L’AQUILA – Emergenza smog a Pescara, maglia nera d’Abruzzo.

Risultati migliori rispetto alla città adriatica, invece, per le altre province abruzzesi, in testa L’Aquila, raggiunta però da Teramo e Chieti a causa delle polveri sottili del post-terremoto.

Una città, L’Aquila, “che purtroppo ha fallito la possibilità di ripensare la mobilità”. 

È quanto emerge dai dati di Mal’aria 2018 – L’Europa chiama, l’Italia risponde?, il rapporto di Legambiente sull’inquinamento atmosferico nelle città italiane, presentato alla vigilia del vertice di Bruxelles sulla qualità dell’aria, del martedì 30 gennaio, convocato dal commissario europeo all’Ambiente Karmenu Vella con tutti gli Stati interessati, tra cui l’Italia.

Dal report emerge che, nel 2017, 39 città italiane hanno superato il limite annuale di 35 giorni per le polveri sottili, con una media giornaliera superiore a 50 microgrammi a metro cubo.

Tra le città con un tasso maggiore di inquinamento al primo posto c’è Cremona con 105 giorni, seguita da Alessandria con 103 e Padova con 102.  

Per quanto riguarda l’Abruzzo, dunque, la città più inquinata è Pescara, che ha accumulato 30 giorni in cui le stazioni di registrazione hanno registrato un superamento delle polveri sottili. 

A confermarlo ad AbruzzoWeb è Giuseppe Di Marco, presidente di Legambiente Abruzzo. 

“Nella nostra regione l’unica provincia a rischio è Pescara, che si avvicina pericolosamente alla soglia minima consentita, che è di 35 giorni e bisogna dire che alcune centraline hanno funzionato parzialmente, quindi il dato potrebbe essere addirittura più alto – spiega Di Marco – e poi bisogna contare la posizione del territorio: una città di mare è arieggiata, quindi raramente di superano i livelli e questo è un altro punto sul quale riflettere”.

Sono tre le centraline di controllo nella città adriatica: tutte hanno registrato giorni in cui le polveri sottili hanno superato i 50 microgrammi a metro cubo, “in particolare 17 giorni su via Sacco, 7 su via Firenze e 6 nella stazione vicina al teatro D’Annunzio”, sottolinea Di Marco.

In questi anni le altre province abruzzesi non sono mai apparse sul report, anche se in alcune il risultato è peggiorato. 

È il caso dell’Aquila, che “dopo il sisma e per tutto il periodo della ricostruzione ha avuto un aumento delle polveri sottili – ammette il presidente – Prima del 2009 l’aria più sana era quella aquilana. Oggi, invece, ha ‘pareggiato’ Chieti e Teramo, con 15 giorni di superamento”.

“Il problema dell’inquinamento atmosferico incide fortemente sulla qualità della vita, per questo Legambiente, la scorsa settimana, ha organizzato nel capoluogo adriatico, insieme all’associazione Pescarabici, un flash mob in favore della pista ciclabile di via Muzii e per denunciare i dati allarmanti del rapporto Mal’aria 2018”, aggiunge.

A preoccupare gli ambientalisti, ma anche vertici politici e cittadini è l’ultimatum lanciato dalla Commissione Europea, che impone a 9 Paesi, tra cui l’Italia, di presentare un documento con tutte le misure previste e da mettere in campo per risolvere il problema.

“Il tema è molto caldo, se non presenteremo le misure l’Italia sarà mandata in procedura di infrazione, con multe salatissime – precisa – Gli ultimi dati sono davvero allarmanti: in Europa ci sono 400 mila vittime l’anno, di queste 70 mila solo nel nostro Paese”. 

Il vero ostacolo, però, potrebbe essere su tutti la difficoltà nel cambiare le proprie abitudini.

Secondo Di Marco, infatti, “non si può banalizzare un argomento importante come questo, per la paura di perdere qualche parcheggio. Bisogna promuovere i mezzi pubblici, i carburanti alternativi, un cambio nello stile di vita di tutti i cittadini”.

“Tutto questo porterebbe ad un ripensamento della mobilità, ma anche del servizio pubblico, del corretto funzionamento delle piste ciclabili, dei servizi ancora troppo carenti – conclude – prima di smussare le abitudini dei cittadini, bisogna migliorare l’offerta, rendendo i servizi fruibili ed efficienti. In questo senso L’Aquila poteva essere un importante esperimento, che purtroppo è fallito, nella ricostruzione si è proceduto per step e non c’è stata un’idea complessiva e generale della mobilità”.