L’AQUILA – Come cambierà indirettamente l’Abruzzo con il sì o il no alla riforma costituzionale? È quello che AbruzzoWeb ha chiesto agli ultimi due presidenti della Regione, schierati su fronti contrapposti proprio come alle elezioni del 2014.

“Ho posto il tema di come la classe dirigente abruzzese sappia mettersi in sintonia con questa stagione proficua di cambiamenti – dice il governatore in carica, Luciano D’Alfonso, del Partito democratico – Non c’è nessun finanziamento a rischio. E non ci saranno viaggi premio. Dico solo che la nuova classe dirigente abruzzese può e deve contare di più anche a Roma e questa è un’occasione imperdibile per farlo”.

Un approccio che viene bocciato dal suo predecessore, Gianni Chiodi, oggi consigliere di Forza Italia, per il quale “pensare di sfruttare lo stanziamento dei fondi regionali a scopo propagandistico è l’ennesima presa in giro nei confronti dei nostri concittadini abruzzesi, che per fortuna non sono stupidi e non si faranno abbindolare. D’altronde – fa notare a questo giornale – è in perfetto stile renziano fare demagogia durante le campagne elettorali con i soldi pubblici, come nel caso degli 80 euro in busta paga”.

Siamo al rush finale di una campagna cominciata mesi e mesi fa, la ridondanza di messaggi e la stanchezza mediatica possono favorire il sì, il no o l’astensione, che comunque non sarà determinante?

D’Alfonso: Mi aspetto una partecipazione superiore alle attese. In realtà molti elettori stanno apprendendo il contenuto della riforma solo in questi ultimi giorni. Siamo di fronte a una decisione importante in una materia che ha molte implicazioni, poiché parliamo della legge fondamentale del Paese nella parte riguardante il funzionamento delle istituzioni, che io considero la parte dinamica della Costituzione. È dunque stato utile e importante spiegare e illustrare in modo approfondito tutti gli aspetti di questa riforma che può mettere la nostra Italia al passo con gli altri ordinamenti europei, poiché oggi la competizione globale non è più tra singole imprese ma tra sistemi. E dunque la loro efficienza è funzionale a un miglioramento della vita di imprese e famiglie. Sono convinto che molti degli elettori che stanno decidendo in queste ore alla fine si orienteranno per il sì, anche a fronte della limpidezza del quesito.

Chiodi: Partiamo subito con il dire che è inesatto affermare che l’astensione non sarà determinante: è bene chiarire che questo Referendum non prevede il raggiungimento di un quorum prefissato per poter esser valido e, pertanto, ciascun voto di ciascun elettore può essere realmente determinante, nel nostro caso mi auguro possa esserlo a favore del no! L’esagerata attenzione mediatica che ha ruotato in questi mesi ha senza ombra di dubbio suscitato molta attenzione civica attorno al tema, ma al tempo stesso ha prodotto una sorta di “nausea” tra i cittadini, che hanno purtroppo vissuto questo Referendum, per colpa in primis della personalizzazione attribuita da Renzi, come mera campagna elettorale anziché come confronto costruttivo e chiarificatore su una tematica di rilevanza nazionale. A giudicare dal fatto che il nostro premier è stato in tv praticamente 24 ore al giorno, si potrebbe pensare che il sì sia stato oltremodo favorito, ma chi pensa davvero che ascoltare Matteo Renzi possa risultare così convincente?

Non era preferibile trovare una convergenza più ampia in Parlamento scongiurando il voto popolare sulla riforma costituzionale?

D’Alfonso: In realtà la convergenza è stata cercata, tanto è vero che Forza Italia ha votato a favore del testo di riforma per ben tre volte, salvo poi ripensarci per motivazioni politiche legittime, ma che non hanno nulla a che vedere con il contenuto della riforma. Per quanto riguarda il voto popolare, è contemplato dalla stessa Costituzione all’articolo 138, che prevede esattamente questa procedura di approvazione. Penso che dare al popolo l’ultima parola, inoltre, sia un fatto democratico e persino educativo e che aver spinto i cittadini ad approfondire i temi connessi alla seconda parte della Costituzione attraverso un ampio dibattito sia stata una crescita che ha arricchito la vita civile del Paese.

Chiodi: Assolutamente d’accordo. Le Riforme fatte per il bene concreto del Paese, come poteva e doveva appunto essere quella sulla nostra Costituzione, dovrebbero maturare da un lavoro condiviso e quanto più unanime possibile già a livello istituzionale. È evidente che ciò non ha coinciso con l’interesse di questo Esecutivo, dal momento che la riforma Renzi-Boschi-Verdini-Alfano è stata approvata a colpi di maggioranza di governo.

