FINALE EMILIA – “È da una settimana che ‘balliamo’, sembra che la terra non voglia fermarsi più: abbiamo paura”.
Gli emiliani hanno imparato a familiarizzare con quel termine, “sciame sismico”, che li insegue da domenica 20 maggio, quando alle 4.04 di notte il terremoto è passato a “far visita” a una terra che non l’aspettava proprio: “ci avevano detto che questa era una zona tranquilla”.
Una scossa di magnitudo 5.9 che ha riportato indietro la pellicola di un film già visto in Abruzzo tre anni fa: lutti, sfollati, monumenti distrutti, scuole inagibili, gente terrorizzata dall’idea di rientrare nelle proprie abitazioni.
SANT’AGOSTINO: LE CASE “SCIVOLANO VIA”
E poi c’è la “liquefazione”: quel fenomeno per cui il suolo si ammorbidisce, con le case “che scivolano via”, come spiega ad AbruzzoWeb Roberto Lodi, il vice sindaco di Sant’Agostino, il centro del Ferrarese dove tra le macerie dei capannoni industriali si sono contate alcune delle vittime.
Lodi trascorre la domenica al Coc, il centro operativo comunale allestito dentro le scuole elementari dove si raccolgono le richieste e le necessità dei cittadini e, carte geografiche alla mano, illustra l’area della frazione di San Carlo interessata dallo strano evento: “gli esperti lo stanno studiando, aspettiamo le risultanze tecniche per capire se almeno possiamo consentire alla gente con le case agibili di rientrare”.
Passa da quelle parti anche Ottorino Zanoli, il responsabile dell’associazione locale dei volontari di protezione civile, con la faccia segnata dalla stanchezza per le troppe ore di sonno perse: “stiamo lavorando per recuperare quanti più documenti possibili dalla nostra sede danneggiata, in attesa di capire dove potremo ricollocarci”.
L’EX RAGIONIERE GUARDA IL MUNICIPIO E PIANGE
Da lì ci spostiamo nella piazza principale del paese, seduti ai tavolini del bar alcuni anziani cercano riparo all’afa, uno di loro si alza e saluta la nostra accompagnatrice, l’avvocato Claudia Balboni, sindaco per dieci anni di Sant’Agostino fino al 2009. La abbraccia e piange, con lo sguardo rivolto al Municipio, un gigante squarciato che si appoggia sulle colonne del porticato ed è un miracolo che stia ancora in piedi.
“È l’ex responsabile della tesoreria comunale – ci svela la Balboni – ha passato tutta la sua vita dentro quegli uffici, per lui deve essere stato un colpo tremendo”.
IL LAMPADARIO DI BALBO
Dalla piazza del paese, attraverso il buco aperto dal terremoto nella sede del Comune, si vede la sala consiliare con gli affreschi al soffitto e un imponente lampadario: “solo quello vale più di tutto lo stabile – dice l’ex primo cittadino – viene dal castello estense di Ferrara. Fu venduto a una cifra simbolica a Sant’Agostino grazie all’intercessione di Italo Balbo, l’aviatore fascista che era stato uno dei quadrumviri della marcia su Roma e plenipotenziario in provincia, che si era innamorato di una donna del posto”.
Nessuno si azzarda a entrare nel palazzo per salvarlo, smontarlo dall’alto non se ne parla, “è incassato al soffitto da un argano talmente pesante – aggiunge un’incredula Balboni – che è un mistero come non si sia portato dietro tutto”, così hanno provato a tagliarlo ed estrarlo con un mezzo meccanico, ma senza successo. Sicuramente ci riproveranno.
FINALE EMILIA: MONUMENTI RIDOTTI A UN CUMULO DI MATTONI
Da Sant’Agostino, lungo la campagna costellata di fabbricati rurali sventrati e le lamiere aggrovigliate di alcune fabbriche, ci spostiamo a Finale Emilia, 18 mila abitanti, in passato luogo strategico di confine tra Modena e Ferrara, al centro della disputa tra Stato pontificio e casa d’Este nel XVI secolo.
La torre con l’orologio crollata è diventato uno dei simboli della catastrofe, così come la Rocca trecentesca che si affacciava sul Reno prima dell’interramento del corso d’acqua. I due monumenti, costruiti di mattoni come la maggior parte delle abitazioni e dei casolari agricoli, sono stati scomposti dalle scosse, come fossero delle costruzioni Lego smanacciate da un bambino dispettoso.
