L’AQUILA – Sulla ricostruzione post-terremoto dell’Aquila piomba un “pezzo da 90” delle costruzioni nazionali, la Astaldi Spa, secondo gruppo italiano dopo Impregilo, con migliaia di dipendenti e un fatturato di oltre 1 miliardo di euro.
Dovrebbe essere una buona notizia, sia alla luce del blasone dell’azienda, sia per la necessità di velocizzare una grande quantità di lavori a oltre quattro anni dal tragico terremoto, sia per l’esigenza di una ricostruzione di qualità. E invece, almeno stando alle modalità in cui sta avvenendo, c’è ben poco da gioire.
Anzi, viene da pensare a un percorso forzato, soprattutto in un momento storico nel quale servono concretezza, affidabilità, trasparenza: quella di Astaldi Spa appare un’operazione troppo commerciale e non si sa fino a che punto efficace, perché, come vedremo, non entra direttamente e quindi non ci mette la faccia.
La Astaldi Spa scende in campo intervenendo nel ben mezzo di un fenomeno tutt’altro che ‘edificante’ in quello che viene considerato il cantiere più grande d’Europa e, in quanto tale, strumento per facili appetiti da parte di grandi gruppi produttivi ed economici e persino delle organizzazioni mafiose: il fenomeno è quello caratterizzato da aziende venute a cercare fortuna o, in molti casi, a cercare di raddrizzare bilanci in rosso profondo da anni.
Aziende che, dopo aver preso commesse per la ricostruzione per decine di milioni di euro, hanno invece dovuto gettare la spugna, bloccando lavori in corso per la disperazione dei condòmini, che ora non sanno quando torneranno nelle loro case e per questo hanno polemizzato, spiazzati.
Ma il problema è anche dei fornitori, che non sono stati pagati. E per gli “appiedati”, oltretutto, la situazione è ancora più grave perché, oltre al panorama della crisi economica mondiale, lo scenario non prevede gare pubbliche per le erogazioni milionarie ma appalti privati con affidamenti diretti da parte di assemblee di condominio spesso inconsapevoli.
La Astaldi Spa ha ‘approfittato’ proprio di questa dinamica: ha infatti rilevato parte dei contratti della Mazzi Spa di Verona, un’azienda che all’Aquila era riuscita a portare a casa oltre 100 milioni di commesse per la ricostruzione.
Proprio per la situazione debitoria, la Mazzi è in concordato fallimentare con i dipendenti, una cinquantina, attualmente in cassa integrazione. E ha almeno quattro cantieri bloccati, fatto questo che ha gettato nella più profonda delle incertezze proprietari e fornitori non pagati che rischiano il fallimento.
L’anomalia sta nel fatto che la Astaldi ha affittato il ramo di azienda, piuttosto che acquistarlo, con una società a responsabilità limitata, la Astaldi Aedifica, che ha un capitale sociale di 10 mila euro.
Non si tratta quindi di un salvataggio, ma di un tentativo di “ritardare” la morte dell’azienda veronese con un percorso poco chiaro.
Secondo quanto si è appreso, i dirigenti della neonata società avrebbero avviato contatti per subentrare nei contratti della Mazzi, scontrandosi, però, con la ritrosia dei presidenti di consorzi e molti condòmini.
Questi ultimi sono allarmati dal fatto che, dopo essersi affidati fiduciariamente alla Mazzi, ora si ritrovano con carte in mano assolutamente diverse e davanti a un salto nel buio, soprattutto sugli accordi intrapresi negli interventi con i singoli proprietari di abitazione.
Insomma, la mediazione non avrebbe portato, finora, a trasferimenti di contratti.
Da quanto risulta, Astaldi Aedifica sta facendo anche proposte definite “indecenti”, naturalmente dal punto di vista economico, agli operai e agli amministrativi per il licenziamento volontario (si parla di un incentivo di 1.000 euro).
L’obiettivo è di liberarsi di quella che viene considerata una “zavorra”. Nella prospettiva che, se la Mazzi dovesse vedersi accettato dal giudice un piano industriale per appianare le pendenze, a quel punto la Astaldi potrebbe anche pensare all’acquisizione del ramo d’azienda, e senza i dipendenti della società veronese.
Il tema è: si può fare? Secondo la legge sì, ma forse ci vuole un intervento della governance per precisare e regolare un fenomeno già in fase avanzata. E pericolosa.
I COSTRUTTORI AQUILANI: ”VIGILARE SU OPERAZIONI POCO CHIARE”
“Si sta verificando un fenomeno su cui Ance L’Aquila aveva allertato già da qualche tempo e che oggi cominciamo a leggere sulle cronache locali: quello delle imprese che incamerano un portafoglio milionario di contratti nella ricostruzione e poi portano i registri in tribunale, dopo aver rivenduto il pacchetto di commesse a grandi gruppi imprenditoriali nazionali”.
È quanto afferma una nota dell’associazione costruttori della provincia dell’Aquila.
“Queste operazioni, che ci auguriamo siano accidentali e non calcolate, devono avvenire nel rispetto degli obblighi assunti nei confronti dei fornitori, dei cittadini committenti e delle ditte subappaltatrici”.
“Già in una lettera dello scorso marzo l’Ance scriveva all’allora ministro Barca e ai due Uffici speciali di considerare l’opportunità di intervenire con provvedimenti che impedissero operazioni poco chiare, capaci di compromettere la ricostruzione degli edifici privati. Anche i sindaci, i presidenti di condominio e di consorzio, nella lettera sono stati sollecitati a tenere alta la guardia contro gli avventurieri del cratere che fanno incetta di contratti”.
“Non vorremmo che chi compra rami d’azienda lasciasse al territorio le foglie secche – commenta Gianni Frattale, presidente di Ance L’Aquila – è questo un fenomeno che comincia a verificarsi e su cui bisogna vigilare con tutti i mezzi, per non danneggiare le imprese del territorio, l’indotto dell’edilizia e gli stessi cittadini che rischiano di non rivedere la loro casa ricostruita. Devono vigilare tutti coloro ai quali è affidata la contrattazione. Attenzione a chi si affidano i cantieri ed in quali termini. Si vincolino in solido le imprese alle responsabilità sottoscritte attraverso valide fidejussioni”.
“Non abbiamo nulla contro i grandi gruppi di fuori – continua Frattale – ma si consideri che le imprese del territorio ci mettono la faccia più di altri. Agiscono con qualche remora in più proprio perché si giocano in casa la loro reputazione e possono essere più facilmente chiamate a render conto del loro operato. E questa per il cittadino è una garanzia in più”.
Frattale conclude riaffermando la necessità che la governance intervenga con precise norme preventive rispetto ad operazioni evidentemente contorte, al fine di permettere di verificare in anticipo che queste non nascondano il tentativo, da parte di aziende in difficoltà economica, di ripianare bilanci aziendali in rosso ai danni dei terremotati e della ricostruzione.



