PESCARA – “Apprezzo lo sforzo, le buone intenzioni, ma la proposta di legge regionale sulla parità di genere è una ‘lavata di faccia’. E ancora una volta la consigliera di parità non è stata coinvolta in nessun modo, sgarbo istituzionale ma non solo, visto che rappresento il governo nelle politiche di genere e di non discriminazione” 

Rompe il silenzio la consigliera di parità della Regione Abruzzo Letizia Marinelli​.

E lo fa per stroncare la proposta di legge presentata dal vicepresidente della Regione Lucrezio Paolini, Italia dei valori.

Una sorta di “norma quadro” che pone paletti a cui si dovranno attenere tutte le leggi regionali, i bandi e i concorsi, la ripartizione delle poste economiche dei bilanci di previsione, per favorire in ogni caso la presenza femminile e la parità di genere nelle istituzioni e nel mondo del lavoro.

Una “lavata di faccia”, per la consigliera nominata a luglio del 2011, con decreto del Ministero del lavoro di concerto con il Ministero delle Pari opportunità su designazione della Giunta regionale di Gianni Chiodi.

Balzata suo malgrado alla ribalta cronache e del gossip politico per una vicenda personale, a margine dell’inchiesta Rimborsopoli che coinvolse proprio l’ex governatore Chiodi, Marinelli, che per il suo incarico è pagata appena 180 euro di rimborso, non è la prima volta che denuncia gli ostacoli e il non coinvolgimento che la Giunta regionale ha opposto allo svolgimento del suo lavoro di garante, con mandato governativo, dell’effettiva attuazione delle politiche di genere in Abruzzo.

Regione, dove giova ricordare, le donne in Consiglio sono appena due, i sindaci e consiglieri comunali donna una sparuta minoranza.

Per non parlare del tasso di disoccupazione femminile in Abruzzo, più alto di quello maschile, e i redditi molto più bassi.

A tal proposito, ricorda Marinelli, “a fine marzo ho scritto, come impone il mio ruolo, al presidente del Consiglio Matteo Renzi, per evidenziare che le politiche di parità in Abruzzo non vengono attuate, con particolare riferimento all’utilizzo dei fondi comunitari che prevedono azione di promozione alle politiche di genere, come stabilito da Regolamenti comunitari”. 

Si scopre poi che Marinella Sclocco, assessore con delega alla parità di genere, la Marinelli l’ha pressoché ignorata.

“Prima che divenisse assessore – racconta Marinelli – l’ho invitata alle mie conferenze stampa, ma non si è presentata. Le ho scitto email ufficiali per avere lumi sul fondo da circa 100 mila euro, svanito nel nulla, per le attività della consigliera di parità, ma non mi ha mai risposto. Mi sono più volte avvicinata a lei in modo collaborativo, ma sono stata ricevuta una sola volta”.

A maggior ragione, dal suo punto di vista Marinelli giudica grave il non essere stata contattata nell’iter di elaborazione di questo progetto di legge, che è passata al solo vaglio della Commissione pari opportunità della Regione, presieduta da Gemma Andreina, di cui Marinelli, non coinvolta, è membro di diritto, in rappresentanza del Governo. 

Marinelli entra dunque nel merito del progetto di legge Paolini, punto per punto, anche se i giochi sono oramai fatti.

In esso è previsto innanzitutto un “Rapporto annuale sulla condizione delle donne abruzzesi”, sull’andamento demografico, sull’occupazione femminile, sui servizi esistenti, specie quelli tesi a favorire la conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro, sui livelli di istruzione e formazione.

Una provocazione, per Marinelli, che ha più volte denunciato di non essere mai stata supportata, con un minimo di personale regionale, nell’elaborazione del Rapporto biennale, previsto dalla legge nazionale, sullo stato dell’arte in termini di parità di genere nelle aziende abruzzesi superiori ai cento dipendenti.

