PESCARA – I punti nascita saranno chiusi: nonostante le proteste della gente e degli amministratori, sembra non esserci nulla da fare contro la soppressione di 4 dei 12 che si trovano in Abruzzo, quelli degli ospedali di Atri (Teramo), Sulmona (L’Aquila), Ortona (Chieti) e Penne (Pescara).

Soppressioni che stanno provocando un duro scontro politico, in Consiglio regionale e nei territori interessati dai tagli.

Un atto considerato, però, ineludibile, anche dai manager delle quattro aziende sanitarie locali (Asl), imposto com’è dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin, intenzionata ad applicare il Patto della salute tra Governo e Regioni siglato nel lontano dicembre 2009.

Diktat a cui ha fatto seguito il decreto del commissario ad acta alla Sanità, Luciano D’Alfonso, presidente della Regione Abruzzo, anche se a decidere quali dei 12 punti nascita chiudere è stata la commissione tecnica incaricata dalla Regione e coordinata dal dirigente Maria Crocco, ex direttore del comparto ora sostituita da Angelo Muraglia.

La ratio è stata quella di sacrificare, al massimo entro 2 anni, i punti nascita con meno di 500 parti all’anno, o comunque, quelli che effettuano meno parti, prevedendo un punto nascita ogni 1.000 nati per provincia.

I NUMERI E LE CHIUSURE

E così in provincia di Chieti, la Asl numero 2, diretta da Francesco Zavattaro, avrà l’obbligo di chiudere il centro nascite di Ortona, che all’attivo ha 554 parti annui, lasciando aperti i centri nascita di Chieti (1.500 parti), Lanciano (800), e Vasto (950).

In provincia di Teramo, la Asl numero 4, diretta da Roberto Fagnano, chiuderà il punto nascite di Atri, 467 parti nel 2013, ma che nel 2014 è arrivato a quota 500, salvando quello di Teramo (900 parti) e Sant’Omero (850).

In provincia dell’Aquila, il direttore generale della Asl numero 1, Giancarlo Silveri, dovrà chiudere il punto nascite di Sulmona, 333 parti nel 2013 e 225 nel 2014, salvando quelli del capoluogo L’Aquila e quello di Avezzano, che si attestano entrambi a circa 1.000 nascite l’anno.

Infine, in Provincia di Pescara, dove la Asl numero 3 è diretta da Claudio D’Amario, resterà operativo solo il punto nascite dell’ospedale di Pescara, dove i parti superano i 2.000 l’anno, e sarà chiuso il punto nascite di Penne, con 340 parti.

LE PROTESTE

Sono tutti tagli che in Abruzzo scaldano gli animi e scatenano le proteste.

Nella seduta del Consiglio regionale di martedi i consiglieri di centrodestra sono arrivati a indossare una t-shirt stile Ghostbusters con su scritto ‘Vietato nascere’. Il fronte contrario alla chiusura si estende anche nel centrosinistra, in prima fia per esempio a difesa del centro nascite di Atri c’è il consigliere regionale del Partito democratico Luciano Monticelli. In campo a difesa di Sulmona anche le senatrici Stefania Pezzopane, Partito democratico, e Paola Pelino, Forza Italia.

Argomenti addotti, oltre al prestigio e l’efficenza dei vari nosocomi, la distanza maggiore che le partorienti dovranno percorrere, in particolare quelle provenienti dalle aree interne. E anche l’inutilità della misura, che secondo i critici non porterà, a conti fatti, risparmi per le casse delle Asl, ma solo più disagi ai cittadini.

Pesa anche un significato simbolico, nella strenua difesa dei punti nascita: il poter veder scritto per esempio sulla carta d’identità “nato a Sulmona” invece che “nato ad Avezzano”, oppure “nata a Ortona”, piuttosto che a Lanciano.

Ma il governo non ha nessuna intenzione di fare retromarcia, e controbatte con i dati dell’Agenas, l’Agenzia nazionale sanitaria, e quelli dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), secondo cui c’è un preciso nesso tra il basso numero di parti effettuati e il numero di esiti negativi, con rischi crescenti sia per le madri sia per i neonati.

Tenere, inoltre, aperti punti nascita che in media non fanno più di un parto al giorno viene ritenuto uno spreco di risorse e di personale. Da qui la decisione di chiudere in tutta Italia ben 133 strutture.

In Abruzzo in fondo sono solo 4, nulla rispetto alle 20 che dovranno essere chiuse in Campania, alle 18 in Sicilia, alle 12 nel Lazio.

In un Paese, va infine ricordato, dove il problema non è tanto dove si nasce, ma che si nasce sempre meno, perché per  le giovani coppie sempre più povere e con lavori precari, fare un figlio è diventato un lusso.

Nel 2013 è stato toccato un record negativo in assoluto con 515 mila bambini nati, 11 mila in meno rispetto al precedente record negativo toccato nel 1995, mentre l’indice di vecchiaia è invece tra i più alti al mondo.