L’AQUILA – La ricostruzione post-sisma 2009 ha portato a L’Aquila e negli altri 55 comuni del cratere 7,5 miliardi di euro su 11,4 miliardi preventivati, solo per i cantieri, più 74,3 milioni per rivitalizzare le attività economiche, sociali e culturali, appena un terzo di quelli che sarebbe stato possibile spendere.
Eppure a conti fatti dal 2012, quando la macchina è finalmente decollata, al 2019, l’occupazione è scesa in percentuali anche maggiori rispetto al resto d’Abruzzo e all’Italia, del 7,9% nel commercio e nella manifattura e nelle libere professioni, come pure nella pubblica amministrazione e, dato che ha del clamoroso, la flessione si è registrata anche nel settore delle costruzioni. Unica eccezione con il segno positivo quello della ristorazione e della ricettività.
C’era l’empirica evidenza che la pioggia di soldi del posto terremoto, sta restituendo una città bella e sicura dal punto di vista sismico, ha creato grandi fortune economiche per una minoranza di professionisti e imprenditori, ma non ha creato ricchezza e benessere diffuso, non ha frenato la fuga di giovani braccia e cervelli. Ora c’è la conferma con la forza dei numeri, uno studio approfondito basato su dati Istat, a cura di Alberto Bazzucchi, ricercatore aquilano dell’azienda speciale Gran Sasso della Camera di commercio L’Aquila-Teramo e della Cgil, resa nota nel corso del convegno targato Partito democratico, “Obiettivo lavoro, le occasioni per L’Aquila e l’Appennino”, che si è svolto nella sede Ance dell’Aquila oggi pomeriggio, organizzato dalla deputata, Stefania Pezzopane.
Lo studio è stato usato come prova del fatto che senza una strategia oculata, nemmeno i fondi del Pnrr, 210 miliardi in Italia, di cui già 1,8 miliardi “complementari”, dedicati ai crateri 2009 e 2016, saranno in grado di dare risposte efficaci sul fronte dell’occupazione, di creare lavoro vero e in modo capillare, di ridurre la disuguaglianze economiche, di sanare per davvero le ferite profende lasciate da due anni o quasi di pandemia del coronavirus.
Ma al di là della luce che lo studio getta sul futuro, altrettanto interessante ed emblematica è la lettura che consente su quello che è accaduto in questi 12 anni nel cratere sismico a L’Aquila.
Innanzitutto è lecito a questo punto sostenere che non è così vero che l’edilizia e gli interventi infrastrutturali, siano quello straordinario moltiplicatore di pil e ricchezza e occupazione, come viene decantato da esponenti politici di ogni ordine e grado, esperti e accademici.
Almeno a L’Aquila, città che già prima del sisma viveva una profonda crisi economica con il declino del polo industriale, questo è avvenuto solo in parte, solo all’interno di una filiera tutto sommato molto circoscritta.
Un tema che deve interessare l’intera classe politica, e anche l’Associazione nazionale costruttori edili della Provincia dell’Aquila, che ha appena eletto il suo nuovo presidente, Gianni Frattale, già a capo dei costruttori nel post-sisma, dal 2010 al 2017.
Fa riflettere poi che dei fondi Restart, a valere sul 4% delle risorse complessive per la ricostruzione edilizia, dal 2014 ne siano stati spesi sono una piccola parte, 74,3 milioni, su un budget potenziale di 320 milioni. E parte importante della cifra spesa è andata poi a ben vedere alle tre grandi multinazionali presenti a L’Aquila: Sanofi, Dompè e Menarini, per tre contratti di sviluppo che comunque sono stati determinanti per mantenere i livelli occupazionali pre-sisma e trattenere la produzione in un territorio martoriato e non più ospitale e competitivo.
Per il resto i numeri dello studio parlano da soli: nel 2012 gli addetti ovvero le persone occupate a tempo indeterminato e determinato (escluso insomma chi ha fatto solo qualche lavoretto saltuario ed occasionale) ammontavano nel cratere sismico a 36.509. Nel 2019 sono scesi a 33.610, con una flessione del 7,9%, che nel capoluogo L’Aquila è stata del -7 4%.
Dato in ogni caso in assoluta controtendenza rispetto alla situazione del resto dell’Abruzzo dove invece la variazione degli addetti è stata positiva, seppur solo dello 0,2%. Mentre in Italia l’occupazione è cresciuta del 4,3%.
Del resto ad essere scese sono proprio il numero delle imprese. Nel cratere dal 2012 al 2019 si è passati da 11.630 a 10.953 imprese attive, con una una variazione del -5,8%, all’Aquila si è passati da 6.669 imprese a 6.574, con la flessione del 1,4%. Il resto di Abruzzo la riduzione è stata del 4,7% in Italia del 2,2%.
E questo è accaduto anche nel settore delle costruzioni, nel cantiere più grande d’Europa, dove come noto a lavorare sono state in misura maggiore imprese provenienti da fuori regione, portandosi i loro operai. Nei comuni del cratere nel 2012 gli addetti erano 7.523 nel 2019 sono scesi a 6.063 ovvero del 19,4%, e a L’Aquila città del 22,7%.
Un dato in ogni caso superiore al resto dell’Abruzzo, con il -16, 3%, e dell’intero paese, che ha segnato il – 15, 2%.
Segnali fortemente negativi anche per tutti gli altri settori: quello manifatturiero cala dal 2012 al 2019 nel cratere del -20,3% contro il – 8,6,% del resto dell’Abruzzo il -2 1% in Italia.
Il settore del commercio registra da – 12,4 % nel cratere -13,4 L’Aquila, contro il meno 3,3 % nel resto d’Abruzzo e il 0,3 % in Italia.
Male anche il comparto delle attività professionali e tecniche: – 7,4% degli addetti nel cratere e il -10,8% a L’Aquila. Anche qui in clamorosa controtendenza rispetto al resto d’Abruzzo, che segna nello stesso arco temporale il + 5,9% e rispetto all’’Italia con il +10,1%.
L’emorragia di posti non risparmia nemmeno il personale effettivo in servizio nella pubblica amministrazione, vittima in questo caso però essenzialmente del blocco delle assunzioni: nel cratere si registra dal 2012 al 2019 il – 7,7%, come pure a L’Aquila.
Idem per il personale universitario docente non docente dell’università dell’Aquila, che è sceso del -9,2%, ma in questo caso, va detto, la flessione ha riguardato anche l’università di Pescara (-11,7%) e di Teramo (-12,2%).
C’è solo un settore dove è lecito sorridere: quello dell’alloggio e ristorazione: nel cratere dal 2012 al 2019 si è passati da 3.353 a 3.622 addetti con un incremento dell’8%, anche se la media italiana è stata nello stesso periodo molto più sostenuta, del 20, 3%.
In questo contesto resta dunque da chiedersi che effetti benèfici hanno avuto i pur pochi fondi del programma unitario di sviluppo Restart, spesso tacciato di essere stato utilizzato a pioggia, senza una vera strategia, e senza che nei badi fosse prevista in modo davvero efficace la ricaduta occupazionale.
Finora sono state assegnati 230 milioni, ne sono stati impegnati 146,9 milioni, ne sono stati trasferiti ai vari enti attuatori 86,1 milioni, ma alla fine della giostra, come detto, ne sono stati spesi 74,3 milioni.
Delle risorse spese 27,4 milioni sono andati al sistema imprenditoriale e produttivo, 13 milioni per progetti di turismo e ambiente, 7,2 milioni per attività cultura, 9,6 milioni per l’alta formazione, 14,1 milioni per la ricerca tecnologica, 2,5 milioni per l’agenda digitale.