Al di là delle strategie e del merito, il voto per l’uomo della strada sembra proprio che sarà pro o contro Renzi, questo chi favorisce?

D’Alfonso: Non credo che sarà così. Sono convinto che la maggioranza dei cittadini voterà entrando nel merito e per dare al nostro paese istituzioni più veloci ed efficienti, meno burocratiche e ripetitive nel loro operare. Per ridurre la mole imponente del contenzioso tra Stato e Regioni che arricchisce solo i giuristi che patrocinano le cause presso la Corte Costituzionale. E quindi confido che anche gli elettori del Movimento 5 stelle e del centrodestra non vorranno far perdere al Paese questa ennesima occasione per cambiare in meglio. Questo entrare nel merito, su cui personalmente mi sto adoperando nell’interlocuzione quotidiana con le migliaia di cittadini che incontro ogni giorno, non potrà che favorire un voto positivo al quesito referendario.

Chiodi: Anche qui, mi permetta un chiarimento: l’uomo della strada rappresenta il comune cittadino, ovvero il sentimento popolare e la percezione che oggi la cittadinanza ha nei confronti della politica, tanto a livello nazionale quanto a livello periferico. La disaffezione attuale è palpabile ovunque, ma non aiuta a recuperare credibilità e fiducia nella politica questo atteggiamento quasi dittatoriale e totalmente personalistico del capo del governo. Non possiamo prescindere da una seria e attenta riflessione post-voto, dal momento che sono più che convinto che tra i “pro” e i “contro” Renzi i secondi saranno molto più numerosi.

Che conseguenze politiche avrà l’esito referendario?

D’Alfonso: Ho già avuto modo di dire che mi costituisco per aiutare Matteo Renzi a saper gestire la vittoria, perché in politica non bisogna mai stravincere, ma saper vincere. La vittoria del sì dovrà essere una formidabile occasione per riunire il Paese. Nei momenti cruciali può accadere che il Paese in modo civile si divida. È già accaduto, per esempio, nel referendum tra Monarchia e Repubblica o sulla legge per il divorzio. Poi bisogna ricucire. È questo il dovere di una politica saggia e lungimirante.

Chiodi: Non lo so, difficilmente Renzi farà ciò che aveva promesso mesi fa in caso di vittoria del no. Se anche dovesse dimettersi, si potrebbe aprire un ennesimo scenario di transizione istituzionale poiché siamo in assenza di una valida legge elettorale che possa farci votare. Di certo, però, in caso di vittoria del no non si aprirebbe alcuno scenario apocalittico anche dal punto di vista economico o finanziario, come alcuni autorevoli testate giornalistiche italiane ed estere stanno cercando di farci credere: questa volontà precisa di infondere un clima di terrore è patetica.

Se dovesse vincere il no si deve andare al voto? E con quale legge elettorale?

D’Alfonso: Non credo a questa ipotesi. Sarebbe davvero grave che il Paese decidesse di rinviare ancora una volta riforme che aspettiamo da almeno trent’anni.

Chiodi: Magari, anche se forse questa ipotesi non viene neppure presa in considerazione da Matteo Renzi, che non conosce bene il significato di voto popolare per poter governare. Per l’appunto, il problema della legge elettorale va assolutamente risolto in tempi rapidi per poter andare al voto. Possono bastare anche due o tre settimane per approvarne una, possibilmente evitando che anch’essa venga poi dichiarata incostituzionale in futuro!

E se dovesse vincere il sì?

D’Alfonso: È chiaro che il Governo Renzi riceverà un ulteriore importante impulso per andare avanti nella sua strategia di riforme e per implementare ed attuare ciò che è stato già avviato, a partire dai Patti per il Sud e, per quanto riguarda l’Abruzzo. il Masterplan che potrà attivare importanti opportunità di sviluppo e lavoro per i nostri territori. È altrettanto evidente che una vittoria del sì darà maggiore forza al Governo italiano anche nei tavoli europei per ottenere di più, sia nella distribuzione dei carichi dell’accoglienza degli immigrati, sia per una maggiore attenzione alla crescita e al lavoro nelle politiche europee. Non può essere che esista l’Europa senza che si ponga mai il tema della cittadinanza europea.

Chiodi: Ne riparleremo il 5 dicembre, io continuo a essere convinto della vittoria del no.

Il segretario Renzi come capo del Pd potrebbe porre il veto su qualsiasi altro presidente del Consiglio alternativo a se stesso, portando il Paese allo stallo?

D’Alfonso: Sono convinto che, quale che sia l’esito del Referendum, Renzi debba convocare un congresso per avere un nuovo mandato per rafforzare l’azione riformatrice e di cambiamento che il nostro partito sta portando avanti. Per quanto mi riguarda, in questa fase non vedo altri presidenti del Consiglio capaci di interpretare la necessità e la velocità del cambiamento.

