L’AQUILA – C’è grande preoccupazione nei palazzi della giunta regionale trai dipendenti che non hanno ancora certezze sul fondo per pagare i loro premi di produzione, ed anche per la riorganizzazione della macchina burocratica che procede tra non poche difficoltà, e a far rabbia è che nonostante tutto la Regione procede a pagare le Retribuzioni individuali di anzianità ad una minoranza che ne hanno ottenuto il diritto.
Martedì mattina è saltata la riunione per fare chiarezza sul fondo da cui attingere per pagare il salario accessorio, con grande sconcerto delle rappresentanze sindacali, che temono tagli ai premi di produzione, ipotesi non peregrina in tempi di bilanci di previsione da vacche magre. La riunione è stata poi convocata giovedi scorso, ma di certezze sui punti salienti ancora non ci sono.
E proprio per questa ragione provoca ancora più stizza l’intenzione della Regione di continuare a pagare altri 3,5 milioni di euro, per la famigerata Retribuzione individuale di anzianità (Ria), a “botte” anche da oltre 100 mila euro ad una minoranza di dipendenti, nonostante una sentenza della Corte costituzionale abbia ritenuto che questi “regali” non avevano ragione di essere, e nonostante un’inchiesta della Procura.
Tanto che la Uil funzione pubblica, unico sindacato che sulla vicenda sta dando battaglia, urla allo scandalo, ed è in procinto di denunciare tutto alla Corte dei conti.
Come se non bastasse è arrivata come una doccia fredda la sentenza del giudice del lavoro Maria Rosaria Pietropaolo del Tribunale di Teramo, che ha condannato la Regione Abruzzo per “comportamento antisindacale”, in quanto il Dipartimento Politiche dello sviluppo Rurale e della Pesca, ha messo in “esubero” una settantina di dipendenti ritenuti soprannumerari, e ha proceduto al trasferimento da una sede all’altra di un’altra trentina circa, senza però prima consultare le organizzazioni e le rappresentanze sindacali, come impone invece la legge.
Il giudice ha disposto che la Regione faccia ora marcia indietro. Insomma tutti dovranno tornare al loro posto, e molti dei dipendenti già si sono rivolti agli avvocati per ottenere un congruo risarcimento.
Insomma ci sono tutti gli ingredienti per rendere nei palazzi della regione il clima esplosivo, e per rendere una via crucis la rivoluzione della burocrazia regionale avviata dal presidente Luciano D’Alfonso, e già esibita come un fiore all’occhiello.
Tornando al mancato incontro con la delegazione sindacale, Marco Cipolletti, componente Uil della Rsu della Giunta regionale, riferisce che la delegazione regionale, capitanata dal direttore generale Cristina Gerardis, e composta dai dirigenti Hebron D’Aristotile e Fabrizio Bernardini, non si è presentata.
“Abbiamo aspettato più di due ore – commenta Cipolletti – non solo non si è visto nessuno, ma nemmeno ci hanno dato spiegazioni sul crescente ritardo. Un comportamento che l’intera Rsu ha ritenuto intollerabile, e che ha poi guastato il clima dell’incontro di giovedi”.
Nell’incontro comunque è stato definito il fondo interno per le attività culturali, assistenziali e ricreative ovvero somme previste dalla Legge regionale 56 del 1983 e destinate al personale della Giunta regionale tra cui dipendenti affetti da gravi patologie ed altre esigenze assistenziali connesse”.
Va giù duro Giulio Cesare Matè, della segreteria regionale Uil Funzione pubblica.
“Premesso il fatto che i premi di produzione continuano ad essere erogati senza criteri davvero meritocratici, nonostante le nostre continue richieste di cambiare metodo a cominciare dall’attivazione delle progressioni economiche, dalla Regione pretendiamo chiarezza, perché tra l’altro stiamo parlando di una componente dello stipendio rivolta a più di 1.600 dipendenti”.
Dove invece la Regione, nel silenzio di tomba degli altri sindacati, non bada a spese e va avanti a spron battuto – denuncia sempre la Uil – è sui pagamenti della Ria. Torbida vicenda su cui indaga la magistratura, nata con un’improvvida legge del 2007, che ha aumentato al massimo l’extra mensile per l’anzianità in busta paga per dipendenti e dirigenti, anche fino a 1.200 euro al mese.
Legge poi cancellata nel luglio 2014 da una sentenza della Corte costituzionale. Chi però, una minoranza dei dipendenti e dirigenti, anche per presunta inerzia della Regione, aveva intanto ottenuto una sentenza definitiva, è passato all’incasso e continua a farlo.
Tanto che la Regione, come ha denunciato pochi giorni fa Mauro Febbo di Forza Italia, si prepara comunque a sborsare altri 3,5 milioni, per di più con l’intenzione di farsi ratificare in Consiglio i debiti fuori bilancio relativi a 75 sentenze che hanno visto la Regione soccombente nei confronti dei propri dipendenti. Chi non ha avuto sentenze definitive invece deve restituire a rate quanto già ricevuto. Una disparità di trattamento intollerabile per Matè, e anche per buona parte dei dipendenti.
“Abbiamo spiegato – tuona il sindacalista – che visto che c’è una sentenza di incostituzionalità la Regione potrebbe bloccare i pagamenti anche dei dipendenti con sentenze passate in giudicato. Per noi non è affatto detto che valga il principio del ‘chi ha avuto ha avuto e chi ha dato ha dato’, che non possa valere la retroattività. Non ci si rende conto che questa vicenda crea un diffuso malessere, soprattutto in una fase di scarsità di risorse, visto che di fatto si crea una clamorosa disparità di trattamento: la grande maggioranza dei dipendenti non ha visto un euro, c’è chi invece continua a incassare some anche ben superiori ai 70 mila euro”.
La cosa grave per la Uil è che poi queste somme per la Ria sono debiti fuori bilancio non riconosciuti dal Consiglio. Una ragione in più, annuncia Matè, “per interessare la Corte di Conti”.
Infine la tegola della sentenza del Tribunale di Teramo, che impone riavvolgere il nastro dei trasferimenti già disposti, che hanno visto dipendenti regionali del settore Agricoltura spostati da varie sedi territoriali a Pescara e L’Aquila.
“I dipendenti sono stati trattati come mobili e suppellettili – esclama Matè – da traslocare in altro sito, o meglio stimati come manovalanza, di basso profilo, a carattere stagionale, da trasferire alla bisogna, dimenticando la natura eminentemente intellettuale necessaria per lo svolgimento delle rispettive attività specialistiche”.
“Riteniamo opportuno suggerire alla ‘ubbidiente burocrazia’ regionale che oggi più che mai non bisogna lasciarsi indurre in tentazione a percorrere la scorciatoia che porta verso una selvaggia deregulation”, conclude Matè.






