono altri importanti fattori di rischio, come la povertà e la violenza. Gli architetti, nel progettare spazi, devono tener conto di questo”.
La professoressa ha riportato esempi concreti di recupero innovativo, raccontando l’esperienza realizzata con l’Univesrità di Bogotà.
“Abbiamo lavorato nelle zone periferiche della città, costruendo spazi pubblici come biblioteche, centri di aggregazione e distretti sanitari. Nel far questo abbiamo coinvolto le famiglie”.
Il ruolo sociale dell’architettura è servito a incentivare la partecipazione dal basso, informando e rendendo consapevoli i cittadini sull’importanza dell’interazione con i governi locali per far fronte alle loro aspettative e alle loro necessità.
Della situazione aquilana ha parlato il prof Barbieri, impegnato, sin dai primi mesi dopo il sisma, nella ricerca sulla creazione di spazi pubblici di qualità nella zona Nord-Ovest del capoluogo. La scossa di terremoto della scorsa notte ha inevitabilmente acuito la paura degli aquilani, riportando alla mente le scene della notte del 6 aprile 2009.
In riferimento al tema del seminario verrebbe automatico pensare alla paura come possibile fattore di rischio e al conseguente ruolo sociale, se c’è, che l’architetto dovrebbe svolgere in riferimento a questo tema.
“C’è un ruolo sociale dell’architetto nella gestione della paura – sostiene Barbieri – ed è legato prima di tutto alla costruzione di edifici che limitino il più possibile i rischi per chi li abita”.
Soprattutto, però, per Barbieri, il ruolo sociale dell’architettura deve essere quello di informare, di far sapere ai cittadini che le strutture urbane sono funzionali e, soprattutto, in grado di indirizzarli in sicurezza nel caso di nuove eventuali emergenze.
“Cosa che, purtroppo – conclude il docente – non è successa. A due anni dal terremoto tanti cittadini sono ancora confusi e non saprebbero come affrontare una nuova emergenza, segno che la gestione del post-terremoto è avvenuta attraverso un totale distacco tra la necessità di ricostruzione e i bisogni della popolazione”.



