L’AQUILA – È più alto delle prime stime, tra i 70 e i 100 milioni di euro, l’importo dello scampato salasso per le casse della Regione Abruzzo dopo la bocciatura da parte della Corte costituzionale della legge regionale sulla Ria, la retribuzione individuale di anzianità.
Si tratta di un’indennità aggiuntiva allo stipendio riservata al personale della Regione, concessa con una legge che allineava l’ammontare di tutti i dipendenti regionali alla soglia più alta raggiunta da quelli provenienti da altre amministrazioni che l’avevano maturata.
Un caso che riguarda centinaia di lavoratori e che ha fatto tremare a lungo a palazzo Silone. E ora la Regione dovrà mettersi contro se stessa, cercando di avviare una procedura di recupero delle somme già stanziate che va ancora progettata e sarà comunque durissima.
Il risparmio rispetto a spese che venivano considerate ineluttabilmente previste costituirà una sorta di “tesoretto” che l’amministrazione D’Alfonso potrà investire in capitoli ancora da stabilire.
La stima, che supera di gran lunga quella di 20 milioni ipotizzata tempo fa, è stata aggiornata di recente dal settore personale della Giunta regionale, alla luce della stabilizzazione dei dati dei contenziosi in corso.
Lo scarto tra i 20 milioni risparmiati della prima stima e i 100 di quella più recente è così grosso perché la maggior parte del bottino oscillava a seconda delle diverse portate applicative delle sentenze già emanate nelle singole cause di lavoro.
Intanto spuntano alcuni particolari sull’iter che ha portato alla censura della norma contestata da parte dei giudici delle leggi con la sentenza n° 211 dello scorso 9 luglio, anticipata da AbruzzoWeb.
In particolare, c’è voluto un cambio di avvocato regionale, e conseguentemente di strategia difensiva, perché i ricorsi della Regione a valutare la legittimità costituzionale avessero successo.
Secondo quanto si apprende, infatti, fino al 2011 le memorie presentate dai legali della Regione Abruzzo nelle varie cause di lavoro puntavano a contestare solo la mancanza di copertura finanziaria del provvedimento sulla Ria, e cioè la violazione dell’articolo 81 della Costituzione.
Una linea, quella adottata dall’avvocato dell’epoca, Sandro Pasquali, che, secondo molti, anche tecnici interni alla Regione, era stata troppo morbida e portava l’ente a perdere sistematicamente le cause, visto che i giudici hanno più volte sentenziato come fosse un problema della Regione stessa trovare la copertura delle sue leggi.
Solo a partire dagli ultimi 3 anni, con il cambio in seno all’Avvocatura tra Pasquali e Carlo Massacesi, sarebbe cominciata una strategia difensiva diversa: la contestazione della violazione dell’articolo 117 della Costituzione sulla competenza legislativa, statale piuttosto che regionale, ovvero quello su cui si fonda l’istanza del giudice del lavoro di Teramo Giuseppe Marchegiani, che ha chiamato in causa la Corte costituzionale, portando alla sentenza salva-bilancio.
Pasquali, ora in pensione, ha incassato a sua volta la Ria e il suo adeguamento, e oggi lavora come avvocato di numerosi dipendenti che hanno fatto ricorso e i cui procedimenti sono ancora in piedi.
Va anche sottolineato che una sentenza di tenore opposto, ad avvalorare la costituzionalità della retribuzione di anzianità, avrebbe scatenato un uragano finanziario e politico: se la Consulta avesse avallato la Ria così com’era, il giorno dopo tutte le Regioni si sarebbero precipitate ad aumentare o magari a diminuire i compensi stabiliti nei contratti.
Ed è proprio l’ultimo inciso della sentenza che fa riferimento a questo rischio.
Argomentando sulla questione che si possa creare disparità tra chi ha già avuto sentenze esecutive, magari non impugnate, e coloro che hanno il giudizio in itinere, la Corte ha detto, appunto, che ne è consapevole, ma che tale potenziale ingiustizia è nulla rispetto a quella che si genererebbe se la sentenza avesse ritenuto legittima la norma, proprio per le potenziali applicazioni diversificate che le amministrazioni regionali avrebbero potuto fare.
E la portata nazionale di questa sentenza è testimoniata anche dalle citazioni su testate specializzate di diritto come Lexitalia.it.




