L’AQUILA – La torta è sempre la stessa, ma le fette sono sempre più numerose e, quindi, più strette.
La torta è quella del salario accessorio dei dipendenti regionali. Le fette, quelle che dovranno spettare anche ai dipendenti delle Province che si andranno ad aggiungere ai 1.500 lavoratori circa dell’amministrazione regionale, per effetto della riforma Del Rio.
Una ragione in più di malumore, questa economica, nel personale di palazzo Silone, che si aggiunge alle difficoltà logistiche e organizzative nate con l’arrivo dei primi 160 “provinciali” che, in attesa di capire dove collocarli materialmente, visto che non ci sono stanze e scrivanie a sufficienza, ora lavorano per la Regione a “distanza”, timbrando il cartellino nei loro vecchi uffici provinciali.
Il salario accessorio dei dipendenti della Giunta regionale si aggiunge al salario tabellare, quello “base”, di 1.200-1.400 euro, ed è legato sia, soprattutto, alla produttività, sia ai “disagi” che incontrano i dipendenti che, per esempio, svolgono lavoro notturno o in orari diversi da quelli stabiliti dal contratto.
Una quota calata, dal 2011, in media di circa 3 mila euro annui a persona, con punte da 5 mila a 2 mila, tenuto conto della complessa diversificazione dei trattamenti. Il fondo non è aumentato e, nel frattempo, sono arrivati i dipendenti dell’Azienda regionale di promozione turistica (Aptr), dell’Agenzia regionale per i servizi di sviluppo agricolo (Arssa) e della società Abruzzo sviluppo, soppresse nella passata legislatura.
E si sono registrati anche errori passati dei dirigenti che hanno lavorato nella composizione del fondo del salario accessorio, che ora impone un recupero forzoso.
Sulla vicenda è in corso una vertenza tra la struttura regionale e i sindacati del pubblico impiego, che hanno indetto uno stato di agitazione tutt’ora in corso, arrivando a minacciare lo sciopero.
Hanno ottenuto, per ora, che il taglio del salario accessorio 2015 sarà di “soli” 200 euro massimo, e non di 500 pro capite come paventato. La Regione, infatti, per voce del direttore generale, Cristina Gerardis, e del capo di gabinetto della Presidenza, Fabrizio Bernardini, si è impegnata a trovare nelle pieghe del bilancio mezzo milione per incrementare il fondo, che ammonta attualmente a circa 15 milioni.
La vertenza riguarda, però, solo il salario accessorio del 2015. E per l’immediato futuro la situazione rischia di aggravarsi perché, con l’arrivo dei dipendenti delle Province, la già citata “torta” del salario accessorio garantirà, si teme, fette ancor più risicate.
La legge Delrio ha ridotto fondi e competenze delle Province, trasformate in enti di secondo livello e che si occuperanno solo di Ambiente e Urbanistica, Viabilità ed Edilizia scolastica.
Nelle quattro Province abruzzesi, 553 dei 1.400 dipendenti sono stati dichiarati in esubero o meglio “soprannumerari”. Di questi c’è chi andrà in pensione e chi si trasferirà in altri enti, in stragrande maggioranza nella Regione, che assorbirà una ventina di deleghe che prima facevano capo alle amministrazioni provinciali stesse.
Come è giusto che sia, ora questi nuovi dipendenti avranno diritto allo stesso salario accessorio dei colleghi regionali. Un compenso che sarà superiore a quello che percepivano nelle Province, ma che dovrà essere ricavato, almeno a oggi, dal medesimo fondo.
Accadrà la stessa cosa, insomma, che si è riscontrata con l’arrivo dei dipendenti di Aptr, Arssa e di Abruzzo sviluppo.
Va aggiunto, poi, che tra i dipendenti provinciali in arrivo ci sono anche numerosi dirigenti e capiufficio, che ambiscono a mantenere la loro posizione anche in Regione, inoltre la metà dei dipendenti sono di categoria “D”, con stipendi e benefit più pesanti.
La soluzione prospettata dai sindacati sarebbe quella di aumentare il fondo del salario accessorio dei dipendenti attingendo dal fondo eccedente del salario accessorio dei dirigenti, un tesoretto di oltre 1 milione di euro annui che si è creato perché i dirigenti sono diminuiti di numero e la legge di stabilità 2011 ha stabilito un tetto ai loro trattamenti, vietando ripartizioni più generose.
Gli uffici della Regione, di rimando, osservano che ci sono problemi tecnici e legislativi per effettuare questo “travaso”, per il quale si sono detti d’accordo gli stessi dirigenti.
In altre Regioni, obiettano ancora i sindacati, lo spostamento è stato portato a termine senza nessun problema. E danno l’altolà all’ipotesi di utilizzare questo fondo per nuove posizioni dirigenziali da garantire anche quei a dirigenti che arriveranno dalle Province, oltre al numero già stabilito nell’organigramma regionale, dove sono state opportunamente lasciate libere alcune caselle dirigenziali vacanti, oggi occupate ad interim.
Quanto agli errori di composizione del fondo del salario accessorio negli anni scorsi, dal 2006 al 2010 il bottino è stato implementato con gli avanzi generati dai premi di produttività, non percepiti da quei dipendenti scattati di grado, ma che erano intanto andati in pensione o si erano trasferiti in altri enti.
Nel 2014 è arrivato, però, il decreto cosiddetto “Salva Roma” che, oltre a prevedere misure per salvare la Capitale dal default, ha introdotto nuove regole di bilancio valide tutti gli enti pubblici italiani, tra cui l’obbligo di recupero, anche a rate, degli incrementi considerati “impropri” dei fondi dei salari accessori.
La Regione, sulla scorta di quel provvedimento, ha riconosciuto come “improprio” l’incremento del fondo con gli avanzi di amministrazione citato, visto che quei soldi dovevano essere versati nel bilancio generale. Un eccesso di zelo per i sindacati, visto che la Corte dei Conti e altri organismi di controllo non avevano obiettato nulla.
La Regione deve ora dunque recuperare in 5 anni circa 1,2 milioni dal fondo del salario accessorio, rendendolo ancora più povero. Con un numero sempre crescente di dipendenti da soddisfare.






