L’AQUILA – “Ad eccezione del quesito sulla separazione per le carriere che mi vede schierato per il Sì, non ritirerò le quattro altre schede, perché non ne condivido i contenuti, sia perché troppo tecnici per un referendum, sia per ragioni di contenuto: in particolare dietro il quesito con cui si vorrebbe abolire la legge Severino, che vieta la incandidabilità di persone che si sono macchiati di gravi reati contro la pubblica amministrazione, leggo un tentativo della politica di sopravvivere a se stessa limitare il potere della magistratura, una vecchia storia…”.
È questa la posizione dell’avvocato aquilano Carlo Benedetti, Partito democratico, ex presidente del Consiglio comunale dell’Aquila, nell’amministrazione del sindaco Massimo Cialente, e ricandidato per il Pd, di cui è coordinatore cittadino, alle prossime amministrative comunali di domenica.
Una posizione articolata, la sua, che di fatto boccia 4 quesiti su 5 del referendum della giustizia del 12 giugno, tutti incentrati sul tema della giustizia. Il primo, giova riassumere, chiede di esprimersi sull’abrogazione della legge Severino su sospensione, incandidabilità e decadenza per alcune condanne, il secondo è sulla limitazione della custodia cautelare, il terzo sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, il quarto quesito vuole intervenire sulla valutazione dei magistrati effettuata dalla Corte di cassazione e dai Consigli giudiziari. Infine il quinto vuole abolire l’obbligo di raccolta firme per i magistrati intenzionati a candidarsi al Consiglio superiore della magistratura. Referendum abrogativi, e quindi di una consultazione popolare per capire se gli italiani vogliono mantenere alcune norme già presenti oppure le vogliono cancellare dal nostro ordinamento. Quindi, chi vuole mantenerle voterà No, chi vorrà cambiarle voterà Sì. Come in ogni referendum abrogativo, anche questi per essere validi dovranno raggiungere il cosiddetto quorum , e cioè dovrà andare al voto almeno il 50%+1 degli elettori. In caso contrario il singolo referendum non avrà valore.
Partiamo dall’unico Sì annunciato da Benedetti, quello sul terzo quesito relativo alla separazione delle carriere, “una conseguenza logica – asserisce l’avvocato -, e non ancora attuata, dell’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale, che presuppone un concetto di parità sostanziale tra l’accusa e la difesa. Lo ritengo un principio fondamentale di civiltà e di cultura giuridica”.
Benedetti sugli altri quattro quesiti formula invece un giudizio negativo. Il fronte del No sostiene, sul secondo quesito, che si rischia di ridurre la possibilità di applicare misure cautelari in casi in cui è fondamentale agire con urgenza, soprattutto per alcune tipologia di reato, come la truffa o lo stalking, in cui il rischio reiterazione esiste.
Ma osserva in proposito Benedetti: “è un tema molto delicato, complesso, nel caso si dovrebbe intervenire con provvedimenti legislativi contestualizzati anche sulle esigenze del momento storico, non è una materia da affrontare con il referendum”.
Per quanto riguarda il quarto e quinto quesito, ovvero la valutazione dei magistrati e la candidatura al Consiglio superiore della magistratura, Benedetti è tranchant: “anche queste questioni di natura troppo tecniche, e soggette a ben diverse valutazioni complessive. L’averle inserite nei referendum mi sembra collegata al tentativo puerile di ridimensionare il ruolo della Magistratura italiana”
Secco no infine, all’l’abrogazione della legge Severino, al primo quesito.
“La cosiddetta Spazzacorrotti è un presidio di civiltà: ritengo giusto che non debbano occuparsi della gestione della cosa pubblica, persone condannate in via definitiva per reati gravi, come corruzione, concussione, collaborazione con la criminalità organizzata o organizzazioni terroristiche. Si può discutere invece sulla sospensione per gli amministratori locali che hanno subito sentenze non definitive, ma va fatto in sedi più opportune, e anche qui, non una consultazione referendaria”.
Dietro il referendum sospetta dunque Benedetti, “c’è una vecchia tentazione, quella di voler difendere il primato della politica, non attraverso l’osservanza delle regole, ma un ingiustificato e mistificante scontro tra poteri. Storicamente una politica che si voglia ricollocare al di sopra della legge, non è più accettabile, né proponibile. Non si capisce il perché le prudenti considerazioni alla base della legge Severino, debbano valere per tutti i comuni mortali e non per gli amministratori pubblici”.