IL SINDACO E L’EX
Sono sei le tendopoli allestite in paese, in una di esse, quella della frazione di Massa Finalese, il capo campo è l’ex sindaco Raimondo Soragni, uno dei primi ad arrivare come volontario a Villa Sant’Angelo (L’Aquila) la notte tra il 6 e il 7 aprile 2009 a seguito della colonna mobile dell’Emilia-Romagna.
Da 11 mesi ha lasciato la fascia tricolore al giovane Fernando Ferioli, un trascorso da assessore, che si aggira spaesato tra riunioni con vigili del fuoco, personale del dipartimento nazionale di Protezione civile e funzionari delle province emiliane accorsi per dare supporto logistico all’amministrazione.
“Tranne gli asili nido comunali – afferma sconsolato – le altre scuole sono inagibili, così come le chiese, il teatro e il municipio. Non sappiamo che fare: il nostro patrimonio culturale si sta sbriciolando e non abbiamo notizie sulle procedure da seguire nelle messe in sicurezza, tutto il centro storico è transennato, vorremmo delle indicazioni tecniche per riaprire almeno quelle strade che potrebbero essere percorribili”.
Una donna gli si avvicina: “sono originaria di qui ma vivo a Milano, ho fatto verificare casa mia da un amico ingegnere che mi ha detto che la struttura non ha subito danni, ma vicino ho un fabbricato pericolante, cosa devo fare?”. Per chi queste scene le ha già vissute sulla propria pelle, la risposta sarebbe semplice: “signora, lei ha una ‘F’, potrà rientrarci quando il pericolo esterno sarà rimosso”, ma al primo cittadino ancora nessuno spiega cosa sia una scheda di valutazione Aedes e cosa significhi che una casa è “A”, “B”, “C”, “E” o “F”.
Eppure a qualche centinaio di chilometri in molti hanno imparato da tempo a familiarizzare con queste sigle, ma evidentemente le informazioni non circolano, e così il timore che gli errori compiuti all’Aquila e nel “cratere” si possano ripetere si fa prepotente.
Poco più in là ci sono due medici che discutono: uno di loro è Stefano Stipi, direttore del dipartimento territoriale di emergenza e urgenza, l’altro si chiama Carlo Tassi. Riferiscono che la casa di riposo è ok, ma tra l’ospedale di Finale e quello di Mirandola (Modena) sono circa 200 i pazienti costretti a una forzosa trasferta verso altre strutture sanitarie.
LA PALESTRA DEGLI ANZIANI
Gli anziani e i disabili, invece, hanno trovato ospitalità nella palestra del liceo Morandi. Lì il capo campo è Iaures Malagoli, dell’associazione volontari “Bentivoglio” di Gualtieri (Reggio Emilia), un uomo dalla faccia simpatica con dei baffoni alla Peppone, anche se imbiancati. A fargli da spalla ci sono Raffaele Reggiani, un giovane iper attivo che si divide tra la curva del tifo reggiano e l’impegno nel mondo della solidarietà, e Roberto “Bobo” Soliani, il presidente del sodalizio che tutti i giorni fa sopra e sotto tra Gualtieri e Finale Emilia pure se ha un ginocchio e una spalla messi male dopo che il suo amico Iaures gli è franato addosso durante una sciata sulle nevi della Valle d’Aosta in occasione degli ultimi campionati nazionali della Protezione civile.
Dentro la palestra ci sono 180 brandine affilate, con le persone costrette a dormire fianco a fianco senza un briciolo di privacy e a mangiare sui letti perché non c’è uno spazio dedicato alla mensa: “questa è gente che non può dormire nelle tende – sottolinea Malagoli – ci sono vecchi non autosufficienti e persone sulle sedie a rotelle, al momento è la soluzione migliore che siamo riusciti a offrirgli”.
Domenica, però, era una bella giornata, così il refettorio è stato allestito all’aperto, nello spazio tra il liceo inagibile e il “dormitorio”, dove alcuni bambini, in larga parte figli delle badanti degli anziani ospitati, si rincorrono e giocano con i due gruppi di clown arrivati da Modena e Vergato (Bologna).
LA PAURA DEL FUTURO
Il disagio è tollerato con grande compostezza dagli “ospiti”: poco prima di pranzo parliamo con Olga Gallini e sua figlia, Roberta Bolognesi.