“In questo rapporto va monitorato lo stato delle assunzioni, della formazione, della promozione professionale, dei passaggi di qualifica, nonché fenomeni di mobilità, o ancora pensionamenti, prepensionamenti e licenziamenti. E la Regione non mi ha dato nemmeno la posta elettronica certificata, necessaria a raccogliere, in via telematica, le comunicazioni delle aziende. Avevo chiesto di poter avere a disposizione un paio di impiegate regionali, per elaborare la grossa mole di dati, ma anche in questo caso mi sono trovata davanti ad un muro di gomma”.

Nel pdl Paolini, si prevede poi l’introduzione del “Bilancio di genere”, che andrà accompagnato al bilancio di previsione e al rendiconto finanziario, “come strumento di monitoraggio e di valutazione delle politiche regionali su uomini e donne al fine di promuovere l’uguaglianza di opportunità”.

In concreto: andranno previste “voci di spesa indifferenziate ma tali da produrre un impatto notevole sul genere femminile, “spese destinate direttamente al genere femminile”, “spese per programmi e misure specifiche per le pari opportunità”.

“Ottima iniziativa – commenta Marinelli – va però anche ricordato che la Regione, prima di approvare nuove regolamentazioni potrebbe rispettare e far rispettare quelle che già esistono. Nella precedente amministrazione regionale, come in quella attuale, molti obiettivi previsti nella programmazione dei fondi comunitari, non sono supportati da misurazioni statistiche declinati per genere, a cominciare dal Fondo sociale europeo, a finire al Piano di sviluppo rurale. Basti dire che la Regione ha l’obbligo di specificare e riportare alla consigliera di parità numeri e dati che dimostrino l’impatto delle politiche di genere sul territorio. Non basta prevedere assi di finanziamento dedicati nei vari bandi: bisogna poi dire quanti posti di lavoro sono stati creati, di che qualità e di quale livello professionale. A dirlo sono le norme europee, non io”.

Infine, il pdl Paolini prevede azioni anche sul piano sanitario.

“La Regione – si legge nel testo – garantisce integrazione nelle politiche regionali inerenti il diritto alla salute, del principio della parità di trattamento, al fine di evitare discriminazioni a causa delle differenze biologiche, e degli stereotipi sociali”, obiettivo raggiungibile con la formazione del personale sanitario, con particolare riferimento alla capacità di individuare e trattare situazioni di violenza di genere. E promuovendo la ricerca scientifica e l’accessibilità all’attività diagnostica e terapeutica.

“Come consigliera di parità, come impone il mio ruolo – commenta in questo caso Marinelli – ho proposto iniziative legislative anche in tema sanitario, con particolare attenzione alle vittime di violenza, e sulla prevenzione di patologie che colpiscono in particolare le donne. Ho avuto una interlocuzione costante con i direttori generali delle Asl, ma anche in questo caso la Regione non mi ha mai supportata, l’assessore alla Sanità Silvio Paolucci a tutt’oggi non ancora mi riceve. Prima di approvare leggi che entreranno in vigore chissà quando, basterebbe far rispettare le regolamentazioni esistenti.

Credo sia curioso che la legge parli di statistiche e misurazioni che verranno fatte senza alcun aggravamento di spesa nel bilancio regionale mentre attualmente io ho problemi a conoscere il numero di donne coinvolte nella formazione e sapere in quale tipo di lavoro sono state coinvolte successivamente alla formazione ricevuta”. 

“E poi già l’esistente Legge Derio sulla rappresentanza delle donne in politica – aggiunge Marinelli – non viene rispettata dai Comuni. Quale consigliera di parità ricevo segnalazioni alle quali non riesco a far fronte per le tante incombenze che devo sostenere da sola senza personale: la situazione del Comune di Montesilvano, del Comune di Pianella, sono alcuni esempi ai quali sto lavorando.  

Non tutti gli Enti pubblici che indicono concorsi hanno provveduto a comunicarmi la composizione della commissione di concorso al fine di verificare, come la legge prevede, l’adeguata presenza delle donne nella Commissione stessa. Una regola che sembra sciocca ma chiedetevi perché tutti i consiglieri regionali, in prevalenza uomini, non hanno approvato la modifica della legge elettorale regionale sulla doppia preferenza di genere e guardando il risultato delle sole due donne in consiglio vi siete dati la risposta”, conclude la consigliera di parità. Filippo Tronca