L’AQUILA – “La ricostruzione è ferma, bloccata, paralizzata e intanto ottomila operai edili rischiano di essere licenziati. Esigo risposte chiare, altrimenti si va verso la paralisi totale”.

Il presidente dell’Associazione nazionale costruttori edili (Ance), Gianni Frattale, torna a lanciare il grido d’allarme dopo l’intervento fatto agli Stati generali dell’economia che si sono tenuti domenica scorsa all’Aquila, durate il quale ha denunciato il blocco totale della ricostruzione post sisma.

ll presidente dell’Ance punta il dito contro un intero sistema che non riesce a ingranare. “La burocrazia non funziona – tuona Frattale – a partire dall’iter per l’approvazione delle 7.500 pratiche da smaltire, in base agli impegni presi, entro la fine dell’anno”.

“Questo è il punto, non c’è organizzazione”, sottolinea Frattale, che ripropone gli interrogativi accennati già sul manifesto diffuso qualche giorno fa dall’associazione. “Rientreremo a casa fra cinque anni? – si chiede – Perché la ricostruzione è bloccata? Esiste un cronoprogramma? Vogliamo risposte chiare”. (e. m.)

LA NOTA DEL PRESIDENTE ANCE

“Di pazienza, ai costruttori della provincia, ne è rimasta poca, adesso pretendiamo soluzioni definitive”.

L’associazione dei costruttori cambia tono nei rapporti con gli interlocutori della ricostruzione. Nei giorni scorsi ha firmato e diffuso su tutta la provincia un manifesto di denuncia sull’impasse della ricostruzione pesante.

L’intento era quello di risvegliare l’attenzione dei decisori sui noti ostacoli ancora irrisolti: lentezza nel licenziamento delle circa 8 mila pratiche, solo per il Comune dell’Aquila, per la ricostruzione pesante fuori dai centri storici; mancanza di un cronoprogramma sulle fasi della ricostruzione, sull’apertura dei cantieri e sul rientro degli sfollati; mancanza di programmazione per la ricostruzione dei centri storici del cratere.

“Finora abbiamo voluto metterci nei panni di chi si trova a governare una situazione straordinaria ed unica ma, dopo quasi tre anni, le gravissime responsabilità dei ritardi non hanno più nessuna attenuante. È ora che siano loro a mettersi nei panni degli altri, di chi vive una città morente. Non basta più bearsi del buon lavoro fatto per la messa in sicurezza della zona rossa e per la fase dell’emergenza o continuare a sventolare i milioni a disposizione se il cittadino non può utilizzarli perché blindati da una gabbia burocratica. Chi ha le mazze in mano, le muova”.
 

“È insopportabile leggere polemiche infinite e scaricabarile sui giornali mentre i nostri 8 mila operai rischiano di tornarsene a casa perché la ricostruzione è al palo e i cantieri non marciano. Un ritardo così grave e immotivato potrebbe far pensare al dolo.

L’Ance, oltre all’apertura dei cantieri e allo sblocco delle pratiche, chiede il pagamento dell’ultimo rata del 25 per cento dei lavori eseguiti, in 30 giorni così come prevede la legge.

“Spesso vengono richieste integrazioni delle pratiche senza capo né coda. Sono trascorsi 48 giorni dall’annuncio della soluzione e l’ordinanza che doveva tagliare i tempi è ancora in bozza. Eppure il sistema delle ordinanze era stato preferito alle leggi organiche perché veloci e plasmabili. Se le ditte devono rispettare termini perentori, chi governa la ricostruzione non può lavorare sine die. È il caso, allora, che i tavoli si riuniscano tutti i giorni e non ogni due settimane, e che invece di additare i colpevoli si portino le soluzioni”.