“Per un po’ di giorni siamo stati in macchina davanti il garage di un’amica – dice Roberta – ma mia madre è anziana, non potevo tenerla in quelle condizioni, così ci siamo trasferiti qui, comunque non ci manca nulla”.
“A spaventarci, però, non è la nostra condizione attuale, ma quella futura – prosegue – casa nostra è di fronte il castello, non ci sono molte crepe, ma dentro è volato tutto, televisori, libri, soprammobili, piatti… Se dovessimo lasciarla perché non è sicura sarebbe un dramma: noi i soldi per farci un’altra casa non li abbiamo”.
“Senza contare – prosegue – l’impatto psicologico che avrà su di noi questa tragedia, siamo sconvolti e credo lo saremo a lungo. Alterniamo momenti di tranquillità ad altri di terrore, quando le scosse ricominciano a farsi sentire, lo sciame sismico non ci lascia in pace”.
“L’unica consolazione – conclude la signora – è che da giovedì ho ripreso a lavorare, così come pure mio marito, che fa l’idraulico: gli era crollata una parte del deposito ma dei volontari di Comacchio (Ferrara) l’hanno aiutato a sgomberare le macerie e a recuperare gli attrezzi”.
Durante tutta la chiacchierata le due donne sono amorevolmente “guardate a vista” da Gloria Bellodi, una guardia ecologica volontaria di queste parti, che aiuta i volontari reggiani nei rapporti con la popolazione.
“Siete stati fortunati – ci dice Gloria – non è facile trovare una famiglia finalese tra quelle ospitate nei centri di accoglienza, qui il 70/80% degli sfollati è costituito di extracomunitari del Nord Africa e dell’Asia”.
I più colpiti dal terremoto, infatti, sono proprio marocchini, pakistani e indiani, che vivevano in larga parte nei casolari di campagna distrutti e che si occupavano, prevalentemente, di lavorare in campagna o di accudire gli animali.
LA PREGHIERA VERSO LA MECCA
I maghrebini sfollati sono quasi tutti musulmani osservanti, per questo si assiste al paradosso che, nella patria del prosciutto, del salame e della mortadella i menu giornalieri siano quasi del tutto privi di carne di maiale: “la loro religione gli impedisce di mangiarla, così abbiamo dovuto studiare delle soluzioni alternative”, spiega Diego Gottarelli, responsabile del campo Robinson, gestito dall’Associazione nazionale alpini dell’Emilia-Romagna, anche per lui un impegno durato mesi nelle tendopoli aquilane di Villa Sant’Angelo, Sant’Eusanio e piazza D’Armi.
Non finisce di dirlo che, poco lontano, si vede un gruppetto che si apparta, si toglie le scarpe e inizia la classica preghiera del pomeriggio in direzione della Mecca. Qualcuno storce il muso e si lamenta, ma tutto sommato si tratta di comunità abbastanza integrate che vivono a Finale da anni, e non ci sono tensioni di alcun genere.
MONTEPULCIANO-LAMBRUSCO 10-0
“Quello che mi preoccupa di più – sottolinea Gottarelli – è la scarsa attenzione che il governo e i mezzi di informazione hanno sul nostro terremoto”, e infatti a presidiare mediaticamente il territorio ci sono solo due troupe, una di Sky24 e una del TgCom.
“Da voi era un via vai di telecamere e giornalisti, qui è molto diverso, anche se mi rendo perfettamente conto delle differenze tra le due situazioni”, ci saluta Gottarelli che ci ringrazia per la cassa di vino che gli lasciamo e sorridendo sentenzia: “il montepulciano batte il lambrusco 10 a 0”.
UN PENSIERO PER L’AQUILA
La visita è finita, è ora di tornare a casa, una coppia attempata seduta all’ombra chiede al capocampo informazioni sul nostro conto, quando capisce di dove siamo si alza e ci viene incontro.
“Siete dell’Aquila?” è la domanda. Il timore è che voglia rimproverarci il clamore, spesso sopra le righe, del “nostro” terremoto rispetto alla discrezione imposta al “loro”. E invece ci guarda e fa: “come vanno le cose da voi? Mi raccomando fatevi coraggio”.
Questa è al gente emiliana. Ce la faranno.