Chiodi: Non sarebbe la prima volta: ha già in passato posto il veto su un presidente del suo stesso partito (Enrico Letta) dopo il memorabile “stai sereno”.

Come può essere convincente il messaggio del sì se il Pd e il centrosinistra sono spaccati all’interno con larghe parti pronte a votare no?

D’Alfonso: Non mi risulta. Nelle centinaia di incontri che sto svolgendo, dei quali molti promossi dal mio partito e altri promossi da comitati civici e da protagonisti della cittadinanza attiva, vedo una larghissima condivisione dei nostri elettori. Vi sono legittimamente opinioni diverse dentro un partito che è una grande comunità democratica, di nome e di fatto. Voglio segnalare, per dargliene atto, quel gigante della politica che è Gianni Cuperlo, che è stato positivo promotore di iniziativa per mettere insieme e unire.

Chiodi: Premesso che per me non sarebbe convincente nemmeno con l’assenza di loro spaccature interne, bisognerebbe forse rivolgere questa domanda al leader del Pd facendogli notare che, se non è nemmeno riuscito a mantenere compatto il suo partito, non si capisce come possa credere di convincere un Paese intero.

Come può essere convincente il messaggio del no osservando una coalizione che assomma destra e sinistra radicali, Cinque stelle, moderati e così via?

D’Alfonso: Non è nel mio stile entrare nelle questioni relative ai miei competitori. Vedo e percepisco una coalizione delle contrarietà senza proposizione, che non mette sufficiente generosità verso il Paese. Questa modalità di determinare consenso è legittima, ma non mi appartiene. Tuttavia credo non corrisponda al momento che l’Italia sta vivendo.

Chiodi: La trasversalità del no, o dell’“accozzaglia” per utilizzare l’elegante gergo renziano, non è un aspetto negativo, anzi. Se il fronte contrario a questa riforma è così vasto da ricomprendere persone con appartenenza politica e culturale diversa, e in certi casi opposta, evidentemente i vizi sostanziali e formali sono così oggettivi da superare qualsiasi divergenza ideologica. Sono da sempre un sostenitore del confronto quanto più condiviso tra soggetti eterogenei. Basti pensare, ad esempio, a Travaglio e Berlusconi…

Sul piano dei contenuti qual è un solo, singolo elemento fondante già di per sé sufficiente a votare sì?

D’Alfonso: Finalmente si stabilisce con certezza cosa fa lo Stato e cosa fanno le Regioni. L’incertezza provoca confusione delle responsabilità e, quindi, delle attribuzioni di giudizio da parte dei cittadini. Una netta distinzione delle funzioni dà più trasparenza e possibilità di controllo sull’operato di chi deve realizzare gli obiettivi. Per quanto mi riguarda preferisco che sia lo Stato a occuparsi di infrastrutture che ricadono sulla mia regione ma che hanno una lunghezza che va ben oltre l’Abruzzo. Dei collegamenti ferroviari che riguardano l’Abruzzo, e che ci raccordano con i corridoi europei, è giusto si occupi il Governo in modo che il sottoscritto in quanto persona giuridica che rappresenta l’Abruzzo sappia chi ne risponde. E poi avere la possibilità di essere dentro le stanze che contano senza dover bussare alla porta, ma con una funzione riconosciuta. Ed è quello che accadrà grazie al nuovo Senato delle Regioni.

Chiodi: Il Senato prospettato dalla riforma è impensabile sul piano concreto: il no al Referendum è un voto contro una riforma sbagliata e controproducente anche per i territori. Come si può pensare, per fare un esempio concreto, che un consigliere regionale abruzzese (scelto ovviamente dal Pd e non dai cittadini) possa svolgere bene il proprio ruolo di senatore a Roma e contemporaneamente di amministratore regionale e, soprattutto, possa agire per il bene del proprio territorio anche andando contro il suo stesso partito se necessario? Senza entrare nel merito poi dei costi che ciò comporterebbe, ovviamente a carico dei contribuenti, per sostenere ad esempio le spese di trasferta da Roma al proprio territorio.

I sindaci favorevoli chiamati a raccolta dal Pd oppure quelli contrari che minacciano di boicottare il “Senato dei nominati” quanto potranno influire sulla competizione?

D’Alfonso: Non ho sentito nessun sindaco nella nostra regione, nemmeno tra quelli che votano no, dire di essere contrario a un Senato in cui possono essere eletti dei loro colleghi, anche perché i sindaci sanno bene che non c’è nessuno che sia meno “nominato” di un sindaco. Si diventa e si resta sindaci per un rapporto quasi simbiotico di immedesimazione fisica con i propri concittadini. Questo è un problema che forse hanno in altre regioni e con altri sindaci, che vengono selezionati da un’agenzia nazionale, con la quale stipulano poi un contratto. Da noi, in Abruzzo, i sindaci stipulano patti solo con i propri elettori.

Chiodi: La voce dei sindaci è sempre da ascoltare, a maggior ragione se si tratta di buoni amministratori. Il fatto che, per citare un sindaco territorialmente vicino, il primo cittadino di Ascoli Piceno Guido Castelli si sia preso la briga di scrivere un libro contro la riforma e di organizzare in prima persona una fronda di sindaci per il no, è rilevante e di buon auspicio.

L’appoggio delle banche estere come Jp Morgan e del ministro tedesco Schauble al sì come vanno interpretati?

D’Alfonso: A me interessa solo il consenso dei cittadini. Le banche possono sostenere i territori e il sistema produttivo se operano avendo un legame con essi, e quindi ho grande rispetto per loro. Ma non producono consensi, né in un senso né nell’altro. Viviamo tuttavia in un mondo globale interdipendente dove, come si suole dire, un battito d’ali di una farfalla in India può provocare un tornado in Texas. È giusto che guardino con interesse a ciò che accade in Italia, anche ministri autorevoli come Schaueble, ma i cittadini dovranno decidere, ripeto, entrando nel merito e senza condizionamenti. Mi aspetto da tutti gli abruzzesi un voto secondo coscienza.

Chiodi: Vanno interpretati per quello che sono: il sì è sostenuto da banche e finanza che curano i propri interessi anziché quelli italiani, e Renzi non è autonomo da tali poteri.

E il sostegno al no dell’Economist?

D’Alfonso: Ribadisco quanto detto. Dovranno essere i cittadini a decidere secondo coscienza.

Chiodi: Per fortuna ogni tanto un bagliore c’è, ed evidentemente Renzi non è riuscito nella totalizzazione dei media! A parte le battute, sul piano economico il “The Economist” ci fa capire ciò che dicevo prima, cioè che non ci saranno catastrofi naturali in caso di vittoria del no e che, per utilizzare le parole del giornale inglese, non possiamo continuare a “consentire al premier la destabilizzazione a bassa intensità dell’Unione Europea”.

Il presidente D’Alfonso, un po’ come Vincenzo De Luca in Campania, chiamando a raccolta i sindaci ha paventato il rischio che con la vittoria del no possano essere in bilico importanti fondi destinati all’Abruzzo e quindi gli investimenti nella regione. Un azzardo?

D’Alfonso: Ho grande rispetto per il mio collega Vincenzo De Luca, di cui ammiro la grande energia. Però ho fatto un ragionamento di tipo diverso in una riunione dei sindaci del centrosinistra, schieramento cui appartengo e in cui credo di avere una certa autorevolezza. Ho posto il tema di come la classe dirigente abruzzese sappia mettersi in sintonia con questa stagione proficua di cambiamenti che sta portando avanti una nuova classe dirigente nazionale, che ha avuto il merito e il coraggio di osare e che sta realizzando risultati importanti, compreso lo sblocco del contratto della funzione pubblica che si affianca ad un processo riformatore come quello messo in atto dal ministro Madia, che secondo me ha una valenza rivoluzionaria. Non c’è nessun finanziamento a rischio. E non ci saranno viaggi premio. Dico solo che la nuova classe dirigete abruzzese può e deve contare di più anche a Roma e questa è un’occasione imperdibile per farlo.

Chiodi: Viste le note dichiarazioni del governatore campano per convincere i suoi amministratori a votare no in base a un sistema di vero e proprio voto di scambio, non penso che il parallelismo con De Luca possa giovare a D’Alfonso. Pensare di sfruttare lo stanziamento dei fondi regionali a scopo propagandistico, oltretutto, è l’ennesima presa in giro nei confronti dei nostri concittadini abruzzesi, che per fortuna non sono stupidi e non si faranno abbindolare. D’altronde, è in perfetto stile renziano fare demagogia durante le campagne elettorali con i soldi pubblici, come nel caso degli 80 euro in busta paga. Fa inoltre sorridere come nel rush finale si parli tanto di investimenti e fondi destinati alle Regioni nonché di risparmio della spesa pubblica quando, solo per citare un esempio su mille che potrei fare, il tanto paventato risparmio della politica di 49 milioni di euro declamato da Renzi corrisponde solo a circa 82 centesimi per abitante e, guarda caso, corrisponde quasi esattamente all’aumento delle sue spese istituzionali di Palazzo Chigi dal suo arrivo. Serve altro per votare no? Alberto Orsini e Marco Signori